di Carmine De Pascale
In Italia, sempre più persone scelgono di non votare. Non per pigrizia. Non per disinteresse. Ma perché la politica, così com’è, non convince più. La politica non convince più perché ha smarrito il senso del progetto e della competenza. È così che l’astensionismo è diventato il primo partito, il più trasversale, il più silenzioso e, forse, il più inquietante.
Infatti, in Calabria, alle ultime elezioni regionali ha votato appena il 43,14% degli aventi diritto. Un dato che non può essere liquidato come semplice disinteresse, ma che impone una riflessione profonda sullo stato della democrazia rappresentativa in Italia e in Europa.
La crisi della partecipazione
Negli ultimi vent’anni, la partecipazione elettorale ha subito un declino costante. Se negli anni ’70 e ’80 votare era un atto quasi rituale, oggi è percepito da molti come un gesto inutile, svuotato di efficacia. Proviamo ad individuare ed esaminare le possibili le cause.
La prima è la sfiducia. Le istituzioni appaiono distanti, opache, incapaci di rispondere alle esigenze concrete dei cittadini. I partiti, spesso percepiti come macchine autoreferenziali, non riescono più a rappresentare le istanze sociali, né a costruire visioni credibili di futuro. La politica si è fatta tecnica, gestione ed ha perso il suo slancio ideale, la sua capacità di mobilitare passioni e appartenenze.
A questa disillusione si aggiunge la crisi della rappresentanza. L’offerta politica è frammentata, confusa, talvolta indistinguibile. I programmi si assomigliano, i candidati si alternano senza imprimere svolte reali. Per molti cittadini, votare significa scegliere tra opzioni che non li rappresentano, tra volti che non conoscono, tra promesse che non convincono.
Astensione come protesta
Ma l’astensionismo non è solo rassegnazione. È anche protesta. È una forma di dissenso implicito, un rifiuto del gioco democratico così com’è strutturato oggi. Non votare diventa, per alcuni, un atto di rottura, una dichiarazione di estraneità. È il modo in cui si dice: “Non mi riconosco in questo sistema”.
Questa forma di dissenso è particolarmente diffusa tra i giovani, tra le fasce sociali più fragili, tra chi vive ai margini del dibattito pubblico. È lì che la democrazia perde terreno, dove il voto non è più percepito come strumento di cambiamento, ma come rito vuoto, come parvenza di partecipazione.
Un fenomeno europeo
L’Italia non è sola. In Europa i livelli di astensionismo sono molto differenziati, il più basso è in Belgio dove il voto è obbligatorio e nelle ultime elezioni non ha partecipato al voto l’11,6 degli aventi diritto. Segue la Svezia con un’astensione al 15,8%, Paese che storicamente partecipa. Sempre alle ultime elezioni politiche, la Polonia è al 25,6 % e Spagna al 29,6 di astensionismo. Poi, abbiamo quattro Paesi tutti al di sopra del 30%: la Francia al 33,3, il Regno Unito al 33,9%, la Croazia al 38,1 e da ultima l’Italia con il livello (drammatico) del 39,4%. A livello regionale e municipale tali percentuali peggiorano, come abbiamo visto nel recente caso della Calabria.
A fattor comune tra i vari Paesi europei, le nuove generazioni non si mobilitano più attraverso i partiti, ma attraverso i social, le petizioni online, le proteste spontanee. La politica tradizionale fatica a intercettare questi linguaggi, a dialogare con queste forme di attivismo fluido e intermittente.
La crisi della credibilità politica: tra incompetenza, impoverimento culturale e retorica del disprezzo
Se l’astensionismo è il sintomo, la malattia è più profonda: riguarda la qualità della classe dirigente, la sua capacità di generare fiducia, visione e rispetto. I partiti politici italiani, salvo rare eccezioni, sembrano aver smarrito la funzione originaria di mediazione tra società e istituzioni. Non sono più laboratori di idee, né luoghi di formazione civica. Sono diventati contenitori vuoti, spesso dominati da logiche personalistiche, da fedeltà verticali e da una comunicazione tossica, cioè una comunicazione caratterizzata da critiche costanti, sarcasmo, manipolazione e mancanza di ascolto.
