C’é di bello che Trump dice sempre quel che ha fatto e perché. A lui poco o nulla interessava la validità o meno delle elezioni venezuelane del 2024 che avevano sancito la vittoria di Maduro anziché di Gonzales Urrutia che forse le aveva vinte davvero. E dubito che l’intervento militare di stanotte, che ha colpito siti militari e civili e portato all’arresto di Maduro e di sua moglie, fosse causato dalla droga, dalla difesa della popolazione americana dai flussi di sostanze che liberamente partivano dal Venezuela e passando dal Messico arrivavano negli stati americani. Sì, Trump ha declassato Maduro da leader del Venezuela a narcoterrorista, dichiarando che lui personalmente sarebbe il capo del Cartel de los Soles, l’organizzazione di trafficanti di droga dichiarata dal governo Usa terroristica. Per lui un’operazione militare in altro stato é in questo senso un’operazione anti terrorismo e non aveva bisogno, per questo, di un via libera dal Parlamento. Questo é un escamotage. Le vere motivazioni mi paiono invece altre due. La prima, come ha osservato giustamente Marco Taradash, quella del “cortile di casa” evocata dalla dottrina Monroe e cioè di non avere nemici al confine, e in particolare di agire nell’America latina come ai tempi di Nixon, anche se almeno allora esisteva la guerra ideologica contrapposta. La seconda é l’interesse economico. Il Venezuela é dotato di possenti fonti energetiche. Lo ha confessato Trump o se l’é lasciato sfuggire, come gli capita spesso, dichiarando che gli Usa “saranno fortemente coinvolti nell’industria energetica venezuelana”. Chi pensa che il presidente abbia mai agito con altri e più nobili motivi che non fossero quelli inerenti gli interessi economici del suo paese (e qui bisognerebbe chiedersi se esista un reale sbarramento tra questi e quelli personali) non afferra il senso della sua “America first”. La legittimità di una scelta per lui non riguarda “astruse” regole di carattere internazionale, ma semplicemente il suo interesse come presidente e quello presunto del suo solo paese. L’Onu, la Nato, le organizzazioni internazionali sono per lui inutili fardelli. Naturalmente lungi da noi difendere Maduro, e decantarlo come vittima e addirittura elevarlo a una sorta di nuovo Allende. Mi aspetto tuttavia che qualcuno, a sinistra, si esponga in questa blasfema equiparazione. Il carattere autocratico e financo dispotico dell’esercizio del suo potere é ampiamente dimostrato. Può anche essere che l’operazione “mordi e fuggi” di Trump possa portare benefici: chissà, una presidenza Gonzales o addirittura Machado, recentemente insignita del Nobel per la pace. Resta il fatto che come sottolinea Gutterres, segretario dell’Onu, questa azione è un colpo al diritto internazionale. Lo ha dichiarato anche il leader spagnolo Sanchez che pure non ha riconosciuto Maduro come legittimo presidente, mentre Starmer ha solo affermato che la Gran Bretagna non é coinvolta nell’operazione e la Meloni, più prudentemente, ha osservato che pur non condividendo l’intervento questo le risulta legittimo (ma se é legittimo perché non lo condivide?). Il vero problema é che l’intervento militare di Trump in Venezuela indebolisce il fronte di chi, in nome dell’indipendenza dei popoli e dell’autonomia degli stati, ha sostenuto l’Ucraina a difendersi e la Cina a non invadere Taiwan. Che il mondo si possa dividere fra tre grandi potenze che se ne fregano dei diritti, anzi mal li sopportano, e affermano a qualsiasi condizione il loro potere di ingerenza é ormai chiaro. Che Trump e Putin siano sostanzialmente sodali solo i ciechi non lo avevano capito. Che la Cina sia il vero pericolo degli Stati uniti nel mercato globale era chiaro da tempo. Ma se Pechino invaderà Taiwan Trump non avrà più un’arma politica da giocare. Da sola l’America first coniugata con il ritorno della dottrina Monroe non allarga il fronte degli alleati. Anzi lo restringe in un cappa di nefasto nazionalismo. Mai come oggi esiste la necessità di un altro polo, quello della “democrazia first”, e l’Europa, questo dovrebbe rappresentare, anche per storia: il continente dei diritti e del rispetto della indipendenza e della libertà dei popoli. Ma se non si unisce? Se non si unisce muore non solo l’Europa ma anche il diritto.
