Donna, madre, manager e insegnante
Si fa un bel parlare del ministero dell’Istruzione e del Merito. E ogni tanto capita davvero di imbattersi nel merito. Come quando si dialoga con la professoressa Simonetta Codogno, docente di ruolo di lingua tedesca al liceo classico e linguistico “V. Gioberti”, istituzione storica tra le scuole di Torino.
“Valditara ha tentato di introdurre il merito, ma è una scuola troppo burocratizzata. Ma non funziona così”. Questo passa tra gli illuminanti messaggi della professoressa. Figura atipica, nel panorama consueto di ciò che immaginiamo essere l’insegnante standard: l’elenco delle sue qualifiche è infinito, e per notarlo basta accedere al suo profilo LinkedIn. E non basta un CV per pesare il suo valore umano.
Dopo un percorso professionale in ambito aziendale vissuto in Italia ma anche all’estero, a 40 anni c’è una svolta nella sua vita. Inizia a formarsi per conseguire l’abilitazione all’insegnamento della lingua e cultura tedesca presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. “Sono stati anni difficili. Ricordo un anno in cui insegnavo in tre scuole diverse due statali e una paritaria. Lavoravo in modo pazzesco. Uno di quegli anni avevo accumulato talmente tante ore in surplus che era come se avessi lavorato ulteriori 3 mesi gratis”.
Secondo lei, come si potrebbe migliorare il sistema?
Domanda difficile. Il Ministro Valditara ha tentato di introdurre il merito, ma è una scuola troppo burocratizzata. Persone con un elevato background sono senza dubbio un plus, per la scuola, dovrebbero essere rivalutate. Ma non è così. Ora si parla di selezioni psicologiche, di test attitudinali, di talento. Personalmente penso sia pura pazzia. Mi chiedo se questa sia Scuola. Rispetto ai nostri colleghi europei siamo i docenti peggio retribuiti. Valorizzare la professione del docente significa anche riconoscerne il valore e l’importanza in termini economici.
Potranno mai contare solo le competenze degli insegnanti?
Temo che la scuola italiana possa gestire difficilmente una simile opzione, perché non siamo un Paese che ama la trasparenza. Forse per questo ben venga il sistema dei punti… ma cosa qualificano, questi punti? Come distinguono il talento di un docente? Come premiano le competenze di un docente?
Se guardi il sistema, resti oppresso. Per anni ho svolto consulenze per un’importante casa editrice tedesca, successivamente ho pubblicato un paio di testi per una casa editrice italiana, perché diversamente le gratificazioni dalla scuola non arrivano. Noi docenti siamo gratificati quando dopo anni gli ex-studenti ti riconoscono e ti salutano per strada. Questo a mio avviso è il valore aggiunto di questa professione, non può però essere l’unico.
A uno studente che le dicesse “Voglio diventare insegnante come lei“, cosa risponderebbe?
Ci ho pensato spesso. Lo dissuaderei. Per un motivo molto semplice: nella vita per poter insegnare, e prima di saper fare, bisogna saper essere. L’insegnamento non è la semplice becera trasmissione di conoscenze che hai appreso studiando, con gli esami e dai libri di testo. In classe ti ritrovi a conversare con persone che rappresentano il futuro, e tu li stai formando, li stai plasmando ed educando. Come puoi farlo se sei convinto di possedere la Verità assoluta? Molti colleghi insegnano ancora oggi come facevano gli insegnanti che io avevo a scuola decenni fa e che detestavo. A mio avviso, si dà poca importanza alla formazione professionale in itinere.
Va inoltre considerato che status, riconoscimento sociale etc. non incoraggiano ad intraprendere questa professione. Insegnare è una professione importantissima. Mi permetta di usare questo paragone: noi docenti abbiamo delle “piantine” tra le mani, che devono crescere, e per farlo hanno bisogno di essere innaffiate, curate con passione e dedizione. E’ fondamentale trasmettere ai nostri studenti non solo il sapere, ma la conoscenza di vita. Bisogna saper relazionarsi con loro. Perché qualcosa in loro resta, e non solo le dottrine. Restano più gli esempi, delle persone. Perciò a quello studente direi: vivi prima, viaggia, sbaglia, cadi, ricomincia, accumula del bagaglio personale per essere poi in grado di comunicare. Perché insegnare è vivere.
