Di Maddalena Dradi

Proprio come chi imbracciava le armi e si dava alla lotta- in clandestinità, nei boschi, nelle campagne, nelle città- anche Carlo Dradi impugnava le sue armi, quelle dell’arte, quelle della creatività e della comunicazione, a lungo custodite: i caratteri da stampa, i fogli, gli inchiostri, che finalmente in quell’alba del 1945 riprendevano voce, la voce dell’Italia libera e liberata.
Io sono Maddalena Dradi, sono una nipote di Carlo Dradi e sono una figlia di Massimo Dradi, il suo primogenito, mio padre ha raccolto l’eredità grafica di Carlo, portando avanti lo studio Dradi studio di grafica e pubblicità a Milano. Mi è stata lasciata una eredità importante che tuttora vive grazie alle due associazioni di cui Carlo Dradi fu tra i fondatori: AIAP e Associazione Culturale Studi Grafici, la prima è molto nota e si occupa di appuntamenti grafici, mostre e divulgazione, la seconda si rivolge ai giovani studenti di grafica tramite iniziative culturali e concorsi. L’aspetto divulgativo e l’insegnamento della professione grafica come passione è stata una vera missione sia per Carlo Dradi che per Massimo Dradi suo figlio.
Carlo Dradi è stato un pioniere della grafica italiana. Nel 1933 fondò insieme a giovani studenti lavoratori nel campo della stampa, la rivista rivoluzionaria Campo Grafico, che dettò le nuove linee della grafica italiana. Non erano tempi facili per esprimere idee innovative e di ricerca che i cosiddetti “campisti” condividevano con le grandi avanguardie culturali e artistiche del Novecento al di là delle Alpi. Infatti, Attilio Rossi, socio storico dello studio di grafica Dradi Rossi, riparò in Argentina a seguito della situazione socio-politica non favorevole. L’innovativa rivista di grafica cercò di sopravvivere con fatica per qualche anno ma la stampa libera, come sappiamo, non aveva molta fortuna in quegli anni, come testimonia la vicenda stessa dell’Avanti soppresso dal partito fascista nel 1926. Campo Grafico fu pubblicato dal 1933 al 1939 ed è tuttora oggetto di studio: due anni fa ad esempio a Milano una importante mostra celebrativa al museo del design ADI MUSEUM , ne ha ricordato la valenza creativa e storica.
La famiglia Dradi, profondamente legata agli ideali socialisti, era originaria di Ravenna. Quando morì il nonno di Carlo, Emanuele Dradi, mio trisnonno, il 2 marzo 1918, la Federazione Socialista ravennate, la redazione della Romagna Socialista e l’Avanti, gli dedicarono un lungo e appassionato ricordo. Emanuele infatti fu a Milano nel 1898 in occasione delle agitazioni operaie, represse dal Generale Bava Beccaris. Lo seguiva la segnalazione della polizia ravennate e pertanto fu arrestato e rinchiuso nei sotterranei del castello sforzesco. Non voglio tediarvi con il mio albero genealogico ma dai nomi di famiglia già si può comprendere come la si pensasse: il figlio di Emanuele, il mio bisnonno, si chiamava Eguagliano Ateo Dradi e il suo terzo figlio (fratello di Carlo) era stato chiamato Leonida in onore di Leonida Bissolati. Nelle memorie di nonno ci sono diversi ricordi legati all’ambiente socialista a Milano. L’onorevole Gaetano Zirardini, deputato socialista in Parlamento per la circoscrizione Ravenna-Ferrara, compagno e amico di Emanuele Dradi, già durante la fondazione del Socialismo Ravennate, veniva ospite a casa dei Dradi e nonno bambino doveva lasciargli il suo letto, un segno dell’accoglienza e della generosità che vigeva in famiglia, cosa che continuerà a caratterizzare la vita di Carlo anche da adulto.
