Francesco Accursio ha intervistato la dottoressa Luisa Claudia Tessore, responsabile delle sedi di Brescia e Milano per un celebre organismo di mediazione accreditato presso il Ministero della Giustizia. Di seguito riportiamo quanto emerge da questo interessante colloquio, condiviso dall’autore con tutti noi, alla scoperta del mondo della Mediazione Civile e Commerciale.
Nella memoria visiva condivisa degli italiani risuona ancora l’iconica frase di Totò che, affrontando il suo querulo interlocutore, lo sfida con: “Mi faccia causa!” Questo la dice lunga sull’opinione diffusa tra i cittadini dei costi elevati, tempi biblici ed esiti incerti di una causa in tribunale. Perché mai allora, dopo oltre un decennio dalla sua introduzione, ancora troppe persone non hanno consapevolezza delle opportunità offerte dalla mediazione civile e commerciale, potente strumento di risoluzione stragiudiziale delle controversie? Sembrerebbe materia rimasta ancora troppo spesso “chiusa” nelle stanze degli addetti ai lavori. “Capire la mediazione”, volume di esordio di Luisa Tessore, mediatrice e formatore pratico, affronta, in modo semplice ed accessibile, attraverso una serie di aree tematiche – il perché, le ipotesi, il come, i protagonisti, lo spazio ed il tempo – l’istituto della mediazione, alternando brevi approfondimenti di carattere storico, mitologico, financo matematico.
Quando è stato introdotto nel nostro Paese l’istituto della mediazione civile e commerciale?
Senza entrare nel dettaglio di quello che è stato l’iter della mediazione civile e commerciale in Italia, numerose sono le fonti disponibili per chi desidera approfondire ulteriormente i dettagli normativi e storici, l’istituto nasce dalla direttiva 2008/52/CE, con cui il Parlamento europeo e il Consiglio hanno richiesto agli Stati membri di facilitare l’accesso alla risoluzione alternativa delle controversie (Alternative Dispute Resolution. ADR) e di promuovere la mediazione, garantendo un equilibrio tra tale strumento e il procedimento giudiziario. La necessità di affrontare le criticità emerse nel sistema giuridico nazionale, caratterizzato da processi lunghi e costosi, ha condotto alla promulgazione, il 4 marzo 2010, del decreto legislativo n. 28, “Disciplina della mediazione finalizzata alla conciliazione delle controversie civili e commerciali.” Ad ottobre dello stesso anno, il quadro normativo relativo alla mediazione si è completato con l’emanazione del DM 180.2010, che ha definito i requisiti e le modalità di attuazione. Dichiarata l’illegittimità costituzionale, per eccesso di delega, limitatamente alla parte in cui si prevedeva il carattere obbligatorio della mediazione nelle materie indicate nel decreto, nel 2013, il “Decreto Fare” ha reintrodotto la mediazione obbligatoria come condizione di procedibilità per alcune materie, segnando un rilancio di questo strumento. Con il d.lgs. 149/2022, (Testo coordinato alla “Riforma Cartabia” del d.lgs. 28/10), vi è stata una revisione del testo normativo, con obiettivo il potenziamento degli effetti deflattivi del contenzioso ordinario: tra le novità, l’ampliamento delle materie per cui la mediazione è prevista come obbligatoria. Va anche ricordato che sono stati introdotti principi ai quali la Riforma indicava dovesse ispirarsi tale rinnovamento: onorabilità, trasparenza, efficienza, indipendenza, serietà e qualificazione professionale, dettagliati dal D.M. 150/2023, che ha abrogato il DM 180/2010.
Perché ha scelto quale titolo del suo libro “Capire la mediazione”?
