A noi piace puntare i riflettori su quelle storie che nei media generalisti transitano come meteore. Stavolta facciamo luce su un caso esploso pochi giorni fa e tenuto finora un po’ troppo in ombra.
Parliamo della cosiddetta “Squadra fiore”, attiva dal novembre 2024, è composta da ex appartenenti alle Forze di Polizia e all’Agenzia Informazioni e Sicurezza Interna. Tutti operavano in modo a dir poco illecito, sfruttando archivi secretati, con metodi illegali e non autorizzati, per qualcuno che parrebbe essere Giuseppe Del Deo, ma che gli investigatori hanno ragione di credere sia ben altri.
Non si tratta soltanto della cronaca di una centrale clandestina di dossieraggio, ma dell’incrocio di tre fronti di crisi: la tenuta del perimetro dei nostri servizi segreti, la lotta per il controllo politico della sicurezza nazionale e la necessità del governo di coprire una falla nel proprio cerchio più ristretto.
Lo scorso 20 aprile le perquisizioni dei ROS, coordinate dalla Procura di Roma e dalla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, hanno formalizzato un sospetto che circolava già da mesi: esiste una struttura capace di produrre dossier su persone e imprese, accedendo abusivivamente a banche dati istituzionali. E questo si collega anche al filone milanese del caso Equalize.

