Ha vinto ma non ha vinto.
Mancano 22 sezioni elettorali al completamento dello spoglio (1822 su 1844) e circa 8.000 voti, che potrebbero teoricamente ribaltare tutto, ma il margine esiguo di circa 3.000 voti di distacco dà ad Alessandra Todde la certezza del risultato tanto da proclamarsi vincitrice nel cuore della notte sarda accompagnata dal suo mentore Giuseppe Conte e dalla sua principale alleata Elly Schlein.

La notizia, più della vittoria della coalizione della sinistra, è la totale disfatta della destra che aveva affrontato queste elezioni sul carro trionfale di Radames accompagnata dagli squilli degli ottoni della celebre marcia verdiana.
Ma c’è la disfatta nella disfatta che non è il risultato di Fratelli d’Italia, che cede il primato di partito più votato al PD, ma il risultato della Lega che con un misero 3,8% è il terzultimo partito della coalizione ed è relegato tra gli ultimissimi dell’intero quadro politico.
Salvini ormai è un segretario che da quell’arrogante “datemi pieni poteri” di Roseto è diventato un serbatoio bucato che ogni volta che apre bocca perde un migliaio di voti.
Che Dio ce lo conservi sano, vivo e vegeto sino alla estinzione politica di uno dei guasti più eclatanti della politica nostrana della seconda repubblica.
L’altro guasto, il movimento 5Stelle, per ora esulta.
Non per il risultato della lista che scende al 7,8%, ma per il risultato personale di Alessandra Todde che nella dinamica del voto disgiunto raccoglie circa 40.000 voti in più di quanto abbia rastrellato la sua intera coalizione (330.619 a 290.318).
“Sono il primo presidente donna della Sardegna”, ha dichiarato la parlamentare Grillina, già membro del governo di Conte, nella sede elettorale del campo largo a Cagliari, aggiungendo, “sono molto contenta e molto orgogliosa, credo che oggi si possa scrivere una pagina di storia per la Sardegna”.
Dall’altro lato c’è il silenzio tombale, ma di malumori già si era sentito durante lo spoglio, con il livello della tensione che è destinato a salire.
Paolo Truzzu è stato il candidato voluto da Giorgia Meloni a tutti i costi, ufficializzato poco più di un mese fa dopo un braccio di ferro con Matteo Salvini, che puntava alla conferma di Christian Solinas.
E la partita persa s’era già annusata nel pranzo di ieri tra la premier, Salvini e Antonio Tajani, a Palazzo Chigi.
Un pranzo sereno dicono, con il naso più lungo di Pinocchio.
FI prende atto con soddisfazione di aver praticamente doppiato la Lega in Sardegna (6,9% contro il 3,7%).
Fonti leghiste suggeriscono di sommare i voti della Lega a quelli del Partito sardo d’azione (oltre il 5%), nato come lista per sostenere Solinas, il candidato di Salvini.
Ma lo stesso Matteo ieri sera aveva annullato un’intervista a Quarta repubblica su Rete4.
“Dietro il silenzio”, dicono dalle parti del Carroccio, “non c’è rancore né voglia di resa dei conti.
Dopo il naso spuntano anche le orecchie da somaro.
Ma il vero spauracchio è il “domino” (effetto) perché tra 15 giorni c’è la prova del nove.
Il 10 marzo si vota in Abruzzo e anche qui il meloniano Marco Marsilio cerca il bis trionfale accompagnato dai tre leader che contano di arrivare nell’ultima settimana a suonare la carica.
Ma, dagli ultimi sondaggi pubblicati, il suo avversario Luciano D’Amico candidato dell’intera sinistra+ centro, quindi un vero centrosinistra, non è poi così distante, anzi è attaccato, ma soprattutto gode della stima sulla persona dell’80% dell’elettorato contro il 20% di Marsilio che tra “i tre mari dell’Abruzzo” e le “bolle di sapone” fa una grezza dietro l’altra.
E poi il 21-22 aprile ci sarà prima la Basilicata, dove FI conta sulla conferma di Vito Bardi (”Il candidato sarà lui, sono assolutamente convinto”, dice Tajani ma la partita non è del tutto chiusa), e poi soprattutto le Europee di giugno, un potenziale spartiacque della storia politica degli ultimi anni dove davvero si vedranno i frutti di quasi due anni di governo Meloni e soprattutto si misureranno le fibrillazioni di Salvini che ormai appare sempre più inaffidabile.


1 commento
Molto bene. I Socialisti tornano in Consiglio regionale, col loro simbolo e col centrosinistra unito.