di Carmine De Pascale
“L’idea di un intervento mirato nasconde il pericolo di ripetere gli errori che hanno segnato l’Iraq”
L’ipotesi che Donald Trump autorizzi un’operazione militare per recuperare circa 450 chilogrammi di uranio arricchito in Iran – probabilmente nei tunnel sotterranei del complesso nucleare di Isfahan, colpito dai raid USA ‑ Israele dello scorso giugno, non è più fantapolitica. È uno scenario discusso apertamente e riportato dal Wall Street Journal e rilanciato da diverse testate internazionali.
Secondo stime di esperti militari e nucleari, si tratterebbe di una delle operazioni speciali più complesse e rischiose della storia recente: un intervento che potrebbe richiedere fino a un migliaio di uomini sul terreno, tra forze speciali, genieri, unità di protezione e supporto aereo, impegnati per giorni – se non settimane – nel cuore di un Paese ostile, sotto la minaccia costante di droni, missili e milizie.
Trump, stando alle ricostruzioni, non ha ancora deciso. Ma ha chiarito un punto: quell’uranio, vicino alla soglia militare, non può restare nelle mani di Teheran. E, se la diplomazia fallisse, non esclude di “andarselo a prendere”.
Dietro questa frase, apparentemente semplice, si nasconde un bivio strategico per gli Stati Uniti. Perché un’operazione del genere non sarebbe solo un raid chirurgico: rischia di essere la porta d’ingresso verso un nuovo pantano mediorientale.
Dal “colpo di mano” alla guerra lunga: la lezione irachena
Per capire la portata del rischio, basta tornare a un precedente che Washington conosce fin troppo bene: l’Iraq.
Lì non si parlava di mille uomini delle forze speciali, ma di circa 300.000 militari coinvolti nella fase iniziale dell’intervento e nelle rotazioni successive. Eppure, nonostante la superiorità tecnologica, la rapidità del collasso del regime di Saddam e l’apparente “facilità” della campagna iniziale, gli Stati Uniti non riuscirono a ottenere in tempi brevi un risultato politicamente stabile e militarmente sostenibile rispetto alle forze e ai mezzi messi in campo.
Il problema non fu solo militare. Fu strategico e politico:
- Sottovalutazione del dopo: si pianificò la guerra, non la pace.
- Eccesso di fiducia nella rapidità: si pensò che la superiorità militare bastasse a piegare la realtà politica e sociale.
- Mission creep: l’obiettivo iniziale (“disarmare l’Iraq”) si trasformò in occupazione, nation‑building, controinsurrezione, con un’escalation di costi, vittime e risentimento anti‑americano.
Oggi, chi immagina un’operazione “limitata” in Iran per recuperare l’uranio di Isfahan rischia di ripetere lo stesso errore concettuale: credere che si possa controllare la scala e la durata di un intervento una volta che il primo soldato americano ha messo piede sul suolo iraniano.
Iran non è Iraq: più grande, più difficile, con un territorio impervio 
L’Iran non è l’Iraq per i diversi aspetti da considerare, come:
- Dimensioni: l’Iran ha una superficie circa doppia rispetto a quella irachena.
- Geografia: è un Paese dal territorio complesso, con catene montuose che frammentano il territorio, rendono complessi i movimenti e favoriscono difesa, imboscate, guerriglia.
- Profondità strategica: i siti nucleari chiave – come Isfahan e Natanz – sono collocati in aree interne, protette, spesso sotterranee, progettate proprio per resistere a bombardamenti e operazioni di sabotaggio.
Una missione per recuperare l’uranio non significherebbe semplicemente “entrare, prendere e uscire”. Vorrebbe dire:
- Mettere in sicurezza un’area ostile: perimetri da controllare, vie di accesso da proteggere, minacce da neutralizzare.
- Operare in un ambiente contaminato e complesso: l’uranio è in forma gassosa in cilindri difficili da maneggiare, che richiedono mezzi specializzati, ingegneri altamente qualificati e cask di trasporto, cioè di contenitori schermati ad alta tecnologia progettati per il traporto sicuro di materiali radioattivo
- Gestire il tempo: più giorni sul terreno significano più vulnerabilità, più possibilità di incidenti, più margine per la reazione iraniana.
Non è un caso che alcuni ex comandanti NATO abbiano definito un’operazione del genere “la più grande operazione di forze speciali della storia” e che lo stesso direttore dell’AIEA, Rafael Grossi, abbia espresso dubbi sulla sua fattibilità tecnica e sulla sicurezza del trasporto del materiale.