Carlo Dradi era una persona riflessiva e agiva senza fare rumore. Ho trovato nel libro di Giovanni Ferro: Noviziato tra le isole – Socialisti senza divisa 1929-1945, (edito nel 1963 da Nuova Mercurio) diversi passaggi che lo riguardano, ponendo l’accento sul suo modo di agire:
“La casa del pittore-pubblicitario Carlo Dradi, nella quale pernottavo di solito per ripararmi dalle insidie della polizia e di cui potevo disporre a mio piacimento perché resa disponibile dallo sfollamento della sua famiglia, era al numero 4 di via Gaspare Gozzi. Non avevo che da girare l’angolo per trovarmi in piazzale Susa dove al numero 1 abitava il mio vecchio amico socialista triestino, Dott Ermanno Bartellini, allora dirigente della società Alemagna, arrestato qualche anno dopo dai nazifascisti e tradotto al campo di Dachau dove avrebbe trovato la morte.” (pg.197).
Carlo, si era sposato con Maria Vernizzi, anche lei proveniente da una famiglia di pittori, avevano avuto tre figli, mio padre Massimo e i fratelli Giovanni ed Emanuele. Durante i bombardamenti la famiglia era stata sfollata a Ghevio, sul lago Maggiore- una pessima scelta logistica se si pensa a come andò la guerra. Carlo invece era a Milano dove impaginava la rivista Tempo, il settimanale pubblicato dalla Mondadori dal 1939 al 1976, cui fa riferimento nel brano delle sue memorie sul 25 aprile. Leggendo ora il testo di Ferro capisco perché mia nonna abbia vissuto in angoscia durante quegli anni: Carlo con coraggio e con determinazione ospitava gli amici dissidenti nella casa di via Gozzi. Una casa che io ricordo per il calore dei nonni, dove da bambina, insieme a mia sorella e ai miei cugini, abbiamo passato le giornate più belle dell’infanzia. E’ bello sapere che rifugio e protezione quella casa lo abbia dispensato anche ad altri, durante la guerra, in quei momenti bui pieni di morte e distruzione.
In un altro brano, dove Ferro ritiene importante stampare e diffondere un documento, si rivolge a Carlo che si è prestato più volte alla stampa clandestina, probabilmente usando come strumento di fortuna addirittura il mattarello di mia nonna che da brava parmense utilizzava per fare la torta fritta:
“Convenimmo, sebbene fosse superato dagli avvenimenti, di dargli diffusione ( al documento) in veste tipografica su tutto il territorio nazionale onde legare al partito i compagni sparsi e aggiornarli sulla tattica da adottare. Dradi mi procurò i caratteri e Luigi Minardi a Bergamo si incaricò della composizione e della tiratura a mano con il solo ausilio di un rullo di legno (il mattarello ) tratto dalla propria cucina”.
L’amicizia e il legame professionale con Guido Mazzali invece è il motivo che mi porta qui davanti a voi, Mazzali è l’editore dell’Avanti! nelle giornate della Liberazione e il testo che vi propongo è tratto dal diario personale di mio nonno Carlo:
“La mattina del 25 aprile 1945, alle 7 del mattino avevo ricevuto una telefonata da Bruna Mazzali che mi avvertiva di raggiungere al più presto Guido nella tipografia del Corriere per impaginare il primo numero dell’Avanti. Durante la notte si era sparato un po’ dappertutto nella città. Quando uscii di casa la città era deserta, piovigginava e i tram non circolavano. Da piazzale Susa mi incamminai a piedi, all’altezza del viale Maino fermai un partigiano delle Brigate Garibaldine che passava in moto e lo pregai di condurmi al Corriere. Entrai dal lato di via Moscova, all’inizio mi colpì un tanfo di fumo e di aria viziata che proveniva da una camera attigua dove sostavano, chi seduti chi in piedi, un gruppo di uomini muti e silenziosi. Erano i giornalisti e redattori che alcuni membri del Comitato di Liberazione avevano bloccato in tipografia la sera precedente. Al primo piano Mazzali mi attendeva impaziente, scendemmo subito in tipografia e mi posi subito al lavoro. Mazzali stesso mi portò un vecchio numero dell’Avanti per ridisegnare la testata, portai solo alcune modifiche all’inclinazione delle lettere e regolai lo spessore delle aste.
Un anziano operaio, che mi aveva portato un pennello e l’inchiostro di china, nel vedermi disegnare quella testata, aveva gli occhi umidi, era uno dei tipografi che giovanissimo era stato nella tipografia di via Settala ed aveva assistito impotente all’incendio della tipografia nel ’22 per opera dei fascisti. (Carlo Dradi: Memorie-lettere-testimonianze a vent’anni dalla morte p. 27).