- Associazione socialista liberale
- Cose di provincia
- Dai teatri e altro
- Dal mondo
- Economia e Lavoro
- Il Mondo è Bello perché è Avariato
- Giustizia
- Il Corriere della Pera
- In evidenza
- Istituzioni e territorio
- L’editoriale
- L’occhiodelbue
- Non menare il can che dorme
- Parliamo di noi
- Pillole di cultura
- Politica
- Politique d’abord
- Prampoliniana
- Prima pagina
- Redazione
- Route El Fawari
- Sanita
- Sport in pillole
- Storia socialista
- Suffrangetta
Direttore. Nasce a Reggio Emilia nel 1951, laureato in Lettere e Filosofia all’Università di Bologna nel 1980, dal 1975 al 1993 é consigliere comunale di Reggio, nel 1977 é segretario provinciale del Psi, nel febbraio del 1987 è vice sindaco con le deleghe alla cultura e allo sport, e nel giugno dello stesso anno viene eletto deputato. Confermato con le elezioni del 1992, dal 1994 si dedica ad un’intensa attività editoriale (alla fine saranno una ventina i libri scritti). Nel 2005 viene nominato sottosegretario alle Infrastrutture per il Nuovo Psi nel governo Berlusconi. Nel 2006 viene rieletto deputato nel Nuovo PSI. Nel 2007 aderisce alla Costituente socialista nel centro-sinistra. Nel 2009 é assessore allo sport e poi all’ambiente nel comune di Reggio. Dal 2013 al 2022 dirige l’Avanti online.


4 commenti
Anno nuovo, guerre nuove. Cosa vi aspettavate, cachera.
Liberté, égalité, fraternité: Trump le cancella tutte.
Mi pare illusorio sperare in un’azione dalla cosiddetta Europa, che non brilla come UE e che sembra esprimersi, nel mondo trumpiano, soltanto nel concetto di “volenterosi” per l’Ucraina.
Stiamo vivendo una terza guerra mondiale a macchia di leopardo e non l’avete ancora capito. Le nazioni si stanno armando e voi credete che il mondo reale siano i social network. Vi accorgerete che è giunta l’Apocalisse quando i vostri smartphone, da cui non siete in grado di staccare lo sguardo, vi molleranno.
Un articolo lucido, che ha il merito raro di chiamare le cose con il loro nome, senza infingimenti morali. E tuttavia proprio questa chiarezza rende ancora più stridente l’aberrazione di fondo: l’idea, mai davvero dismessa dagli Stati Uniti, di potersi arrogare un diritto di ingerenza permanente nelle vicende interne altrui, trasformando il diritto internazionale in un orpello facoltativo.
Che Maduro sia un autocrate non è in discussione; che lo si possa abbattere per decreto unilaterale, travestendo l’intervento militare da operazione antiterrorismo, lo è eccome. Qui non siamo davanti a una scelta “scomoda ma necessaria”, bensì all’ennesima conferma di una logica imperiale che decide ex post le categorie giuridiche utili a legittimarsi: oggi narcoterrorista, domani nemico della libertà, dopodomani ostacolo agli interessi energetici.
Il punto non è difendere Maduro – impresa indifendibile – ma difendere un principio: che la forza non possa sostituirsi al diritto senza conseguenze sistemiche. Perché ogni volta che Washington scavalca le regole, indebolisce non solo l’Onu o l’Europa, ma anche le ragioni di chi invoca la sovranità e l’autodeterminazione altrove. La dottrina Monroe aggiornata all’era Trump non è realpolitik: è un’ammissione di sfiducia nella democrazia come valore universale. E su questo, più che sulle sorti del Venezuela, si misura la vera posta in gioco.