Si avvicinano due scadenze elettorali fondamentali per l’Inghilterra e il suo futuro: a maggio le elezioni amministrative e entro l’anno (questa è l’unica certezza perché la data precisa non è ancora stata fissata) quelle politiche. Due test, soprattutto il secondo, destinati secondo tutti gli analisti a mutare profondamente il quadro politico del Paese. Non vi è infatti alcun sondaggio degli ultimi mesi che non certifichi la profonda crisi del Conservatori, che con l’attuale Premier Rishi Sunak, non sono riusciti a recuperare la tendenza negativa che li ha caratterizzati dopo la caduta di Boris Johnson e l’infelice e breve esperienza di Liz Truss. Sunak le sta tentando tutte: dai consueti proclami di riduzione delle tasse al tentativo di attenuare gli effetti negativi della Brexit, all’approccio pragmatico alle questioni indipendentistiche della Scozia, ai rapporti di vicinato con la Francia, al rilancio dell’operazione Ruanda per combattere i migranti clandestini (cercando appoggi a livello internazionale come ha fatto con la nostra Meloni). Ma proprio sulle questioni che toccano direttamente le tasche dei cittadini il suo bilancio è fallimentare. Non facciamo solo riferimento agli scioperi in atto in vari comparti del settore industriale e dei servizi. Salari insufficienti e condizioni di lavoro inadeguate sono denunciate sempre con maggior vigore dalle forze sindacali. Non parliamo poi dell’ effetto boomerang dell’uscita dall’Unione Europea, cavallo di battaglia dei Tory: dalle grandi attese e promesse si è passati oggi a un vero salasso economico. Secondo calcoli attendibili la Brexit sarebbe costata più di 150 miliardi di euro di danno complessivo. I posti di lavoro sono calati di quasi due milioni: più di 250.000 nella sola capitale. E’ cresciuto l’impoverimento dei cittadini che nel 2023 hanno abbassato di 2000 sterline il proprio reddito e inoltre è notevolmente cresciuto il costo della vita aumentando il disagio finanziario delle famiglie. Non poteva mancare, di fronte a questi dati, un forte aumento della disaffezione degli inglesi per la Brexit. Un recente sondaggio ha rivelato che solo un cittadino britannico di dieci sia convinto che la scelta di uscire dall’ Unione Europea abbia avuto risvolti positivi per le sue tasche. Un altro fa notare che due inglesi di tre sono favorevoli a un nuovo referendum di adesione a Bruxelles. Chi invece non ne vuole sentire parlare è solo il 24%, in pratica uno su quattro. Cifre che fanno riflettere e che rendono facile la previsione che, dopo tredici anni, i laburisti possano riprendere la guida del Paese. Ma non solo come reazione degli elettori malcontenti dell’ andazzo generale. Non solo per la loro insoddisfazione per come i Conservatori abbiano affrontato le difficoltà. Ma anche e forse soprattutto per la svolta riformista e socialista liberale impressa al partito che fu di Tony Blair da Keir Starmer, eletto nell’aprile 2020 a capo del Labour. Starmer oltre a fare dimenticare l’era di Corbyn che, con il suo massimalismo, aveva fatto toccare alla sinistra le percentuali di consenso più basse mai riscontrate è riuscito nell’impresa di rendere credibili, come forza di governo, i laburisti agli elettori britannici. I risultati si sono già visti in alcuni test amministrativi ma per le prossime elezioni politiche le previsioni stimano in 15-20 punti di percentuale di vantaggio il distacco dei laburisti dai conservatori. Starmer si e mosso in maniera responsabile anche sui guai provocati dalla Brexit senza radicalizzarsi sulla richiesta di un nuovo referendum che rischierebbe di bloccare e dividere nuovamente il Paese ma facendo proposte concrete per un miglioramento della sua attuazione e dei rapporti con la Commissione europea. Sul piano interno sta puntando molto sul recupero degli elettori del nord, un tempo schierati sul partito e negli ultimi anni approdati a rafforzare i Tory. La sua azione politica è sempre di più rivolta verso il centro cercando di tranquillizzare gli inglesi ma ribadendo la sua proposta riformista anche per quanto concerne le istituzioni democratiche. Sua è la proposta di abolire la Camera dei Lord, retaggio finale dell’aristocrazia in Parlamento, mantenendo solo la Camera dei Comuni. Modernizzare il Paese con una nuova classe: dirigente che lavori per la sua unità e per il suo sviluppo e la sua crescita: questo, in sintesi, è il programma che Starmer sottoporrà al giudizio degli elettori inglesi.