Mentre nonno Carlo era impegnato in via Solferino nella sede del Corriere della Sera a ridare vita al quotidiano l’Avanti! , Dino Buzzati nella stessa sede scriveva il suo editoriale per l’uscita del Nuovo Corriere. Bello immaginarli sotto lo stesso tetto impegnati a dare voce e diffusione a un evento così importante per la storia del nostro Paese. Buzzati comincia così il suo testo:
“Senza osare ancora crederlo, Milano si è risvegliata ieri mattina all’ultima giornata della sua interminabile attesa. Da alcuni giorni la grande speranza aveva acquistato una verosimiglianza meravigliosa. Per vie misteriose, voci che dapprima parevano strane o pazzesche si spandevano per la città, accrescendo l’ansia della liberazione. I tram andavano ancora ma già si capiva che Milano aveva interrotto il lavoro: il fiato sospeso, essa sentiva il destino mettersi in moto e incalzare con ritmo sempre più precipitoso. Oggi è l’intero popolo che si risveglia. La sorte è stata decisa per opera del popolo stesso, unanime nel desiderio e nell’ansia”.
Interessante notare che entrambi ci parlino dei tram, quasi degli indicatori dello stato d’animo della città, come se questi mezzi di trasporto così milanesi con la loro presenza, o assenza, fossero il termometro della peculiare atmosfera di attesa e sospensione che regnava in città.
Carlo Dradi ci racconta, apparentemente senza emozione, quella mattina, dopo la notte ancora di guerriglia urbana, il suo recarsi in tutta fretta al Corriere a fare il suo lavoro, lasciandoci solo immaginare la concitazione di quelle ore: il telefono che squilla presto, quel partigiano che si presta a dargli un passaggio. Ma d’un tratto negli occhi umidi dell’anziano operaio che gli porge pennello e inchiostro avvertiamo tutta l’importanza di quel momento, unico e straordinario, la consapevolezza di vivere una svolta epocale, l’inizio della rinascita.
Carlo Dradi racconta di aver inclinato leggermente il titolo, un gesto apparentemente semplice ma carico di significato. Quell’inclinazione racchiude un simbolismo potente: energia, speranza e una proiezione verso un futuro più luminoso. Un cambiamento minimo, ma che parla in modo profondo. Protagonista del suo tempo, Carlo era un uomo di rara sensibilità, spesso poetico, sempre incisivo. Anche qui, nel suo tocco discreto, emerge il suo approccio alla vita: non rivoluziona la testata, ma la rinnova con un valore inedito, in sintonia con l’inevitabile evolversi dei tempi.”
La stessa fiducia nel futuro che emerge anche da altri lavori quali ad esempio i manifesti commissionati da Trenord per pubblicizzare i viaggi in treno in Lombardia. Proprio quest’anno Carlo Dradi è celebrato e ricordato grazie alla ristampa di questi manifesti realizzati proprio a partire dall’immediato dopo guerra.
Questi manifesti coprivano i cantieri della città di Milano che si stava ricostruendo dopo i bombardamenti. Serenità e bellezza andavano a nascondere le macerie che si trasformavano in nuove case e nuove fabbriche, mentre pian piano anche le vite delle persone riprendevano a scorrere dopo i tanti anni difficili. Ho fatto in tempo a conoscere persone che li hanno visti in quei giorni e li ricordavano per il messaggio positivo e di ripresa alla vita. Se vi capita di prendere un treno delle ferrovie Trenord guardate bene in stazione perché troverete questi manifesti iconici che ci riportano ad un periodo in cui si guardava con fiducia al futuro. Sono tutti realizzati tra il 1945 e il 1950.
Negli anni successivi Carlo Dradi ha creato marchi e campagne pubblicitarie che sfidano il tempo, il Jolly Hotel, la Galleria Il Milione, la Montecatini, e soprattutto la caramella Golia che ancora oggi è diffusissima. Direttore di Linea Grafica e attivo divulgatore, è stato un uomo dall’animo positivo che non si è mai tirato indietro davanti alle difficoltà, prima tra tutte la cecità che lo ha colto a metà degli anni Sessanta. Ciò nonostante non ha mai smesso di svolgere intensa attività didattica, in particolare presso l’ lstituto Paolo Toschi di Parma e soprattutto non ha mai dimenticato di sostenere gli amici e i colleghi con cui condivideva i suoi ideali di libertà e democrazia.

