Il Consiglio Europeo che si chiude oggi, convocato dal Presidente António Costa, si è svolto in un contesto internazionale di forti tensioni geopolitiche, nel pieno di transizioni strutturali complesse e davanti a sfide sistemiche mondiali. I Capi di Stato e di Governo europei cercano di ritagliarsi un ruolo come attore globale efficace, prevedibile e affidabile. Cercano. Ma ci riescono?
Ampio spazio alla difesa e alla sicurezza. Si sono discussi i progressi compiuti nella costruzione di una difesa europea integrata e si è delineata la tabella di marcia verso una piena prontezza strategica entro il 2030. Questo, a ridosso del non certo amichevole vertice NATO di 24 ore prima.
I 27 leader spingono per affrontare con urgenza «le carenze critiche in termini di capacità, il finanziamento dell’aumento delle spese per la difesa e la promozione di partenariati con partner che condividono gli stessi principi».
Hanno poi dedicato grande spazio all’Ucraina. Zelensky si è collegato in videoconferenza mentre rientrava a casa da Strasburgo. I leader hanno approvato le conclusioni a 26, data la continua opposizione di Viktor Orban a cooperare. Come al solito. L’ultima impuntatura è sull’apertura del capitolo negoziale fondamentale – il primo – nel processo di adesione di Kiev all’Ue. Tanto più che ora può sbandierare i risultati del dubbiosissimo referendum in cui il 95% degli ungheresi si sarebbe opposto all’ingresso dell’Ucraina.
Anche per questo, sia per l’Ucraina che per la Moldavia si sta pensando di bypassare la procedura ordinaria: i tavoli di lavoro tecnico andranno avanti come se i capitoli fossero stati aperti e poi, quando Budapest sarà pronta, si potranno aprire e chiudere simultaneamente grazie al suo voto. E non si perderà tempo.

Nelle conclusioni il Consiglio Europeo «invita gli Stati membri a intensificare ulteriormente gli sforzi per rispondere alle urgenti esigenze militari e di difesa dell’Ucraina». E «ribadisce il proprio impegno, anche nel quadro del percorso di adesione, a sostenere la riparazione, la ripresa e la ricostruzione del Paese», guardando «con interesse» alla Conferenza sulla ricostruzione che si terrà a Roma tra due settimane.
Infine l’Ue si dice pronta «ad aumentare le pressioni» su Mosca, «anche con un nuovo robusto pacchetto di sanzioni». Il Consiglio ha ribadito l’impegno per una pace giusta, duratura e fondata sui principi della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale, condannando la guerra di aggressione condotta dalla Federazione Russa.
Affrontata anche la crisi in Medio Oriente, con particolare attenzione alla situazione umanitaria nella Striscia di Gaza. Facendo seguito ai risultati della Conferenza ONU di New York (17–20 giugno scorso), l’ampia maggioranza ha portato Kallas a innescare la revisione del Consiglio di associazione con Israele: favorevoli 17 Paesi su 27, con un astenuto. Il premier spagnolo Pedro Sanchez ha ribadito la sua posizione con veemenza: «A Gaza c’è una situazione catastrofica di genocidio». A conferma, ha richiesto la sospensione immediata di questo accordo. Purtroppo resta tutta retorica, perché non c’è il consenso necessario al Consiglio per procedere. Resta il fatto che tra i 17 monta l’esasperazione, specie tra alcuni (Belgio, Irlanda e Svezia).
Intanto i 27 ribadiscono la richiesta del «cessate il fuoco immediato a Gaza» e del rilascio incondizionato di tutti gli ostaggi; inoltre «deplora la terribile situazione umanitaria a Gaza, il numero inaccettabile di vittime civili e i livelli di fame. Invita Israele a revocare completamente il blocco» contro la Striscia. Kallas tenterà ora l’ennesima manovra di pressione sulle autorità israeliane, usando come pungolo proprio la discussione sulla revisione, giudicata di per sé «uno strumento di leva».
Tra gli altri temi esaminati, l’attuazione del nuovo Patto su migrazione e asilo, la lotta alla criminalità organizzata e il rafforzamento della sicurezza interna.
Intanto la musica è finita. Gli amici se ne vanno….


1 commento
L’UE non conta niente. Si può dire che al più “dà linee di indirizzo”?
Per l’Ucraina c’è il “Gruppo dei volenterosi”, dentro al quale ci sono alcuni paesi dell’UE, al di fuori dell’Istituzione.