La politica del mercato o il mercato della politica, fate voi.
No, non è una follia di tardo pomeriggio derivante dagli stati depressivi provocati dal brusco accorciamento delle giornate.
È l’incipit di un ragionamento che si illude di essere politico, attraverso l’utilizzo di un esempio figurato.
Tutto parte da Renzi che spinge per entrare nel “campo largo” abbandonando definitivamente qualunque progetto terzo polista.
Gli fa da sponda Elly con un “vedremo” generico e vacuo, forse nella speranza di aggirare i veti dei Pentastellati, ormai sempre più Conticini che Grillini viste le ultime querelle con il guitto genovese.
Gli fanno l’eco tutti quelli che dicono che il terzo polo è un’idea fallita in partenza, l’elettorato non capirebbe, non lo consente la legge elettorale.
Obiezioni e perplessità infondate.
Sul bipolarismo, sul terzo polo, sulla ininfluenza del sistema elettorale, sulle finalità strumentali di Renzi nell’abbandono di tale progetto, mi sono espresso più e più volte, mi avete letto ed è inutile ripetermi.
Provo a farmi capire questa volta con una metafora.
La nostra politica è un mercato in piazza, non tanto grande perché metà della piazza è occupata da quelli che non vogliono comprar nulla (quelli che non vanno più a votare) e se ne fregano.
Resta l’altra metà, divisa tra destra e sinistra.
Gli amici e alleati della Meloni vendono solo arance.
Quelli del PD e company vendono solo mele.
Entrambi hanno espositori grossi e carichi di frutti dai colori sgargianti e accattivanti.
Poi ci sono i mercanti con banchi più piccoli (noi di sinistra, ma di una sinistra moderata e riformista) che vorrebbero accedere anche loro al mercato.
E’ ovvio che se vanno per vendere anche loro mele subiranno la concorrenza dei più grossi e saranno sopraffatti.
Il perché è semplice.
Quelli che vanno per comprare arance non compreranno mai mele e si dirigeranno verso i banchi delle arance (la destra).
Quelli che invece vendono mele (la sinistra) hanno la loro clientela che è da tempo fidelizzata ed è comunque attratta dalla grandezza dei loro banchi, dalle insegne più colorate e luminose, dalla ricca quantità di mele esposte.
Le speranze, per quelli che hanno banchi piccolini, si riducono così al lumicino perché nella piazza vengono oscurati dai grandi banchi e i compratori manco riescono neanche ad individuarli.
Dai su sapete che non dico cazzate.
Alzi la mano chi di voi va al mercato e non è naturalmente attratto dai grandi banchi ignorando, anzi manco guardando, quelli piccoli.
Non è che ci vuole un genio per capire che in questo modo il destino è segnato.
Magari non lo sarebbe se quello che accede con il suo banco piccolo provasse a vendere cose diverse: per esempio pesche.
Sì le pesche. Si adattano molto a questa metafora.
Non sono uguali alle mele, ma le sono simili nell’aspetto.
Esattamente come noi che siamo di centro sinistra ma non di sinistra, siamo riformisti ma non massimalisti, siamo moderati ma non estremisti.
Non c’è dubbio che essendo i soli a vendere pesche quanto meno ci guarderebbero tutti, molti comincerebbero a pensare che le pesche forse sono meglio di mele e arance e, pure quelli che stanno nell’altra metà della piazza e che schifano arance e mele, potrebbero pensare di rimettere piede nella parte destinata a mercato.
Vi sembra così bislacca come teoria?
Certo non è che domani mattina il mercante che si mette a vendere pesche farà i milioni di euro.
Ci vorrà del tempo per farsi individuare da tutti, per ampliare il suo banco e la sua clientela e conseguentemente i suoi incassi.
Ma, ritornando al politichese, quando mai in politica le cose sono state realizzate nell’immediato o in una manciata di giorni. Mai.
Del resto il tempo c’è, alle elezioni mancano tre anni e per affermarsi come venditori di pesche ci sono tutte le possibilità.
Purché si cominci. E ogni giorno passato senza iniziare è buttato al vento.
Avrete capito che le pesche sono il terzo polo.
Non un polo di centro equidistante ideologicamente dalle estreme.
Un polo terzo, fatto di riformisti e di chi al riformismo è vicino, di centro sinistra ma non di sinistra, moderato ma non estremista.
No siete d’accordo che questa è la via?
Ogni altra è senza sbocco perché, tanto, tornare a vendere mele all’ombra del Pd che fagocita tutto quel che gli si attornia è semplicemente un suicidio. Avrebbe un senso solo per dare un posticino a qualcuno.
Ma la storia insegna che anche questa non è una strada scontata e certa (vedi la vicenda del segretario del PSI alle ultime elezioni).
E poi non credo che sia quel che si vuole nel nostro mondo.
E allora sveglia, è ora!
Mai agire senza pensare, mai fermarsi a pensare quando è il momento di agire.
Ogni cosa ha i suoi tempi ma ogni cosa ha il suo tempo.
E il nostro è arrivato! Vai con le pesche!


2 commenti
Sottoscrivo tutto il ragionamento! I dubbi nascono sui tempi necessari perché anche le pesche hanno la loro stagione e mano a mano che i due poli si organizzano e si allargano, ampliando il loro mercato, il banchetto rischia di essere sempre più piccolo, all’angolo, praticamente invisibile! Mi chiedo se non sia il caso di prendere l’iniziativa da socialisti, presentandoci subito al mercato con le poche ma gustose pesche del nostro albero. Poi magari piacciono, attirano dei curiosi ed altri potrebbero accorgersi di noi…
Trovo la metafora simpatica e gustosa, e anche “politicamente” azzeccata dal momento che mele e pesche appartengono alla stessa famiglia botanica, quella delle Rosacee, nel senso che v’è tra loro una naturale affinità, tanto da far dire all’Autore dell’articolo che le pesche “non sono uguali alle mele, ma le sono simili nell’aspetto”.
Tale abbinamento risulta nel contempo abbastanza eloquente, a mio vedere almeno, nel senso di far capire piuttosto chiaramente che chi non vuole acquistare prodotti da banchi appartenenti comunque alla sinistra, deve cambiare genere di frutta, orientandosi giustappunto sulle arance, che sono di tutt’altra famiglia botanica.
Paolo Bolognesi 14.09.2024