Secondo il rapporto Istat 2025, la sfiducia verso la politica non nasce dall’apatia, ma da una delusione nei riguardi di un sistema che non ha soddisfatto le aspettative. In particolare, il 78% degli italiani ritiene che “i politici proteggano i propri privilegi” e, aggiungerei, la “poltrona” in qualche modo conquistata. Il 58% è invece convinto che “la politica non conti più, perché decidono i mercati”. Questi dati non descrivono solo un distacco, ma una vera e propria frattura tra rappresentanti politici ed elettorato rappresentato, che non trova interesse nella partecipazione alla vita politica.
Incompetenza e impoverimento culturale
La selezione della classe politica è sempre meno fondata su competenze, visione o esperienza. Il merito è spesso sacrificato sull’altare della fedeltà interna, della visibilità mediatica o della capacità di generare consenso immediato. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: figure pubbliche che faticano a costruire discorsi coerenti, che ignorano le basi della Costituzione, che confondono slogan con programmi. E pur di guadagnare consenso temporaneo spesso contraddicono ciò che era stato solennemente dichiarato in precedenza, ignorando che così si perde la fiducia… oltre che la faccia.
Il livello culturale medio di molti rappresentanti istituzionali è preoccupante. Non si tratta di elitismo, ma di una constatazione: chi ha il compito di legiferare, governare, rappresentare, dovrebbe possedere strumenti analitici, conoscenze storiche, sensibilità sociale. E invece, troppo spesso, si assiste a un impoverimento del linguaggio, a una banalizzazione dei temi, a una riduzione della complessità in formule vuote.
La retorica del disprezzo
In questo vuoto di contenuti, la polemica prende il sopravvento. Denigrare l’avversario è diventato lo sport nazionale della politica. Il confronto si è trasformato in scontro, il dibattito in rissa. I talk show ne sono lo specchio: più che idee, si vendono indignazione, sarcasmo, aggressività.
Questa retorica del disprezzo non è solo sgradevole: è profondamente corrosiva. Distrugge la fiducia, alimenta la polarizzazione, allontana i cittadini. Quando la politica si riduce a insulto, perde la sua funzione pedagogica, la sua capacità di elevare il dibattito pubblico. E i cittadini, per autodifesa, si ritirano.
Riconquistare la fiducia: una sfida culturale
La ricostruzione della fiducia non può avvenire solo con riforme tecniche. Serve una rigenerazione culturale. I partiti devono tornare a essere luoghi di formazione, di ascolto, di elaborazione. Devono investire nella qualità dei propri rappresentanti, nella costruzione di visioni credibili, nella capacità di parlare alla società con rispetto e profondità.
Serve una nuova grammatica della politica: meno slogan, più contenuti; meno aggressività, più empatia; meno fedeltà cieca, più responsabilità. Solo così si può sperare di riconnettere la politica al suo popolo e il voto alla sua dignità.
Conclusione: il voto come atto di fiducia
La sfida, oggi, è ricostruire il senso del voto. Non basta invitare i cittadini a recarsi alle urne. Occorre restituire al voto la sua dignità, la sua potenza trasformativa. Serve una politica che sappia ascoltare, coinvolgere, rappresentare. Serve una comunicazione istituzionale più chiara, più empatica e con più coerenza tra parole e fatti.
Occorre investire nell’educazione civica, soprattutto tra i giovani, per far comprendere che la democrazia non è solo un diritto, ma anche una responsabilità. E serve innovare le modalità di voto: facilitare l’accesso, sperimentare il voto elettronico, rendere la partecipazione più semplice e più vicina alla vita quotidiana.
L’astensionismo è il termometro di una democrazia che fatica a parlare ai suoi cittadini. Ma non è irreversibile. Può essere affrontato, compreso, superato. A patto che la politica torni a essere luogo di visione, di conflitto costruttivo, di speranza. A patto che il voto torni a essere un atto di fiducia, non un gesto rituale.
Perché una democrazia senza partecipazione è una democrazia dimezzata. E il silenzio degli elettori, se non ascoltato, rischia di diventare assordante.

