Nella storia infinita di scissioni, divisioni e unificazioni che hanno caratterizzato la vita del socialismo italiano fin dal suo nascere nel 1892, la scissione consumata a Reggio Emilia in occasione del XIII Congresso nazionale del 1912, ha rivestito un’importanza particolare. In primo luogo perché sanzionò la vittoria definitiva di Mussolini nel Psi e divise la frazione riformista. In secondo luogo perché avvenne con la guerra libica in corso e con il primo conflitto mondiale ormai alle porte.
I principali esponenti espulsi appartenevano al gruppo storico del partito ed erano tra i più amati dagli iscritti. Avevano partecipato alla nascita del partito a Genova, avevano subito il carcere, avevano fondato le Leghe di resistenza, le mutue, le cooperative e il sindacato. Il loro capo, Leonida Bissolati, già direttore dell’Avanti!, deputato dal 1897, era conosciutissimo come combattente, uomo di cultura, giornalista e valente deputato. Amico e collaboratore di Turati e di Prampolini, rappresentò sempre una spina nel fianco dei conservatori e del cattolicesimo più bigotto e reazionario. Oltre alla critica per la disponibilità da loro dimostrata a prendere in considerazione alcune riforme sociali proposte da Giolitti, due furono gli atti politici specifici presi in considerazione per giungere alla espulsione dei “destri”. La prima accusa riguardò la posizione di sostegno espressa da Bissolati sulla guerra libica, nettamente in contrasto con quella ufficiale del PSI, pronunciata in parlamento da Turati. Il secondo capo d’imputazione riguardò quanto fatto e dichiarato da Bissolati, Cabrini e Bonomi in occasione dell’attentato fallito al re perpetuato dal muratore anarchico Antonio D’Alba il 14.05.1912.
I tre deputati socialisti, infatti, si recarono al Quirinale con una delegazione parlamentare per esprimere ai reali la soddisfazione per lo scampato pericolo. A questo proposito anche nel Reggiano la Federazione prov. dovette occuparsi dei casi di Borciani, Mazzoli e Panizzi, che manifestarono in pubbliche manifestazioni il loro omaggio al re. In quella occasione tuttavia non si parlò di espulsione, limitando il provvedimento a una severa critica. Mussolini invece, nel chiedere la loro espulsione dal partito, così si espresse “Il re è un cittadino inutile e l’attentato subito non è altro che un infortunio del mestiere“. Circa poi l’attenzione mostrata dai “destri” verso le riforme proposte da Giolitti la definì frutto di “cretinismo parlamentare“.
In compenso pare che Bissolati nell’accingersi a salire sul podio per esporre le ragioni che lo avevano portato a compiere quelle scelte, pare abbia confessato a un delegato: “State attenti. Date il partito in mano a un ragazzo che insanguinerà l’Europa“. Assente Prampolini perché ammalato, il compito di rappresentare il pensiero dei riformisti reggiani toccò a Zibordi. Con 12556 voti il futuro Duce vinse il congresso e ottenne la cacciata dei social-riformisti di Bissolati. Il 10 luglio, dunque, i “destri” si riunirono presso l’albergo Scudo di Francia e decisero di costituirsi in partito autonomo che chiamarono Partito Socialista Riformista Italiano.
Oltre ai tre principali protagonisti cerano Bernini, Bertesi, Berenini, Canepa, Zerboglio, Nofri, Badaloni, Chiesa, Giacomo Ferri, Bosco Garibaldi, De Felice, i reggiani Pietro Articoli e l’ex deputato Giacomo Maffei. Azione Socialista diventò il loro organo ufficiale di partito. La loro espulsione mise in seria difficoltà politica i “riformisti di sinistra” di Turati, Prampolini che ora si videro facile obiettivo dell’estremismo di Mussolini. Il vero motivo politico della discussione in seno al Congresso riguardò, invece, una diversa concezione della funzione storica del partito. I “destri” furono accusati di ridurre l’azione socialista ai sindacati e alle cooperative, svilendo quella propagandistica e politica, auspicando una partecipazione al governo e una progressiva dissoluzione del partito come autorità centralizzata, che per dirla con una espressione cara a Bissolati si era ridotto a un “ramo secco”.
I social-riformisti reggiani non riuscirono mai a circondarsi di un seguito significativo. Solo nei comuni di Scandiano e Correggio riuscirono a formare un piccolo gruppo di aderenti. Ma chi furono i “destri ” reggiani? Innanzitutto vanno ricordati i primi due sindaci della città, l’avv. ed ex parlamentare Alberto Borciani e il pittore Gaetano Chierici, l’ex deputato Giacomo Maffei, il dott Pietro Petrazzani, già direttore dell’istituto San Lazzaro e in seguito primo sindaco di una giunta fascista nel 1922, Adelmo Borettini vice sindaco Socialista nel 1914, poi podestà nel 1931, i dirigenti socialisti di Correggio Luigi Diacci e Gioacchino Ferretti, gli avvocati correggesi Quintilio Busani e Giuseppe Strozzi.
A Scandiano il caso più clamoroso fu quello di Pietro Artioli, uno dei primi socialisti in terra reggiana. Infine è giusto ricordare anche Giuseppe Panciroli, lo strillone-tenore de La Giustizia, che si improvvisò primo strillone de Il Popolo d’Italia. La prima uscita pubblica del PSRI si ebbe con la ricorrenza del 1° Maggio 1913, quando fu diffuso a Scandiano e in altre località limitrofe, il numero unico 1° Maggio Riformista. Per la verità allegarono anche lo statuto, il regolamento e le modalità d’adesione al partito. In esso venne ripresa tutta la polemica dei mesi precedenti e, in particolare, si denunciò la mancata candidatura per il collegio di Castelnovo né Monti dell’avv. Laghi, contestando nello stesso tempo quella di Storchi a Correggio.
E’ sempre rimasto difficile comprendere le ragioni che portarono diversi amministratori, dirigenti politici o ex deputati di primo piano, da sempre seguaci di Prampolini, a uscire dal partito, per confondersi con coloro che andavano sostenendo idee e principi decisamente contrari a quelli da loro sempre sostenuti. Probabilmente furono due i fattori che spinsero alcuni a compiere tali scelte: dapprima un forte sentimento nazionalista e patriottico, insofferente al nascente bolscevismo del biennio rosso.
Le elezioni politiche dell’ottobre 1913 videro il PSRI assumere a Reggio e provincia una posizione di astensione e di forte polemica nei confronti dei socialisti. Probabilmente la loro scelta fu obbligata, vista l’esiguo numero degli aderenti, dall’impossibilità di formare autonome liste elettorali.
I riformisti a Reggio restavano Prampolini, Zibordi, Roversi, Vergnanini e compagni. La loro storia, le loro realizzazioni, i loro valori non lasciavano spazio politico ad altre avventure che avrebbero solo indebolito il fronte riformista. In campo nazionale, tuttavia, il PSRI riuscì ad eleggere 26 deputati, contro i 53 dei socialisti. Quella affermazione si rivelò ben presto effimera, visto che nel volgere di alcuni anni, soprattutto dopo la morte di Bissolati, avvenuta nel 1920, il PSRI scomparve dalla scena politica, confondendosi nei blocchi nazionali e con il nascente nazionalismo fascista.

