La notizia trapela solo adesso, e anche defilata: due settimane fa (il 21 febbraio) il Senato ha approvato il disegno di legge per cancellare i meccanismi di trasparenza e controllo parlamentare sul commercio e sulle esportazioni di armi, nonché sulle banche che ne finanziano le relative operazioni. Il primo dossier sul tema risale al settembre 2023, e finora ha viaggiato rapido come un treno ad altissima velocità.
Che fretta inconsueta! Di certo una fretta che sarebbe degna di miglior causa. Ma così non è. Tutto si è svolto approfittando della distrazione della stampa e dell’opinione pubblica (vedi elezioni e guerre varie): il ddl è stato approvato in tempi record, prima in commissione e poi in aula al Senato, dopo aver bocciato tutti gli emendamenti che tentavano di mitigare gli effetti peggiori del documento. Il provvedimento finale è stato trasmesso alla Camera per l’approvazione definitiva.
Il ddl (degno di Mennea) interviene sulla legge 185/1990 che, in ambito di export di armi, poneva finora l’Italia all’avanguardia rispetto ad altri paesi, con una forte attenzione verso il rispetto delle convenzioni internazionali: la legge prevede infatti limitazioni alla vendita di armi e munizioni verso territori in conflitto o verso paesi che violano i diritti umani, e impone alle banche di rendere noti al Parlamento tutti i finanziamenti e i servizi che sottostanno a simili commerci. In pratica, la legge finora ha garantito il ferreo controllo da parte dello Stato sul rispetto dei diritti umani e del principio costituzionale di ripudio della guerra. Bene: questa legge ora rischia di essere smantellata col pretesto di una necessaria rapidità nelle operazioni militari e della tanto anelata sburocratizzazione.
Per questo oggi la Banca Etica, insieme alla Rete italiana Pace e Disarmo, chiedono di mobilitarsi per impedire l’approvazione definitiva delle modifiche alla L.185/1990, che cancellerebbe ogni forma di trasparenza e di controllo da parte di Parlamento, cittadini e risparmiatori sugli affari delle industrie belliche.
Nel testo di modifica si legge che, tra gli obiettivi, c’è quello di “aiutare la competitività dell’industria militare”, rendendo la normativa nazionale più “rispondente alle sfide derivanti dal contesto internazionale”. Ma, retorica a parte, l’approvazione del Parlamento può solo rappresentare l’ufficiale entrata dell’Italia nell’economia di guerra. Le modifiche alla legge 185/1990 prevedono, di fatto, il ripristino del CISD (il Comitato interministeriale per gli scambi di materiali di armamento per la difesa) e l’abrogazione dei controlli parlamentari sui relativi affari bancari. Ne conseguirà che i poteri finora appartenuti all’Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento saranno trasferiti direttamente al CISD.
Così facendo si sottoporrà la decisione ad un giudizio più squisitamente politico, e ben poco giuridico. Giustificabile al solo scopo di snellire la procedura di autorizzazione dell’export? La modifica, inoltre, mira ad abolire del tutto il comma che prevedeva per il CISD il dovere di ricevere informazioni sul rispetto dei diritti umani, anche da parte delle organizzazioni riconosciute dall’ONU e dall’UE. Risulta lecito, quindi, mettere in dubbio la futura effettiva applicazione delle misure di salvaguardia delle popolazioni civili coinvolte nei conflitti.
E la modifica, inoltre, alleggerisce di molto la coscienza delle banche che fanno affari in armi: non saranno più tenute a rendere noti al Parlamento né i finanziamenti né i servizi che rendono possibili i commerci legati all’industria bellica.
Dovremmo affiancarci alle proteste della Rete italiana Pace e Disarmo e della Banca Etica, perché troppe volte i lavori ”di velocità” del Parlamento restano celati a stampa e opinione pubblica. E questa non è democrazia.