Come considera la relazione tra insegnanti e famiglie?
Oltre ad essere una docente, e prima di esserlo, io sono una madre. Ho sempre presente prima il mio ruolo di madre, e poi la professione. Vanno in parallelo. Ho sempre cercato di mettermi nelle scarpe dei genitori, e degli studenti. Ogni volta mi metto in discussione. Posso spesso capire la delusione di alcuni genitori, ma altre volte non capisco la loro supponenza, né la loro pretesa di mettersi nei panni del docente. Perché essere docente non è semplice. Molte famiglie pensano, anche inconsciamente, che lo Stato sia responsabile dell’educazione scolastica dei figli, ma in realtà le famiglie sono parte essenziale del team di educazione, anche scolastica. I ragazzi oggi hanno molti problemi. La generazione di oggi non è diversa dalle precedenti, dalla nostra, ma sono cambiate le situazioni e l’ambiente esterno. Sono cambiate le aspettative. E la percezione che i ragazzi hanno del mondo e del futuro è del tutto incerta.
I ragazzi la vivono in maniera molto profonda, ma a noi non lo dicono. Non lo diceva mia figlia, che oggi ha 25 anni, e non lo dicono i miei studenti. Ma lo percepisco: hanno tante paure, insicurezze e incertezze. Se scoppia una guerra nucleare? Se arriva un’altra pandemia? E il posto di lavoro? E domani cosa farò? Studio tanto per avere cosa? Noi avevamo sicuramente molte più possibilità rispetto a loro: se io avessi voluto lavorare subito dopo il liceo, avrei potuto farlo. C’era offerta di lavoro ovunque. Adesso no. I genitori non sono quindi un problema. Piuttosto diventano loro un problema per sé stessi. Il vero problema è la precarietà, e gran parte di essa viene dalle famiglie, quando si pensa alla perdita di lavoro e alle sempre crescenti difficoltà economiche.
Dovremmo affidare l’evoluzione delle istituzioni scolastiche all’ambito privato, come sta avvenendo nella sanità? Oppure si può sperare in una rimonta del Pubblico?
Io confido molto nel fatto che la scuola resti un bene pubblico. Accessibile a tutti, perché è un diritto costituzionale. Portare il privato all’interno della scuola a mio avviso non è un merito, né un plus. Perché poi entrerebbero in ballo interessi personali e capitali che nella scuola potrebbero solo far peggio. Come le cordate aziendali che ho vissuto in prima persona, a mio danno. Non è questa la soluzione dei problemi. Alcune cose dovrebbero però essere migliorate, senza mettere la Cultura alla mercé del privato, perché sarebbe poi difficile mantenere un confine tra le due cose. La Cultura è un Bene che va diffuso e difeso. Ed esteso il più possibile. Come dico sempre ai miei studenti: dovete imparare a pensare, a riflettere. E questo pensiero deve essere slegato da qualunque padrone: deve essere libero e critico, indipendente. I ragazzi vanno educati a questo. Diversamente c’è manipolazione, che già (purtroppo) ci circonda.
Come facciamo ad avere più docenti come Lei?
Difficile rispondere. Forse dovrebbe esserci una selezione migliore. Bisogna pensare che la scuola non deve essere un parcheggio per persone che non hanno via d’uscita, né alternative. La scuola non è un’alternativa occupazionale. Purtroppo la scuola, specie in certe aree, è diventata un ammortizzatore sociale. Questo non è accettabile. Spesso mi sono detta che, in un Paese dove prevalgono i privilegi ed i privilegiati, il sistema dei punti che si raccolgono a scuola, come le tessere del supermercato, resta l’unica garanzia di trasparenza. Il decreto salva precari fu per me una salvezza, raccoglievo punti facendo supplenze. Ma la professionalità del docente va tutelata e difesa. Per questo, bisognerebbe puntare sulla vera meritocrazia.

