Avevamo trattato il tema pochi giorni fa, denunciando le storture del sistema antiabortista piemontese. E a pochi giorni di distanza è arrivata la tanto attesa sentenza del TAR: le Stanze dell’ascolto sono anticostituzionali, e vanno rimosse.
La prima Stanza dell’Ascolto italiana fu installata all’ospedale Sant’Anna di Torino nell’estate di due anni fa, e per gestirla la Regione è arrivata a stanziare fino a tre milioni di euro (fondi pubblici, ovviamente). Ma il TAR Piemonte ha deciso che la convenzione voluta da Cirio, e poi siglata tra il policlinico di Torino e l’associazione pro-vita che la gestisce dal settembre del 2024, “è illegittima“.
La sentenza è stata pronunciata mercoledì 2 luglio a seguito del ricorso presentato dalla Cgil Torino e Piemonte insieme all’associazione “Se non ora quando?“.
Cristina Peddis, segretaria provinciale di Azione, nei giorni scorsi aveva posto l’accento proprio su questo spinoso tema. Oggi dichiara: “È una vittoria delle donne. Finalmente le istituzioni sono intervenute per interrompere questa scandalosa pratica, che obbliga le donne che decidono di interrompere la gravidanza ad ascoltare il battito del feto. La scarsa professionalità degli addetti alla somministrazione di questo “ascolto” è stata riconosciuta dal TAR come tentativo maldestro di indurre le donne a cambiare idea su una scelta che è e deve rimanere libera.
Resta il rammarico che, comunque, sono stati spesi soldi pubblici che avrebbero dovuto e potuto essere investiti in modo più consapevole, magari nel migliorare i servizi resi dai presidi di prossimità.
Oggi le istituzioni sono dalla nostra parte: abbiamo impiegato decenni per le nostre conquiste, non riusciranno a portarcele via”.
Sulla stessa linea le attiviste che per mesi si sono prodigate per raggiungere questo traguardo: “Esprimiamo soddisfazione per la decisione presa dai giudici amministrativi, che hanno ritenuto valide le ragioni che ci hanno portato a opporci al progetto antiabortista della Regione Piemonte. Questa sentenza difende il diritto delle donne di decidere in libertà del proprio corpo, come sancito dalla legge 194 che regolamenta dal 1978 l’interruzione volontaria della gravidanza“, affermano Elena Ferro – segretaria della Cgil Torino, Anna Poggio – segretaria della Cgil Piemonte e Laura Onofri – presidente dell’associazione “Se non ora quando?”.
E i rappresentanti di NonUnaDiMeno Torino aggiungono: “Notizia ottima, soprattutto ricordando tutta la mobilitazione che c’è stata. Ma non dimentichiamo che il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza è ancora ostacolato, nonostante questa sentenza. Siamo contente, ma c’è ancora bisogno di informare”.
Abbiamo già analizzato in precedenza le criticità della situazione sanitaria attuale: poche informazioni alternative all’aborto (o semplicemente preventive) offerte alle donne, soprattutto a quelle più giovani; obiezione di coscienza da parte di molti medici ospedalieri; lunghi e proibitivi tempi d’attesa; dissennata allocazione delle risorse, che sono stornate sul sistema antiabortista piuttosto che su quello preventivo e informativo tipico dei consultorio familiari.
In attesa di leggere la versione integrale della sentenza, va specificato che il tribunale avrebbe accolto, tra le diverse contestazioni del ricorso, l’accezione relativa alla “mancanza di riferimenti alla necessità della verifica in concreto dei requisiti di professionalità, esperienza e formazione in capo ai volontari e alle volontarie”. La convenzione, ritenuta dunque non valida, potrebbe essere modificata in breve tempo, magari tenendo in considerazione proprio le norme relative alle competenze professionali richieste a chi opera all’interno della struttura oggi censurata.
Per questo, molti considerano questo successo solo un piccolo passo nella lunga strada verso l’ideale sociale desiderato. E annunciano:
“Ci batteremo fin quando l’aborto non sarà davvero un diritto accessibile e gratuito per tutti. La chiusura della stanza è solo un simbolo, la battaglia continua“.