Spesso mi è capitato di parlarne, accorgendomi che ancora troppe persone non la conoscono, spesso confondendola con altri tipi di mediazione, immobiliare, creditizia… L’idea di scrivere questo libro è nata con l’intento di incuriosire chi avesse voluto leggerlo, a capirne le potenzialità e le opportunità, usando un linguaggio semplice ed accessibile. Facendo mie le parole di Galileo Galilei: “Parlare oscuramente lo sa fare ognuno, ma chiaro pochissimi”, pur essendo innegabile che ogni disciplina abbia e debba avere un proprio linguaggio specifico, diverse “comunità parlanti” che utilizzano codici comunicativi propri, è altrettanto vero che, una volta appreso e fatto proprio tale linguaggio, occorre anche saperlo tradurre in modo chiaro e comprensibile per chi non lo possiede. Ritengo che ciò valga anche per la mediazione, che è “delle parti”. Il linguaggio deve assumere il ruolo di denominatore comune, capace di includere tutti. Ma chi sono le parti? Sono individui di ogni estrazione sociale e culturale, con percorsi di studi e ambiti professionali differenti, così come lo sono il loro “bagaglio umano” e le esperienze vissute. Persone che, nel corso della loro vita, privata o professionale, possono trovarsi a dover affrontare una controversia che, se non gestita, sfocia inevitabilmente in un conflitto. E proprio perché la mediazione è un procedimento di risoluzione stragiudiziale orientata agli interessi di cui le parti sono portatrici, interessi, bisogni, aspettative spesso sottesi alla posizione giuridica, di per sé circostanziata, in quanto “cristallizzata” dalla norma giuridica che la riconosce in capo ad un soggetto, con l’aiuto del mediatore, terzo, imparziale e privo del potere di rendere giudizi o decisioni vincolanti, le parti hanno a disposizione uno “spazio” riservato, nel quale le parole e i messaggi non devono incontrare ostacoli, evitando così di appesantirsi di dubbi o fraintendimenti. Più i “riferimenti” sono condivisi, maggiore è la possibilità di comprensione reciproca: un linguaggio comune quale fil rouge che facilita l’ascolto dell’altro e crea uno spazio di dialogo autentico. Ognuno di noi, nel corso della propria vita, privata o professionale, può trovarsi a dover affrontare, mantenere, ripristinare un rapporto e ciò può essere complesso: metaforicamente è come dover attraversare un ponte che unisce due sponde che, pur affacciate sullo stesso fiume, lo vedono e, soprattutto lo guardano, da prospettive diverse. Attraversarlo prevede compiere un atto di fiducia nei confronti dell’altro, consentendogli implicitamente di utilizzarlo a sua volta per avvicinarsi a noi. In mediazione le parti hanno a disposizione uno strumento versatile che consente di ricercare un accordo sulla base di un’autonoma rappresentazione della vicenda, senza dover sottostare ad una decisione etero-imposta proveniente dall’autorità giudicante. Ed è proprio l’autogestione della controversia tra i soggetti coinvolti a facilitare accordi con-divisi e con-decisi.
Come descriverebbe la figura del mediatore, considerando non solo il dettato normativo?
Mi piace paragonare un incontro di mediazione ad una reazione chimica, un processo in cui sostanze di partenza, i reagenti, si trasformano in altre d’arrivo, i prodotti: si rompono legami e se ne formano di nuovi. Non cambiano gli elementi coinvolti, a cambiare sono i tipi di legame. Come nelle reazioni chimiche i catalizzatori ne modificano la velocità, rimanendo inalterati e non entrando a far parte dei prodotti finali, così il mediatore, terzo ed imparziale, aiuta le parti a superare il conflitto, considerandolo e riformulandolo, offrendo a ciascuna di esse l’esperienza di sentirsi ascoltata e capita, fuori dal giudizio. Solo così si ha l’opportunità di sviluppare un pensiero pragmatico, di creare nuovi inizi, di ridefinire il passato. Se le parti hanno il diritto e la responsabilità di far emergere le proprie ragioni, bisogni, aspettative, desideri, il mediatore deve liberarsi da eventuali pregiudizi, preconcetti e innate simpatie o antipatie, spogliandosi di fatto dei limiti insiti nella natura umana che potrebbero condizionare il suo ruolo. La formazione di un mediatore, iniziale e soprattutto continua, è un elemento essenziale per garantire la qualità e l’efficacia del processo di mediazione. Tuttavia, mai ci si deve sentire “arrivati” o depositari di un sapere “sufficiente”. Non sono la sola, anzi, a ritenere che, nonostante la nuova riforma presenti alcuni profili di innovazione nel contesto di un procedimento di mediazione, sia ancora insufficiente in tema di formazione continua e specializzata, date le caratteristiche poliedriche di tale istituto, che prevedono competenze multiple. Il mediatore deve quindi essere disponibile a continuare a formarsi, mettere in discussione le proprie competenze e sviluppare nuove conoscenze.

