come sempre del resto e non solo a Parigi ma, per esempio, anche a Roma.
Le ragioni probabilmente risiedono nella natura delle ideologie di sinistra molto più variegate di quelle di destra che riescono ad omologarsi più facilmente almeno sui temi fondamentali.
Le differenziazioni nell’essere di sinistra sembrano sfumature, sembrano piccole pieghe interpretative di un unico credo ma in realtà sono qualcosa di più.
E non bisogna fare salti indietro di cento e più anni, e tornare a cavallo tra il XIV e il XX secolo, per capire che le distanze che c’erano tra i massimalisti e i riformisti, tra rivoluzionari e gradualisti non sono quisquilie e per capire che il comunismo non fu una semplice interpretazione del socialismo ma ne fu una eresia.
La storia dimostra che quelle distanze furono solchi sostanziali che si tradussero, nella loro attuazione pratica, in modelli di società profondamente diversi tra loro.
Del resto, per chi avesse voglia di vederle, basta ripensare alle socialdemocrazie dell’Europa occidentale degli anni Ottante contrapposte ai paesi del blocco sovietico dell’Europa orientale per avere chiaro il concetto.
Evidentemente quelle distanze non sono sopite se, oggi, nel fronte delle sinistre esistono ancora profonde differenze di impostazione tra chi è, più o meno, epigono della tradizione comunista e chi di quella socialista.
Non guardiamo ai numeri perché svilirebbero il ragionamento ideologico e si perderebbero le ragioni di una serie di fenomeni politici.
E già perché in Francia, come a Roma, spesso la sinistra, a dispetto delle sue diversità, si unisce in fronti elettorali comuni per vincere, come a Parigi, o per non perdere (o non perdere male) come più spesso succede dalle nostre parti.
Il problema è sempre il day after.
Dopo le elezioni, che compattano, che fanno crescere anche qualche barlume di solidarietà, che si fa?
È quello che sta succedendo oggi in Francia con l’estremista e quasi comunista Melenchon da una parte che sbatte i pugni sul tavolo e reclama la guida del governo e Raphael Glucksmann, quello che noi definiremmo un riformista, che invece guarda a Macron per un governo di centro-sinistra.
Cosa c’è di diverso, ditemi, con quel che successe nel 1922 tra Turati e Matteotti da una parte e Menotti Serrati dall’altra?
Sì certo, l’epoca, il contesto, i problemi del paese, il fascismo alle porte, ma la dicotomia dialettica è la stessa: tra chi pensava che la società andasse cambiata gradualmente, a piccoli passi e soprattutto cercando e trovando un dialogo con le altre forze politiche democratiche, puranco se avversarie, e chi invece aveva un approccio più integralista e soprattutto adottava un confronto più intransigente, più aspro e meno dialettico con le forze politiche avversarie.
E ditemi, cosa cambia da allora ad oggi, e da Parigi a Roma?
Qual’è l’atteggiamento del duo Conte – Schlein con gli avversari? E soprattutto qual è il loro atteggiamento riguardo alle politiche essenziali del paese?
Potremmo parlare della bizzarra posizione in politica estera, riguardo all’Ucraina o agli altri paesi dell’Europa Occidentale, potremmo parlare della visione giustizialista del paese, potremmo parlare della concezione del sistema fiscale, potremmo parlare della visione della scuola o della sanità.
Potremmo parlare di come vengono trattati gli alleati minori ai quali non vengono lasciati mai spazi, mai una Presidenza di una regione, mai la sindacatura di una citta importante e quelle che ci sono è solo perché fatto o contro la volontà del PD o ob torto collo.
Potremmo dire che in Italia, come è stato in Francia, un Nuovo Fronte Popolare, oltre che evocare gli errori di Nenni e le ragioni di Saragat, sarebbe una accozzaglia solo elettorale che mette insieme forze, non solo eterogenee, ma addirittura profondamente distanti tra loro, solo per “vincere” o “non perdere male”.
Gli amanti dei tatticismi elettorali sposerebbero questa tesi.
“Mettiamoci insieme. Poi si vedrà”.
“L’importante è eleggere (o essere eletti)”.
In fondo è quello che hanno gridato prima delle europee a Renzi e a Calenda.
Io non condivido.
Voglio sperare che in un panorama politico così degradato la coerenza torni a regnare e a essere premiata.
Voglio sperare che una linea politica lineare e durevole nel tempo torni a essere quel che distingue una forza dall’altra.
E allora me ne fotto se alle prossime elezioni è importante sconfiggere la destra (o non perdere male).
Me ne fotto delle chiamate alle ammucchiate elettorali.
Preferisco ribadire ancora una volta che con Conte e Fratoianni non ho nulla da spartire e che con il PD di Elly Schlein pure.
Preferisco raccontare, in campagna elettorale, che la mia concezione di paese è di sinistra, ma di quella riformista, e non ha nulla a che vedere con la concezione della sinistra estrema e integralista.
Preferisco non fare il pieno di deputati e non cercare di vincere a tutti i costi, ma far capire che il paese si può riformare senza guerre politiche e soprattutto non solo per andare contro l’avversario.
Preferisco far capire, specie a qualcuno che non va a votare, che per essere di sinistra non c’è bisogno di essere per forza alleato di Conte o votare per Elly, ma che ci sono forze che raccolgono una eredità di una sinistra atlantica e moderata, garantista e sociale, che vede il bisogno della gente al centro della sua azione politica e che alle elezioni si candida e si presenta con chi la pensa come e lei e non chi chiunque ci sta solo per battere la Meloni.
Il percorso è lungo, è da far capire, da far digerire alla gente, ma prima si comincia e meglio è.
È sempre stato il grande errore della storia unire ciò che non è unito solo per prendere voti.
È stato ed è il grande problema della sinistra.
Non lo ripetiamo più.
.


2 commenti
Forse bisogna rivedere il termine o concetto di”gente”, Craxi insegna.
Mi sembra un’analisi lucida, ma non so quanta condivisione possa incontrare, e quanto seguito possa avere (alla pari del saggio invito finale a non ripetere il grande errore della storia di unire ciò che non è unito solo per prendere voti), dal momento che anche tra le fila socialiste (vedi ad es., per semplificazione, ancorché approssimativa, quelle che guardarono a sinistra nel dopo Tangentopoli, allorché prendemmo strade diverse) mi par di vedere parecchia simpatia, se non attrazione, per il cosiddetto Campo Largo, il quale dà tuttavia l’idea di non lasciare molto spazio al pensiero riformista (almeno questa è l’impressione, seppur opinabile, osservando dall’esterno).
Chi prese allora strade diverse, lo fece semmai anche per risentimento verso chi, a torto o ragione, includeva tra i “responsabili” della fine del PSI, ma pure memore che l’alleanza tra la cultura socialista, e quella comunista, non ha mai portato gran fortuna alla prima, a partire dal Fronte Popolare del 1948, sebbene i punti di vista possono essere ovviamente diversi, e ugualmente legittimi, con ciascuno fermo nella propria opinione, ma io spero in ogni caso che i riformisti, ovunque collocati, non si uniscano al coro di quanti vedono e paventano un rischio per la democrazia se dalle urne esce premiata la destra, mentre la sinistra invece, a loro dire, è sempre affidabile e rassicurante.
Paolo Bolognesi 09.07.2024