Ieri Trump ha fatto irruzione all’Onu in occasione della 81ma Assemblea generale delle Nazioni Unite in una sessione particolarmente delicata, caratterizzata dalle forti tensioni geopolitiche che interessano lo scenario internazionale.
Erano le 16.30 italiane quando il presidente degli Stati Uniti è salito sul palco.
Ha parlato per 35 minuti a tutto campo.
Sulle questioni interne e sugli Stati Uniti ha manifestato la solita tracotanza: “È tornata e oggi è più forte che mai. La nostra economia è la più invidiata al mondo, la nostra tecnologia non è seconda a nessuno e siamo leader praticamente in ogni campo. Mentre altri hanno parlato, io ho agito. Mentre altri hanno parlato di pace, io l’ho realizzata”.
Giusto perché stava parlando di pace realizzata ha poi fatto cenno all’Iran in cui c’è un palese scenario di guerra da lui stesso provocato: “Agivano da bulli in Medio Oriente, ma non lo sono più. Non permetterò mai che abbiano un’arma nucleare. Gli ho fatto la guerra per evitare la catastrofe. Sono convinto che Teheran farà l’accordo dopo le nostre elezioni di midterm, altrimenti li anniento, li trascino all’inferno”.
Sul conflitto tra Russia e Ucraina ha assicurato che “Terminerà prima di quanto si pensi. (le stesse parole che pronunciò tre giorni dopo la sua elezione e tre mesi prima del suo insediamento) Entrambe non ne possono più, Vladimir Putin metta fine a questa guerra. Se necessario, con i dazi colpiremo Mosca e i suoi partner commerciali”.
Elogi alla first lady Melania, presente in aula: “Ha fatto un gran lavoro per assicurare il ritorno dalle loro famiglie di molti bambini ucraini e russi”.
Su Gaza: “È una delle otto guerre a cui ho messo fine. Ho permesso il ritorno degli ostaggi a casa”. E meno male che voleva fare di Gaza la riviera extralusso del medioriente.
Poi l’affondo sulla Corte penale internazionale che aveva emesso un mandato di arresto nei confronti del premier israeliano Benjamin Netanyahu: “È un’istituzione fuori controllo, una banda di teppisti. Invito tutte le nazioni ad abbandonarla”. Magari potrebbe ricominciare a raccomandarsi per far assegnare il Nobel per la pace in tandem a sé stesso e a Netanyahu.
Poi ha attaccato Cuba, sì da provocare la uscita della delegazione cubana dall’emiciclo.
“Cuba è uno Stato fallito e cadrà. Il regime ha trascorso decenni a coordinarsi con le reti comuniste qui negli Stati Uniti”. Per far intendere quel che potrebbe fare a Cuba ha evocato il Venezuela: “Il nostro intervento, con la cattura di Nicolas Maduro, è la prova che non permetteremo più che l’America venga minacciata”.
E infine la Groenlandia e l’accordo con la Danimarca firmato nella serata di ieri: “Invieremo” (non laboratori scientifici, insediamenti sanitari, strutture sociali) subito una massiccia presenza militare, costruiremo due basi di grande importanza, sarà un rapporto fantastico e duraturo”.
Parole tracotanti, aggressive, che ostentano forza, che parlano solo di eserciti, di attacchi, invasioni, annientamenti.
Parole che si commentano da sole e che ci fanno chiedere se davvero il mondo ha bisogno di queste persone.
Come Trump e come tutti quelli che lo emulano.


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Tracotanza mondiale.