Hegel aveva la mania del tre. Tesi, antitesi e sintesi, dove la terza si elevava a suprema virtù. Tre era considerato dai latini numero perfetto: “omne trinum est perfectum”, si diceva. E potremmo continuare con la Santissima Trinità, col triangolo michelangiolesco e altro ancora, per indicare non solo la superiorità ma anche la sacralità del tre. Nel pazzo sistema politico italiano il tre é numero da abolire. Il bipolarismo, si dice, é fatto solo di tesi e di antitesi. O di qua o di là e non si capisce se i luoghi indicati siano topografici o anche politici. Facciamo marcia indietro. Sono passati trent’anni da quando, era l’aprile del 1994, il popolo italiano, col Mattarellum, era chiamato improvvisamente a scoprirsi bipolare. Vinse la coalizione di centro-destra, ma il terzo polo, il Patto tra Segni, Martinazzoli e Amato, conquistò il 18%. Sì, i voti c’erano, ma i seggi no. Gli uninominali li conquisti se arrivi primo e non terzo. Dopo qualche mese la Lega ruppe con Berlusconi e nel 1996 vinse l’Ulivo di Prodi e la Lega, il terzo incomodo, presente solo al Nord, conquistò il 10%, suo massimo storico fino ad allora. Non c’é scampo. Bisogna coalizzarsi. Ma anche la coalizione dell’Ulivo, dopo quella della Casa delle libertà e del buon governo, si sfaldò. Bertinotti chiuse i rubinetti a Prodi, sopraggiunse D’Alema grazie a Cossiga e concluse Amato. Nel 2001, sempre col Mattarellum, rivinse Berlusconi. Ma un terzo non alleato né con la Casa delle libertà né con l’Ulivo, e cioè Rifondazione comunista, conquistò oltre il 5%, con 11 deputati e quattro senatori. Tra una crisi di Follini e le tensioni interne Berlusconi resse fino al 2006 e cambiò la legge elettorale. Non più i 3/4 di uninominale maggioritario e 1/4 di proporzionale con lo sbarramento al 4% com’era il Mattarellum, ma un proporzionale di coalizione, praticamente senza sbarramento (si recuperavano nelle coalizioni le prime liste sotto il 2%), ma con un premio elettorale alla prima lista non importa quanti voti avesse preso. Vinse, nel 2006, con la legge definita poi Porcellum, ancora Prodi per un soffio. Tanti erano gli incentivi e i vantaggi a coalizzarsi che non rimase fuori nessuno. Ma le due coalizioni, soprattutto quella di Prodi, l’Unione, erano talmente variegate che il governo durò solo due anni, per il cecchinaggio dei vari Turigliatto e per la presa di distanze di Mastella. Nel 2008 basta con le coalizioni. Berlusconi e Veltroni concordano gli abbinamenti. Forza Italia e An si fondono e nasce il Pdl che si allea solo com la Lega, mentre il nuovo Pd, frutto dell’unificazione di Ds e Margherita, sceglie di allearsi solo con Di Pietro. Casini presenta un terzo polo che conquista quasi il 6%, la Sinistra Arcobaleno il 3%, il Psi l’1%. Complessivamente l’area non coalizzata sfiorava il 10%. Ma anche questa coalizione di governo sbanda ai primi scogli. Fini si dissocia da Berlusconi, lo spreed raggiunge livelli preoccupanti e nel 2011 arriva Monti a imporre sacrifici. Nel 2013 Bersani riesce a non vincere, a non smacchiare né a pungere. Avanza nella foresta uno strano animale. Le due coalizioni pareggiano e un terzo movimento, i Cinque stelle di Beppe Grillo, supera il 10%. Si forma un governo di unità nazionale presieduto da Letta a cui poi Berlusconi toglierà la fiducia provocando la scissione di Alfano. Ma é Renzi, nuovo segretario del Pd, che con una mossa del cavallo procede a sostituire Letta. Nel 2017 nasce la nuova legge elettorale, il Rosatellum, un pasticcio con due liste e un solo voto. Formalmente proporzionale sostanzialmente rigidamente maggioritaria. Stravincono i Cinque stelle che con oltre il 30% diventano il primo partito non coalizzato con nessuno. Si forma un governo in contrasto con le collocazioni elettorali composto da pentastellati e leghisti e presieduto da Carneade Conte. Poi Conte scarica Salvini che si era scaricato da solo e apre al governo col Pd. Non é finita. Renzi mette in crisi anche Conte e arriva Draghi a chiudere la legislatura. Nel 2022 avanti con la Meloni e Salvini e Tajani al guinzaglio (poco dopo muore Berlusconi), ma il terzo polo di Renzi e Calenda conquista l’8%, e nascono le prime tensioni nella maggioranza. Questa la sintesi di trent’anni. Da questo affresco si desume che: qualsiasi legge elettorale esista un terzo polo non coalizzato é sempre stato più o meno in grado di acquisire percentuali accettabili. Non é vero che i non coalizzati sono stati sconfitti. Addirittura i Cinque stelle, non coalizzati, hanno acquisito più voti, nel 2018, delle due coalizioni. Secondo. Le coalizioni presentate agli elettori si sono sempre sfaldate durante la legislatura, con l’unica eccezione del governo Berlusconi del 2001-2006, costretto tuttavia a una crisi e a un rimpasto. Terzo. Tutte le maggioranze di governo, in questi trent’anni, hanno sempre perso le elezioni successive. E questo testimonia la perenne insoddisfazione dell’elettorato. Aggiungiamo un quarto punto: la percentuale dei votanti é scesa precipitosamente verso il basso fino a calare sotto il 50%. L’Italia, che era il paese europeo dove si votava di più, é diventato il paese dove si vota di meno. Vogliono, lorsignori, tenere presente (anche quelli come Renzi che fanno il de profundis al terzo polo) questi quattro argomenti. Oppure parlano per dar aria ai denti? E li digrignano pure.
