L’8 marzo rischia spesso di trasformarsi in un rito stanco, che parla delle donne in astratto e dimentica i nomi, i volti, le storie di chi ha davvero inciso sulla struttura democratica del Paese. Per questo, quest’anno, ottant’anni dopo, vale la pena tornare al 2 giugno 1946: il giorno in cui le donne italiane votarono per la prima volta e in cui ventuno di loro entrarono nell’Assemblea Costituente, contribuendo in modo decisivo alla nascita della Repubblica.
Prima ancora di essere costituenti, queste ventuno donne furono protagoniste di un passaggio storico senza precedenti. Fino a pochi anni prima, la legge le considerava subordinate al marito, prive di autonomia giuridica, impossibilitate a firmare un contratto, a scegliere un lavoro, a gestire i propri beni. Il Codice civile del 1942 definiva il marito “capo della famiglia”, e alle donne restavano doveri, non diritti. Erano custodi della casa, non cittadine. Poi, in un arco di tempo brevissimo, accadde l’impensabile: alle donne venne riconosciuto il diritto di voto. Una conquista che, per la mentalità dell’epoca, appariva quasi un affronto all’ordine maschile. Molti uomini lo vissero davvero così: come una minaccia alla gerarchia familiare e sociale, come un cedimento a un mondo che stava cambiando troppo in fretta.
E invece, il 2 giugno 1946, furono proprio le donne a presentarsi alle urne in massa: 12 milioni, più degli uomini. Entrarono nei seggi con la consapevolezza che quel gesto – semplice oggi, rivoluzionario allora – era un atto di emancipazione politica, un’affermazione di esistenza pubblica, un ‘noi ci siamo’ che nessuno poteva più ignorare.
Le ventuno madri della Costituzione non furono nominate né scelte dall’alto. Arrivarono all’Assemblea Costituente attraverso un percorso politico pieno e autentico: si candidarono nelle liste dei partiti, affrontarono una campagna elettorale in un Paese ancora ferito dalla guerra e furono elette dal voto popolare. È importante chiarirlo con precisione: tutte le donne elette il 2 giugno 1946 entrarono automaticamente nell’Assemblea Costituente. Non ci fu alcuna selezione successiva. L’Assemblea era composta da tutti i candidati che avevano ottenuto abbastanza voti nelle rispettive circoscrizioni. Questo significa che le madri della Costituzione furono scelte direttamente dagli elettori e dalle elettrici, con la stessa legittimazione politica degli uomini. Non erano una presenza simbolica, ma rappresentanti politiche a pieno titolo.
I Partiti – dalla Democrazia Cristiana al Partito Comunista, dal Partito Socialista all’Uomo Qualunque – inserirono nelle proprie liste donne che avevano maturato esperienza nella Resistenza, nel sindacato, nell’associazionismo cattolico, nella scuola, nella politica clandestina. Non erano improvvisate: erano figure che avevano già dimostrato coraggio, visione e responsabilità civile. E così, il 2 giugno 1946, entrarono in Parlamento come deputate costituenti, con lo stesso mandato degli uomini: scrivere la nuova Carta della Repubblica.
Quel giorno furono elette: Adele Bei, Bianca Bianchi, Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria Federici, Nadia Gallico Spano, Angela Gotelli, Angela Maria Guidi Cingolani, Nilde Iotti, Maria De Unterrichter Jervolino, Teresa Mattei, Lina Merlin, Angiola Minelli, Rita Montagnana, Maria Nicotra, Teresa Noce, Ottavia Penna Buscemi, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi, Vittoria Titomanlio. Erano donne diversissime per provenienza, formazione, fede politica. Molte avevano partecipato alla Resistenza, tutte avevano maturato una forte coscienza civile e sociale. Condividevano però una visione comune: l’emancipazione femminile non doveva significare imitazione del modello maschile, ma piena affermazione della persona – nel lavoro, nella cultura, nella famiglia, nella vita pubblica.
Cinque di loro – Nilde Iotti, Maria Federici, Lina Merlin, Teresa Noce, Ottavia Penna Buscemi – entrarono nella Commissione dei 75, incaricata della stesura della Carta. Altre, come Angela Gotelli, portarono contributi determinanti nei lavori delle sottocommissioni. Tutte, attraverso interventi, emendamenti e battaglie culturali, lasciarono un’impronta profonda in almeno sette articoli fondamentali: 3, 29, 30, 31, 37, 48, 51.
L’articolo 3, dedicato all’uguaglianza, porta chiaramente la loro firma. L’espressione ‘senza distinzione di sesso’ fu contestata da molti colleghi uomini, ritenuta superflua. Le costituenti insistettero: in un Paese dove le donne erano ancora considerate ‘sesso debole’, quella formula era necessaria. E fu Teresa Mattei, la più giovane dell’Assemblea, a proporre l’inserimento dell’uguaglianza ‘di fatto’, un concetto rivoluzionario che ancora oggi orienta le politiche di pari opportunità.
Gli articoli 29, 30 e 31, dedicati alla famiglia, furono al centro del lavoro di Nilde Iotti, che denunciò l’arretratezza giuridica e culturale dell’istituto familiare. L’articolo 29 sancì per la prima volta l’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi. L’articolo 30 tutelò i figli nati fuori dal matrimonio. L’articolo 31 introdusse misure di sostegno alle famiglie e la protezione della maternità, dell’infanzia e della gioventù, grazie al lavoro di Teresa Noce, Lina Merlin e Maria Federici.
L’articolo 37, dedicato alla parità nel lavoro, afferma che “la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni del lavoratore”. Una formulazione limpida, moderna, che non sarebbe esistita senza la determinazione delle costituenti. Fondamentali anche gli articoli 48 e 51, sulla partecipazione politica e sull’accesso alle cariche pubbliche. Qui le costituenti ottennero molto, ma non tutto. Fu bocciato l’emendamento che avrebbe permesso alle donne l’accesso alla magistratura: una sconfitta bruciante per Teresa Mattei, Maria Maddalena Rossi e Maria Federici, che lo avevano proposto. Solo nel 1963 il Parlamento colmò quel vuoto.
Le madri costituenti si impegnarono anche su scuola, cultura, lotta agli stereotipi, tutela dell’infanzia e soprattutto sulla pace. Il loro contributo fu decisivo nella formulazione dell’articolo 11, con cui l’Italia ripudia la guerra come mezzo di offesa e di risoluzione delle controversie.
Furono donne di prime volte: prime a votare, prime a essere elette, prime a sedere nei luoghi dove si decideva il futuro del Paese. E furono capaci di superare differenze politiche e personali per costruire insieme un progetto comune: una Repubblica fondata sulla dignità della persona, sulla giustizia sociale, sull’uguaglianza sostanziale. Tra loro, una di esse – Nilde Iotti – diventerà nel 1979 la prima donna Presidente della Camera dei deputati, aprendo un’altra strada che sembrava impossibile.
Ricordare le madri della Costituzione non è un esercizio di memoria, ma un atto politico. Significa riconoscere che la democrazia italiana nasce anche – e in alcuni passaggi soprattutto – grazie alle donne. Significa restituire loro il posto che meritano nella storia nazionale. E significa ricordare che i diritti non sono mai acquisiti una volta per tutte: vanno difesi, ampliati, rinnovati.
Angioletta Massimino