In altre parole: anche se sulla carta si parla di “forze speciali” e non di “invasione”, la complessità logistica e operativa spinge inevitabilmente verso una presenza più ampia, più lunga, più esposta.
I rischi strategici per gli Stati Uniti
- Escalation militare e perdita di controllo
Un’operazione sul territorio iraniano, per quanto presentata come “limitata”, sarebbe percepita da Teheran come un atto di guerra su vasta scala.
L’Iran ha dimostrato di saper rispondere in modo asimmetrico:
- attacchi con droni e missili contro basi e navi americane;
- mobilitazione delle milizie alleate in Iraq, Siria, Libano, Yemen;
- sabotaggi e ritorsioni nel Golfo e nello Stretto di Hormuz.
Ogni giorno in più di presenza americana sul terreno aumenterebbe il rischio di incidenti, perdite, ostaggi, abbattimenti. E con essi, la pressione interna negli Stati Uniti per “finire il lavoro”, allargando l’operazione. È esattamente il meccanismo che, in Iraq, trasformò una campagna “rapida” in una guerra lunga.
- Il boomerang politico interno
Trump potrebbe presentare l’operazione come un gesto di forza per impedire all’Iran di arrivare alla bomba. Ma il costo politico di un eventuale fallimento – o anche solo di un successo pagato a caro prezzo in vite umane – sarebbe enorme.
L’opinione pubblica americana è stanca di guerre mediorientali senza un chiaro “end state”. Ogni bara avvolta nella bandiera, ogni immagine di soldati intrappolati in un’operazione che si prolunga oltre le promesse iniziali, riaprirebbe ferite non rimarginate di Afghanistan e Iraq.
- La credibilità dell’ordine internazionale
C’è poi un tema di principio: gli Stati Uniti rivendicano di agire per impedire la proliferazione nucleare. Ma un’operazione unilaterale, condotta con forze speciali in un Paese sovrano, senza un chiaro mandato internazionale, rischia di indebolire proprio quell’ordine che dicono di voler difendere.
Se Washington si arroga il diritto di intervenire militarmente per “sequestrare” materiale nucleare, altri attori potrebbero sentirsi legittimati a fare lo stesso in contesti diversi. La norma si trasforma in eccezione permanente, e l’eccezione diventa precedente.
Il paradosso strategico: vincere il raid, perdere la partita
Il punto centrale è questo: gli Stati Uniti potrebbero anche riuscire, tecnicamente, a portare a termine l’operazione. Potrebbero penetrare in Iran, mettere in sicurezza il sito, recuperare parte o tutto l’uranio, evacuare uomini e materiale.
Ma la domanda vera è: a quale prezzo strategico?
- Se l’operazione scatena una lunga fase di ritorsioni e instabilità regionale, il “successo tattico” si trasforma in sconfitta strategica.
- Se l’Iran, colpito nel cuore, accelera clandestinamente altri programmi o si sgancia ulteriormente da ogni vincolo con l’AIEA, il rischio nucleare non diminuisce: si sposta solo di livello, diventando meno controllabile.
- Se gli Stati Uniti si ritrovano intrappolati in un nuovo ciclo di escalation in Medio Oriente, con forze impegnate su più fronti, la loro capacità di deterrenza globale—dall’Europa all’Indo‑Pacifico—ne esce indebolita.
È il paradosso delle operazioni “brillanti” ma miopi: si vincono i metri di un tunnel sotterraneo, si perdono i chilometri della strategia.
Conclusione: la vera forza è nella lucidità, non nell’azzardo
Trump, secondo le ricostruzioni, è consapevole dei rischi e non ha ancora preso una decisione. È un dettaglio importante: significa che, almeno per ora, la porta della diplomazia non è chiusa.
La storia recente offre una lezione chiara: non basta avere la forza per entrare in un Paese; bisogna avere la strategia per uscirne. In Iraq, 300.000 uomini non bastarono a trasformare una vittoria militare in un risultato politico duraturo. In Iran, un’operazione speciale presentata come “limitata” rischia di essere l’innesco di un conflitto più ampio, più lungo, più difficile da controllare, in un territorio più vasto e più ostile.
La vera domanda, oggi, non è se gli Stati Uniti possano tecnicamente recuperare quei 450 chilogrammi di uranio. È se siano disposti a pagare il prezzo – militare, politico e strategico – di tutto ciò che inevitabilmente verrebbe dopo.