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Direttore. Nasce a Reggio Emilia nel 1951, laureato in Lettere e Filosofia all’Università di Bologna nel 1980, dal 1975 al 1993 é consigliere comunale di Reggio, nel 1977 é segretario provinciale del Psi, nel febbraio del 1987 è vice sindaco con le deleghe alla cultura e allo sport, e nel giugno dello stesso anno viene eletto deputato. Confermato con le elezioni del 1992, dal 1994 si dedica ad un’intensa attività editoriale (alla fine saranno una ventina i libri scritti). Nel 2005 viene nominato sottosegretario alle Infrastrutture per il Nuovo Psi nel governo Berlusconi. Nel 2006 viene rieletto deputato nel Nuovo PSI. Nel 2007 aderisce alla Costituente socialista nel centro-sinistra. Nel 2009 é assessore allo sport e poi all’ambiente nel comune di Reggio. Dal 2013 al 2022 dirige l’Avanti online.


3 commenti
Come ci ricorda il Direttore, è divenuta una costante o quasi il registrare che le maggioranze di governo non vengono confermate alle urne successive, a testimoniare “la perenne insoddisfazione dell’elettorato” e, mi permetto di aggiungere, a comprova delle difficoltà, e delle complessità, che si trova di fronte chi esercita l’azione di governo, anche nell’intento di corrispondere alle aspettative del corpo elettorale (non a caso corre il detto “piove, governo ladro”), mentre hanno non di rado conferma, dopo il primo mandato, Sindaci e Governatori (aspetto che merita forse una certa qual analisi o comparazione).
Il confronto col passato (quello di oltre tre decenni fa, all’epoca dei partiti cosiddetti identitari) può fornirci qualche indicazione per tentare una risposta alle domande che ci stiamo oggi ponendo, ancorché la partenza sia un po’ in salita, innanzitutto perché nella Prima Repubblica i partiti non avevano una conduzione leaderistica, e la rispettiva linea politica veniva individuata nella periodica dialettica congressuale, anche riguardo alle possibili alleanze, così che l’elettore percepiva già prima del voto quali potevano essere gli eventuali scenari del dopo, ossia quando si materializzavano le intese di governo
Capitava nondimeno che gli Esecutivi non riuscissero a terminare il mandato causa tensioni nelle maggioranze (tanto che si parlava di “Governi balneari”, casomai volti a far anche decantare tali eventuali frizioni, se la memoria non mi tradisce), dal che prese spunto chi puntava al maggioritario, con iniziative che portarono alla prova referendaria, e alla elezione diretta dei Sindaci, cui seguì quella dei Presidenti regionali, due figure che a loro volta potevano nominare i componenti delle rispettive Giunte, ovvero un “impianto” istituzionale che potrebbe essere visto come una anteprima del leaderismo politico.
Per inciso, sorprende abbastanza che quelle linee di pensiero che si sono allora spese per il maggioritario, e per l’elezione diretta dei Sindaci, esprimano oggi contrarietà alla ipotesi Premierato, ma al di là di tale apparente “contraddizione” o “incoerenza”, il leaderismo in politica sembra essere ormai una consolidata realtà, fors’anche spiegabile col fatto che in questa fase storica, nel sentire comune, le rispettive posizioni si vanno radicalizzando e contrapponendo, al punto che gli spazi di mediazione si vanno viepiù riducendo e ciascuna parte in causa cerca di affidarsi a personalità forti e carismatiche.
Stando alle cifre, si può legittimamente ritenere che con qualsiasi legge elettorale esista un terzo polo non coalizzato, più o meno in grado di acquisire percentuali accettabili, come qui leggiamo, ma la mia impressione è che molti elettori guardino oggi a chi viene ritenuto idoneo a gestire fenomeni complessi, anche sul piano internazionale, e le “percentuali accettabili” possono sì consentire di avere una propria rappresentanza parlamentare, ma potrebbero tuttavia divenire via via marginali, e nel contempo ridursi, se non vengono percepite quali forze capaci di assumere responsabilità di governo.
Paolo Bolognesi 08.08.2024
L’impietosa analisi del Direttore svela una dura realtà: in tutti questi anni – e sono tanti – c’è stato tanto “movimento” che però non è mai stato sorretto una vera e propria sostanza “politica”
Condivido quanto scritto da Bolognesi.
Le persone devono vedere dei politici con reali capacità di governo…
Altrimenti vanno con il pifferaio di turno o non votano…
I socialisti a suo tempo…
Pur essendo sempre minoritari…
Erano in governi vari perché avevano personalità di alto livello e che hanno fatto la storia democratica del Paese…
Ormai il civismo imperante…
Porta alle coalizioni dappertutto…
Con qualsiasi legge…
A livello nazionale quindi il civismo è ormai il vero terzo polo…
Con innesti di persone che magari hanno un loro credo politico…
Forse se c’è un movimento strutturato che lo coordina…
Potrebbe essere il vero terzo polo di cui parla Mauro…