Segue da qui Ma ci vuole più di una risoluzione violenta per diventare violento: molte persone preferiscono le minacce che sono espressioni di rabbia e non serie intenzioni violente. Nei film, nei libri, nella mente di chi non ha mai provato una vera situazione di violenza si può concepire che chiunque si infuri sia capace di uccidere qualcuno. Ci vuole coraggio ad oltrepassare quella soglia anche perché di fatto si mette a rischio la propria sicurezza fisica, la libertà, il benessere psicologico e si può correre anche un rischio mortale. Quindi la domanda che il soggetto brutalizzato e da poco belligerante ora si pone è: “Quando arriverà il momento, sarò in grado di fare seriamente male a qualcuno o no?”
TERZA FASE – L e P r e s t a z i o n i V i o l e n t e
All’inizio di questa terza fase il soggetto non si sente ancora sicuro della propria capacità di violenza: sarà fondamentale quanto riterrà di essere provocato per decidere se intraprendere un’azione violenta. Athens identifica 4 livelli di provocazione: nessuna, minima, moderata e massima e ha rilevato che i criminali da lui intervistati, nelle loro prime prestazioni violente, avevano risposto solo ai due gradi superiori di sfida. E talvolta nemmeno a quelli perché il soggetto può considerare sfavorevoli le condizioni di sfida.
Il risultato immediato della prestazione violenta iniziale del soggetto è influente quanto il grado di provocazione. In uno scontro violento il soggetto può vincere o può perdere, ma può anche non giungere ad un risultato finale netto. I pareggi e le prestazioni violente dall’esito indeciso lasciano il soggetto in un limbo, ma le vittorie e le sconfitte hanno conseguenze importanti: le prime aumentano la possibilità di passare alla successiva fase del processo di violentizzazione, le seconde la diminuiscono. Talvolta anche certe sconfitte possono paradossalmente rafforzare la belligeranza del soggetto facendolo meditare su diverse attitudini o metodi per attuare la prestazione violenta.
Tuttavia occorre ancora un tassello perché anche una vittoria in uno scontro violento assuma un significato profondo per il soggetto: il successo personale gli deve essere riconosciuto, deve riverberarsi nel suo contesto sociale. Dice Athens:
“Il soggetto prende coscienza del fatto che le opinioni che le altre persone hanno di lui sono improvvisamente e drasticamente cambiate alla luce della sua impresa violenta (…) Vedono in lui una persona molto differente. Con un certo sbigottimento da parte del soggetto, ora viene visto come un autentico individuo violento, invece che una persona non violenta o solo potenzialmente capace di violenza come veniva considerato fino a pochi giorni o addirittura ore prima. Almeno una parte dei membri del gruppo primario del soggetto lo vedono non solo come violento ma, con suo grande sbigottimento, anche come mentalmente squilibrato. Per la prima volta nella sua vita sente delle persone che lo descrivono in tutta serietà (…) come un pazzo violento, un maniaco violento, un folle violento, un matto o un killer svitato. Tali termini non sono sempre peggiorativi, dato che un comportamento folle può dimostrare che il soggetto è veramente coraggioso e pronto a tutto, il che per i membri di alcuni gruppi primari è un attributo positivo anziché negativo.”
Le persone ora iniziano a trattarlo in modo differente, lo trattano come se fosse letteralmente pericoloso. L’emergere di questa risposta segna sia il climax dell’esperienza della notorietà violenta del soggetto sia l’affacciarsi di una nuova esperienza, la trepidazione sociale. Segue Athens:
“Il soggetto deve ora decidere se abbracciare o respingere questa sorta di conseguimento personale. La risposta a questa domanda presenta al soggetto un paradosso. Da una parte la notorietà denota il fatto di essere conosciuto per qualcosa di male. Dall’altra è sempre meglio essere conosciuto per qualcosa che la maggior parte delle persone giudica male e qualcuno giudica bene che non essere conosciuto affatto. Benché i vantaggi possano non essere ben riconosciuti, essere riconosciuto come persona pericolosa ne presenta senza dubbio alcuni. Il soggetto può esercitare un potere maggiore sul suo immediato ambiente sociale. Dato che le altre persone iniziano a pensarci due volte prima di provocarlo, il soggetto può interagire liberamente con altre persone senza preoccuparsi troppo di provocarli a sua volta, cosicché per la prima volta potrebbe sentirsi libero dall’oppressione violenta degli altri. Inoltre il doloroso ricordo di quando si sentiva impotente e inadeguato, all’epoca della sua brutalizzazzione e in seguito durante la sua esperienza di belligeranza, incombono ancora in fondo alla mente del soggetto. E questo non può che rendere irresistibile il senso di potenza da poco scoperto. Così la risposta del soggetto alla domanda circa l’adesione o il rifiuto della notorietà violenta è praticamente già decisa in partenza”.
