Il metodo legalitario sostenuto da Prampolini richiedeva alcuni indispensabili presupposti per esistere: la libertà di propaganda e di associazione e il suffragio elettorale. In loro mancanza, il modo per ripristinarle avrebbe necessariamente compreso “l’azione rivoltosa”.
Prampolini si interrogò a lungo se si era davvero giunti a quel punto di non ritorno. In effetti, quando scrisse ad Alberto Simonini la lettera riportata di seguito, cioè nel giugno del 1925, le “leggi eccezionali” contro ogni opposizione, non erano state ancora emanate. Esisteva ancora qualche spazio di manovra o tutto ormai era compromesso? Esse, in effetti, entreranno in vigore dopo l’attentato che Mussolini subirà ad opera dell’anarchico bolognese Anteo Zamboni il 31 ottobre 1926.
Per un legalitario, un pacifista e un riformista come lui si trattava di una profonda delusione e la costatazione che i sacrifici di una vita e i suoi valori ideali di pace, democrazia e uguaglianza erano svaniti nel nulla. Sta di fatto che il tema posto da Prampolini era ormai di stretta attualità e non appariva per nulla fuori luogo.
Si trattava certo di una lettera problematica che lasciava aperte diverse strade rispetto alla drammatica situazione italiana e che contemplava anche vie risolutive più decise. A partire dal delitto Matteotti, gli spazi di libertà si erano, infatti, fortemente ridotti, il rispetto dei diritti umani era stato violato e le libertà statutarie sopravvivevano a stento, se non del tutto cancellate.
Il 24 giugno Prampolini esternava dunque all’amico e compagno Simonini i suoi dubbi e le sue convinzioni. La lettera verrà pubblicata da La Giustizia il 13 maggio 1945.
“Caro Simonini…Qui ti dirò soltanto che nel mio pensiero, come in quello degli stessi trattatisti di diritto costituzionale, il metodo legalitario ebbe sempre per presupposto la esistenza della legalità, vale a dire la possibilità di diffondere e fare trionfare un’idea mediante la propaganda, l’associazione e il suffragio elettorale.
Dove questa possibilità manchi, le vie della legalità (cioè della sovranità popolare) sono chiuse e le aspirazioni alle quali è negata la libertà di vivere ed espandersi Vanno fatalmente a sboccare nelle vie dell’azione rivoltosa.
Siamo oggi a questo punto in Italia? Io vorrei ancora sperare di no e credo che dobbiamo fare il possibile per un graduale pacifico ritorno verso il regime rappresentativo. Ma credo pure che per ottenere questo risultato non giovi, anzi sia dannoso, nascondere e velare a noi stessi e agli altri la durissima realtà. E la realtà è dobbiamo mettere in piena evidenza appunto per illuminare quel popolo che, come tu dici, è abituato ad attendere tutto dal parlamento, è che oggi il parlamento oggi non esiste più.
Per me il nostro compito più urgente, ora, è di togliere ogni illusione in proposito, e appunto per questo votai contro la discesa in aula. Bisogna che la dittatura appaia a tutti, veramente quale essa è. Conoscere esattamente le posizioni proprie e quelle dell’avversario è la prima condizione per una lotta vittoriosa.
E noi socialisti unitari dobbiamo, secondo me, aver sempre presente che la nostra situazione da ieri ad oggi è invertita: ieri eravamo una minoranza che doveva convertire la maggioranza; oggi, insieme a tutti i fautori della libertà politica, siamo invece una immensa maggioranza “presa per la gola” da una minoranza esigua di numero ma forte di armi e di organizzazione.
Come ci si libera da questa stretta? Ecco il problema.
Ciao, tuo Camillo Prampolini.

