di Carmine De Pascale
La guerra russo-ucraina ha infranto l’illusione di una “pace perpetua” nel continente e l’idea di una difesa autonoma non è più un’opzione teorica, ma una necessità sistemica. I recenti cyber attacchi ed i provocatori sconfinamenti nello spazio aereo della Nato con droni e aerei da parte di Mosca hanno connotato di urgenza il tema della difesa europea. È per questo che con senso di responsabilità ci siamo trovati a riflettere sul “Programma Readiness 2030” e sul crescente fermento che attraversa il panorama della sicurezza europea.
L’argomento è stato trattato con straordinario tempismo rispetto alle mutazioni dello scenario internazionale, su iniziativa del senatore Etelwardo Sigismondi, in un convegno organizzato dall’Associazione Culturale Omnia Nos, a Roma, nella prestigiosa sala Zuccari di Palazzo Giustiniani del Senato della Repubblica.

Giusto qualche cenno per conoscere meglio questo gruppo associativo. Si tratta di un’associazione culturale – di cui sono onorato di essere il presidente – nata dalla volontà di un gruppo di alcuni cittadini per restituire centralità al dibattito culturale e geopolitico. Non è soltanto un’associazione: è un laboratorio di idee, un crocevia di visioni, una voce che si leva contro l’appiattimento del pensiero. Per questo, ha organizzato convegni, dibattiti e tavole rotonde su temi di scottante attualità di carattere sociale e sulle crisi internazionali coinvolgendo sempre relatori esperti, tra i quali anche associati che per passione o spessore professionale hanno acquisito specifiche competenze nelle materie in trattazione.
L’evento di approfondimento del 23 settembre scorso sul tema “Il Programma Readiness 2030 e il crescente fermento per la sicurezza in europea” sono intervenuti il Sottosegretario alla Difesa Isabella Rauti, il Senatore Etelwardo Sigismondi, l’Onorevole Matteo Richetti, il Generale Massimiliano Del Casale e il dottor Marcovalerio Pozzato presidente della sezione della Corte dei conti per l’Emilia Romagna e la giornalista Lucia Abbatantuono, che ha sapientemente diretto e moderato gli interventi.

Readiness 2030 è un piano comunitario proposto dalla Commissione europea il 4 marzo 2025 e volto a rafforzare le capacità militari dell’Unione europea. Ha l’obiettivo di investire fino a 800 miliardi di euro per rafforzare le capacità di difesa europea in risposta alle minacce geopolitiche dovute in particolare alla guerra in Ucraina e alle incertezze del sostegno militare degli Stati Uniti.
Nel corso del convegno, la sottosegretaria Rauti ha parlato di “instabilità pervasiva globale” che non mette al riparo direttamente o indirettamente nessun territorio ed ha continuato evidenziando come oggi siamo interessati da tempi e venti di guerra ai quali non eravamo abituati. Nel suo intervento ha invitato a comprendere, senza allarmismi ma con realismo, come la spesa militare significhi investire in sicurezza “perché non vi possono essere libertà e democrazia senza una cornice di protezione e garanzie”.
Qualche giorno fa, il ministro delle Difesa, Guido Crosetto aveva recentemente dichiarato “l’Italia non è pronta alla guerra”, non avendo investito più in difesa negli ultimi vent’anni. Per questo, ha spiegato Isabella Rauti, il nostro Paese ha già chiesto 15 miliardi dai finanziamenti diretti del fondo SAFE (Security Action for Europe), da investire nel settore della Difesa, ma anche in reti informatiche per far fronte alle crescenti minacce di guerra ibrida, che vanno dalla disinformazione al cybercrime.
L’onorevole Richetti ha menzionato i pregiudizi ideologici che condizionano le scelte italiane in materia di spese per la difesa e non tanto la scarsità “coperta corta” dei fondi pubblici. Lo ha dichiarato Matteo Richetti, membro della delegazione parlamentare italiana presso l’Assemblea parlamentare della Nato, intervenendo al convegno in titolo. Ed ha continuato “In Italia tutti vogliono la sicurezza, ma nessuno vuole parlare di armi e ancora oggi, nel dibattito politico, non si può pronunciare la parola ‘riarmo’. Vorrei sapere se sugli 800 miliardi del piano ‘Readiness’, il nostro Paese accederà alla parte dei 650 miliardi previsti in deroga al patto di stabilità. Non lo sappiamo proprio, perché significherebbe dichiarare di investire in armi e questo in Italia, non riusciamo a dirlo”, ha commentato il capogruppo di Azione alla Camera, aggiungendo: “Di fronte alle crescenti tensioni internazionali e all’Europa che non è più in grado di difendersi da sola, nel nostro Paese si deve recuperare il gap in sicurezza, sotto il piano degli strumenti, della tecnologia, delle infrastrutture dual use. Nella prossima legge di Bilancio, come opposizione, sono favorevole a un investimento in difesa, in interoperabilità e messa in sicurezza del Paese: questi gesti devono cambiare i comportamenti della politica, mettendo da parte la propaganda che, invece, non ci porterà molto lontano”.

Il generale Del Casale, già presidente del Centro Alti Studi della Difesa, ha inizialmente disegnato una panoramica dello scenario internazionale, ponendo l’enfasi sulle articolate relazioni tra le grandi potenze, come Stati Uniti e Russia e, in particolare, sulla propensione della Cina ad espandere i propri interessi e la propria presenza come si può ben constatare in Africa. Nel restringere il campo sull’Europa ha voluto sottolineare come l’idea di un esercito comune sia al momento non perseguibile dal punto di vista militare. Il modello di riferimento dovrebbe essere quello della Nato, già sperimentato con in operazioni e continui addestramenti. Tale modello che vede operare gli eserciti europei con standard e procedure comuni ha dimostrato di ben funzionare. L’Europa per costruire la sua difesa avrebbe bisogno di una struttura centrale di comando controllo e dei fondi necessari al potenziamento delle capacità militari degli Stati membri.
In linea generale, il pensiero comune è stato quello che L’Europa non può più permettersi di delegare la propria difesa. La dipendenza strutturale dagli Stati Uniti e dalla NATO, pur ancora fondamentale e irrinunciabile, mostra criticità evidenti. È ormai chiaro che l’interesse americano verso l’Indo-Pacifico, le oscillazioni della politica estera di Washington e le tensioni transatlantiche ci inducono a pensare che in un mondo sempre più multipolare e instabile l’Europa non può più continuare a basare la propria sicurezza su garanzie esterne.
l’Europa deve dotarsi di una capacità autonoma di difesa. Non in contrapposizione alla NATO, ma in complementarità. L’autonomia strategica non è isolamento, ma è la capacità di agire, decidere e difendersi in modo coordinato, credibile e sostenibile.
La sicurezza non è un bene scontato, ma una risorsa da costruire e proteggere e la guerra in Ucraina ha accelerato questa presa di coscienza. L’Europa ha davanti a sé una sfida storica – non rinviabile – e il tempo per agire è ora!


1 commento
Certo, oggi, non bastano più “otto milioni di baionette”!