di Vicky Amendolia Vice Segretario nazionale vicario di Socialdemocrazia SD.
Fabrizio Cicchitto ha scritto un articolo dal titolo apparentemente brillante e in realtà funebre: Il socialismo è morto, viva il socialismo.
La sua tesi, spogliata dagli abiti buoni, è semplice: il PSI è finito con Craxi, non avrebbe senso costruire oggi un nuovo soggetto socialista e sarebbe perfino patetico immaginare l’ennesimo partitino di “nobili decaduti”. Meglio, dunque, lasciare il socialismo alle riviste, alle fondazioni, ai convegni, alle commemorazioni e a qualche battaglia specifica, magari sulla giustizia.
Quanto al Comitato Vassalli, nato sulla battaglia garantista per la separazione delle carriere, Cicchitto sembra volerlo ricondurre entro un recinto ordinato: utile, rispettabile, autorevole, purché non pretenda di diventare il nucleo di una più ampia ricomposizione politica. Un comitato di pressione, insomma. Non il seme di una casa comune.
È una posizione chiara. E proprio per questo sbagliata.
Cicchitto non nega il socialismo: lo conserva. Lo mette in bacheca, lo illumina con un faretto e raccomanda a tutti di non toccare. Il socialismo può essere ricordato, studiato, citato, celebrato. Può fare bella figura nei seminari, nelle prefazioni, nelle fondazioni e nelle riviste. Può offrire un po’ di nobiltà retrospettiva a chi oggi milita altrove.
Ma guai a pensare che possa ancora organizzarsi. Guai a pensare che possa tornare a essere soggetto politico. Guai a pensare che possa concorrere, insieme alle altre culture riformiste, socialdemocratiche, liberali, repubblicane, radicali, laiche e garantiste, alla costruzione di una federazione autonoma.
Il socialismo sì, purché innocuo: é una vecchia tentazione italiana: rendere omaggio ai morti per non dover fare i conti con i vivi.
Nessuno pensa di ricostruire oggi il PSI in sedicesimo. La storia non fa repliche e, quando prova a farle, produce cattivo teatro. Ma da questa ovvietà non discende affatto che il socialismo democratico, liberale, riformista e garantista debba ridursi a funzione decorativa.
Il problema non è rifare il PSI. Il problema è impedire che la cultura socialista riformista diventi suppellettile nobile dentro case costruite da altri.
E, soprattutto, il problema non riguarda soltanto Socialdemocrazia SD. Sarebbe una lettura miope e ingenerosa. Il percorso è già molto più largo, più serio e più avanzato.
Da mesi, infatti, si muovono tutte insieme concordemente energie diverse: il Movimento Socialista Liberale degli amici e compagni Mauro Del Bue, Giovanni Crema e Oreste Pastorelli; Socialdemocrazia SD; le esperienze socialiste democratiche e liberali che non si riconoscono più nei vecchi recinti; l’area del Comitato Vassalli; le sensibilità repubblicane, radicali, liberaldemocratiche, civiche ed europeiste che cercano una casa politica non subalterna al bipolarismo attuale.
Forza Italia, Noi Moderati, pezzi del cosiddetto centro e perfino alcune aree riformiste del Partito Democratico possono essere interlocutori. Nessuno lo nega. Ma un conto è dialogare. Un altro è sciogliersi. Un conto è costruire convergenze. Un altro è accettare in partenza una posizione ancillare dentro un campo politico già definito da altri.
La cultura socialista, socialdemocratica, liberale, repubblicana, radicale, laica e garantista non può essere la tappezzeria elegante del salotto altrui il punto non è moltiplicare i socialismi. Il punto è federare ciò che oggi è disperso. E federare non significa costruire l’ennesimo cartello elettorale con il metro in mano e la calcolatrice sul tavolo. Significa fare l’opposto: mettere insieme culture politiche diverse, ma compatibili, dentro una casa comune nella quale nessuno sia ospite tollerato e nessuno sia padrone assoluto.
Tutti protagonisti, nessuno proprietario.
Il cartello cerca il seggio. La federazione cerca il popolo. Il cartello nasce alla vigilia del voto. La federazione nasce sui contenuti, sull’organizzazione, sul radicamento territoriale, sulla selezione della classe dirigente.
È questa la sfida che molti di noi stanno portando avanti: non un socialismo da museo, non una nostalgia in giacca e cravatta, non il culto delle fotografie ingiallite, non la liturgia di chi pensa che basti pronunciare i nomi di Turati, Matteotti, Rosselli, Saragat, Nenni, Craxi e Vassalli per avere automaticamente una politica, perché le radici servono se nutrono l’albero. Se diventano reperti, interessano solo agli archivisti.