QUARTA FASE – L a V i r u l e n z a
Il soggetto neo-violento diviene fiero delle proprie azioni, inizia a sentirsi invincibile, decide di aggredire fisicamente altre persone con l’intenzione di fare del male, sceglie la via della risoluzione violenta del conflitto. Passa dalla difesa all’attacco. “Ora ha compiuto l’intero passaggio da vittima indifesa della brutalizzazzione a sfrenato aggressore, lo stesso tipo di brutalizzatore che in passato aveva disprezzato”. Il processo è completato, ora il soggetto è pronto a diventare un criminale ultraviolento.
Caso 33 – Esempio di virulenza
Dopo che avevo spaccato la testa a quel tizio, il preside mi cacciò via da scuola per il resto dell’anno. Gli studenti fecero girare la voce che le avevo date di brutto a un tizio e che lo avevo mandato all’ospedale così il preside mi aveva dovuto espellere. Tutti, la mia famiglia e gli amici, pensarono che ci avevo dato dentro troppo con quel tizio. Pensavano che se le era meritate, ma che non avrei dovuto mandarlo all’ospedale. Dissero: “Non avresti dovuto conciarlo così. Hai esagerato”. Io ero sconvolto quanto loro all’idea di poter fare tanto male a una persona. Ma a scuola e nel quartiere nessuno più mi dava fastidio, dopo quella cosa. La gente diceva: “James è pazzo. Non metterti contro un tizio come quello perchè finirai per pigliarle”. La maggior parte delle persone mi stava attenta a non starmi troppo vicino, a lasciarmi spazio. Mi rispettavano di più e mi salutavano quando ci incontravamo. Magari loro pensavano che con quel tipo avevo esagerato, ma io sapevo di aver fatto la cosa giusta. Doveva essere la cosa giusta, perché nessuno mi rompeva più i coglioni. Non volevano correre il rischio di mettersi contro di me e che la stessa cosa succedesse anche a loro. Prima che io mandassi quel marcantonio all’ospedale dicevano cose del tipo: “James fa tanto lo spaccone ma scommetto che non è davvero un cattivo”. Dimostrai loro che non ero solo un chiacchierone. Provai che magari non ero grosso ma che la dinamite può anche stare in un pacchetto piccolo. Il modo in cui la gente stava reagendo mi riportò alla vita. Mi fece rialzare la testa. Mi dicevo: “Se posso mandare all’ospedale un marcantonio del genere, allora lo potrei fare con chiunque incontro per strada”. Se c’era qualche stronzo che mi diceva qualcosa o che mi guardava male ero pronto ad andare da lui a vedere se voleva risolverla a botte. Ero pronto a tutto. Se uno perde i denti, ha perso qualche dente. Se perde un occhio, ha perso un occhio. Se perde la vita, ha perso una vita. Non mi importava. Il modo in cui la vedevo io era che ci sarebbe stato solo un altro stronzo in meno al mondo.
Il processo di violentizzazione in quattro fasi di Athens è più immediatamente credibile di altre spiegazioni della genesi della criminalità violenta. Le spiegazioni sociologiche o psichiatriche sono misteriose e se da una parte c’è chi è pronto a credere che certe persone compiano crimini violenti a causa di temporanea infermità mentale, c’è chi resta scettico di fronte a tali attribuzioni. La causa della violenza criminale non è la povertà, né l’ereditarietà genetica né la psicopatologia, ma è la violentizzazione.
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2 commenti
Sicuramente lo inserirei nei programmi didattici, quanto meno dalla scuola primaria di secondo grado. Capire il “Processo di violentizzazione” potrebbe senz’altro corroborare la crescita e l’equilibrio dei discenti e l’educazione empatica.
pensi che questo libro è fuori catalogo…