Andiamo con ordine: Giuseppe Del Deo, ex vicedirettore dell’Agenzia informazioni e sicurezza interna è indagato, con l’accusa di peculato e di accesso abusivo ad archivi digitali dei servizi segreti per attività che la procura definisce “non inerenti al suo lavoro“.
Quindi va chiarito, anche politicamente, che Giuseppe Del Deo non era un semplice “uomo di tutela”. Non si tratta di un comprimario con accesso laterale ai palazzi, ma di un uomo cresciuto dentro il sistema informativo della Repubblica. Un ufficiale dell’esercito mandato in prepensionamento, per poi rientrare nei servizi investigativi della Repubblica, e poi uscito di scena nel 2025 con un nuovo pensionamento anticipato, e oggi indagato.
La chiave politica dell’intera storia sta qui: Del Deo non è stato solo operativo nei Servizi, ma anche dentro l’entourage più ristretto della presidenza del Consiglio.
Sua moglie è Patrizia Scurti, capo della segreteria particolare di Palazzo Chigi (definita da molti “la Kissinger di Meloni), e lui stesso è stato a lungo capo della scorta della premier. Del Deo era tra gli uomini che avevano abitualmente accesso al perimetro più sensibile del potere esecutivo: significa che la frattura non riguarda l’esterno del palazzo, ma la sua soglia interna.
Allora potremmo domandarci: “vogliono smontare la credibilità di Mantovano?”. O il caso è più complesso? Alfredo Mantovano non appare come il bersaglio di una demolizione immediata. Al contrario, il governo rivendica di aver allontanato Del Deo già nel 2025. Il messaggio è chiaro e quasi difensivo: non parliamo di un uomo ancora protetto, ma di qualcuno rimosso in tempo.
Questa non è la postura di chi viene commissariato, ma l’allure di chi vuole intestarsi la bonifica.
Ma il caso non assolve Mantovano dalla responsabilità politica di un perimetro che evidentemente conosceva troppo poco, o troppo tardi, le proprie falle: perché in effetti questa inchiesta misura la fragilità dell’intera architettura di controllo.
Se un ex vertice dell’intelligence, descritto come uomo interno all’orbita più riservata del governo, finisce al centro di un’indagine così vasta, il danno non è solo penale o reputazionale: è un danno di sovranità interna, perché rivela come l’accesso ai segreti può sopravvivere alle cariche formali e continuare a produrre influenza.
Dagli atti pubblici non emerge la prova che “Squadra Fiore” sia stata usata per costruire dossier contro l’opposizione.
Le fonti ufficiali riportano attività di dossieraggio su “importanti persone fisiche ed imprese italiane”. Altri spunti collegano la vicenda a episodi opachi che avevano già sfiorato la premier, come il caso Giambruno e quello degli accertamenti su Gaetano Caputi.
Quindi, non c’è da stabilire se ci fosse un bersaglio politico unico, ma capire se esiste un’infrastruttura parallela di raccolta, pressione e protezione, capace di essere attivata in più direzioni.
E qui nasce la pista del “fuoco amico”, ma solo come lettura politica, non certo come dato processuale.
Perché se i dossier, i controlli abusivi e le interferenze si muovono intorno allo stesso sistema di apparati, allora l’ipotesi più inquietante non è soltanto quella dell’attacco al nemico esterno.
È quella della regolazione interna dei rapporti di forza, del materiale raccolto per proteggere, neutralizzare, ricattare o disciplinare soggetti diversi a seconda delle necessità.
Cioè non siamo di fronte a una macchina ideologica, ma a una macchina di potere.
E la parte peggiore del fascicolo non è solo quella dei dossier, ma quella dei soldi.
Il ROS parla di un filone che riguarda l’utilizzo di fondi Aisi per un contratto di fornitura che sarebbe poi rimasto ineseguito; di un altro filone che riporta il probabile uso non istituzionale degli schedari informativi dell’intelligence; e di ulteriori ipotesi di truffa aggravata legate a operazioni societarie a danno anche di Cdp Equity.
E ci sono poi le ombre che ricollegano il tutto alla società Sind, attiva nel riconoscimento facciale e nei sistemi biometrici. Qui il dossieraggio incontra il procurement, e il procurement incontra il potere. Nelle intercettazioni e nei verbali si parla di ammanchi di 8 milioni di euro, mentre la contestazione formalizzata a Del Deo riguarda “solo” un peculato da 5 milioni.
Quindi, se il baricentro dell’indagine si sposta dai dossier agli ammanchi, dai controlli abusivi agli appalti gonfiati, allora sì che il caso diventa una questione di governo, e non una pagina nera dell’intelligence.
E vista sotto questa luce, cambia anche la figura di Del Deo, che diventa giunzione tra apparato, denaro e relazioni. Perciò la sua decisione di autosospendersi da Cerved Group non è una semplice formalità aziendale, ma il tentativo di circoscrivere il danno alla reputazione personale, mentre la procura allarga il perimetro delle verifiche su dispositivi, documenti e rapporti economici.
L’altro tassello che trasforma l’inchiesta in fatto politico è quanto accaduto a ridosso delle indagini. Il 5 marzo scorso in Senato Matteo Renzi ha parlato apertamente di una “guerra strisciante” tra Guido Crosetto e Alfredo Mantovano, evocando persino qualcuno “all’interno dei servizi di intelligence” che avrebbe messo di mira il ministro della Difesa.
Crosetto ha risposto di avere “piena fiducia” in Mantovano, e quest’ultimo ha sostenuto che i dossier su sicurezza e difesa sono trattati dal governo con “piena e totale intesa”.

E Squadra Fiore arriva nel momento più delicato possibile: se davvero l’inchiesta apre uno squarcio su attività para-investigative, dossier riservati, appalti della sicurezza e relazioni interne al comparto, allora il caso può diventare per il governo il modo di chiudere la partita tra Difesa, Palazzo Chigi e servizi. Non per fare chiarezza completa, cosa che spetterà ai magistrati, ma per ridefinire le gerarchie politiche, e stabilire chi controlla davvero il dossier intelligence.
Allora, anche se non ci sono elementi sufficienti per dire che stiano smontando Mantovano, ce ne sono parecchi per dire che il caso Squadra Fiore è usato per ridefinire il campo indebolendo Crosetto. E il vero rischio è che diventi la prova di un potere parallelo cresciuto troppo vicino al cuore dello Stato.
Se nei prossimi giorni le carte dovessero consolidare tutti i nessi tra dossier, appalti, fondi riservati e relazioni di Palazzo, allora la questione non sarà più se qualcuno stesse colpendo Mantovano o proteggendo Meloni. Si tratterà invece di capire chi ha davvero gestito il confine tra sicurezza nazionale e interesse privato. E per conto di chi lo ha fatto.


1 commento
Cambiano i tempi, cambiano i protagonisti, ma il marcio è sempre lo stesso.