Il socialismo liberale di Carlo Rosselli resta attuale proprio perché impedisce due opposte degenerazioni: il socialismo senza libertà, che diventa statalismo, e la libertà senza giustizia sociale, che diventa privilegio. Il liberalismo autentico non è adorazione del mercato. È cultura del limite, della persona, delle garanzie, delle istituzioni. Il socialismo democratico autentico non è adorazione dello Stato. È emancipazione, dignità del lavoro, eguaglianza delle opportunità, libertà concreta.
Per questo liberalismo e socialismo possono incontrarsi. Non nel compromesso al ribasso, ma nel punto più alto e proprio perché questa battaglia è politica nel senso più alto, non può restare orfana di una soggettività più ampia.
C’è un’Italia che non si riconosce nel sovranismo muscolare, ma neppure nel progressismo da salotto. Crede nei diritti, ma anche nei doveri. Nel merito, ma non nel privilegio. Nella sicurezza, ma non nella brutalità. Nell’Europa, ma non in un europeismo notarile e burocratico. Nel mercato, ma non nella religione del profitto. Nello Stato, ma non nello Stato padrone.
Questa Italia esiste. Non è maggioranza organizzata, ma è popolo disperso.
A questa Italia non si può dire: accomodatevi dove c’è già posto. Perché il problema non è trovare una sedia. Il problema è costruire una casa.
Ed è proprio qui che il ragionamento di Cicchitto si rivela debole. Perché non coglie la differenza tra la proliferazione sterile delle sigle e la costruzione, già in corso, di un percorso federativo: nessuno di noi sta giocando ciascuno la propria partita di testimonianza, ma stiamo tentando una sintesi più alta, difficile, faticosa, ma ormai necessaria.Cicchitto teme i “nobili decaduti”. Io temo di più i notai della decadenza: quelli che, con tono assennato, spiegano che non c’è più nulla da fare, che bisogna accontentarsi, che le culture possono sopravvivere solo in forma educata, compatibile, ornamentale.
Noi non vogliamo un socialismo da mensola. Non vogliamo essere il garofano all’occhiello di giacche tagliate da altri sarti.
La sfida è più alta: costruire una federazione riformista, socialista democratica, liberale, repubblicana, radicale, laica, garantista ed europeista. Una federazione che non sia contro qualcuno, ma per qualcosa. Non contro la destra per rifugiarsi nella sinistra. Non contro la sinistra per farsi assorbire dalla destra. Ma contro il bipolarismo sterile e il bipopulismo che hanno impoverito la democrazia italiana: una terza forza, dunque. Non una terza via indistinta.
Una terza forza politica, culturale, organizzata, riconoscibile. Capace di allearsi, certo, ma non di evaporare. Capace di dialogare, ma non di mendicare. Capace di stare nelle istituzioni senza diventare ceto di complemento.
Il punto, oggi, non è scegliere tra nostalgia e resa. È scegliere tra federazione e dissoluzione.
Federarsi davvero o dissolversi. Non c’è una terza via.
La politica non rinasce dove qualcuno consiglia di abbassare la saracinesca. Rinasce dove qualcuno, ostinatamente, decide di riaprirla.
E noi, insieme a molti altri, siamo già da quella parte.


1 commento
L’incontro tra liberalismo e socialismo, qui evocato, aveva già preso corpo ai tempi del PSI a guida craxiana, che lo aveva per così dire concepito e “messo al mondo”, nel senso di esserne stato il progenitore, e dal momento che si tratta di un “abbinamento” molto importante, anche quale strumento per dar risposta alle complesse problematiche dell’oggi, dovrebbe pertanto incontrare largo consenso, al punto di favorire la ricostituzione di una forza socialista,
Sta però di fatto che in questi tre decenni tale ricostituzione non si è resa possibile, e nel ricercare la causa di questo mancato “decollo” si potrebbe anche supporre che solo la personalità del Segretario socialista di allora potesse configurarsi, ed essere vista, come garanzia che il connubio tra liberalismo e socialismo si sarebbe materializzato (e del resto la sua figura era riuscita a tenere insieme le diverse “anime” socialiste, che difficilmente potrebbero riunificarsi).
Se questa mia premessa ha un qualche fondamento, non trovo affatto fuori luogo l’idea che non convenga, o sia addirittura controproducente ove il tentativo fallisca, l’insistere sul riorganizzare un soggetto politico socialista, anche all’interno di formazioni plurime e composite, dove il rischio di una “posizione ancillare” non è escluso, posto che, verosimilmente, sarà comunque il politico che rappresenta, e conduce, la formazione, a dare per così dire le carte.
Il vecchio PSI non è del resto ricordato per taluni suoi provvedimenti di grande rilievo, come lo Statuto dei Lavoratori, di iniziativa socialista, ma per talune azioni del Segretario, vedi il caso Sigonella del 1985, che lo fanno oggi ricordare quale statista, anche dai suoi detrattori dell’epoca, e d’altronde pure quei partiti che si dichiarano fortemente anti- leaderistici non mancano occasione di celebrare i propri Leader del passato (con una qualche dose di ipocrisia).
P.B. 01.07.2026