di Vicky Amendolia.
Tra memoria, buone intenzioni e silenzi istituzionali: quando il Capo dello Stato rinuncia a esercitare fino in fondo la funzione di stimolo che la Costituzione gli affida.
Il discorso di fine anno del Presidente della Repubblica è, per tradizione e per funzione, uno dei rari momenti in cui la Costituzione smette di essere un testo evocato e torna a essere un criterio di giudizio del presente. Non è un atto di governo, né potrebbe esserlo; ma non è neppure una liturgia innocua. La Carta affida al Capo dello Stato un ruolo preciso: non comandare, ma orientare; non decidere, ma richiamare; non sostituirsi alla politica, ma ricordarle ciò che è obbligata a fare. Lo dice con chiarezza l’articolo 87, quando afferma che il Presidente “è il Capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale”: rappresentare l’unità non significa anestetizzare il conflitto, bensì impedire che esso diventi rimozione delle responsabilità.
Il discorso pronunciato quest’anno si colloca, invece, lungo una linea ormai consolidata: una ricognizione puntuale dei mali del tempo, accompagnata da un linguaggio eticamente impeccabile e costituzionalmente sotto-utilizzato. Le guerre vengono condannate con fermezza, come impone l’articolo 11 della Costituzione, che ripudia la guerra come strumento di offesa. Ma il ripudio, nel discorso, resta una formula morale più che un vincolo politico. Non si traduce in una domanda rivolta alle istituzioni: quale ruolo deve assumere l’Italia? Quale iniziativa deve promuovere l’Europa? Quale responsabilità discende dal sedere, senza voce, ai tavoli internazionali? Piero Calamandrei ricordava che la Costituzione non è un rosario di buone intenzioni, ma un programma di azione. Ripudiare la guerra significa interrogarsi sulle scelte concrete che rendono quel ripudio qualcosa di più di una dichiarazione di principio. Su questo terreno, il discorso resta sospeso, come se la politica estera fosse un fenomeno naturale e non una responsabilità costituzionale.
Ancora più evidente è lo scarto tra parole e doveri quando si affronta il tema dei giovani. Il Presidente li invita a essere coraggiosi, a non rassegnarsi, a costruire il proprio futuro. È un linguaggio nobile, ma incompleto. La Costituzione, all’articolo 3, secondo comma, non chiede ai cittadini di essere eroici: chiede alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza. E all’articolo 4 riconosce il diritto al lavoro, impegnando lo Stato a renderlo effettivo. Avrebbe potuto ricordare — senza invadere il campo del Governo — che la precarietà non è una virtù educativa, che la fuga dei giovani all’estero è una sconfitta istituzionale, che un Paese che perde sistematicamente le sue energie migliori sta violando lo spirito, se non la lettera, della Carta. Invece, la responsabilità resta individuale, il coraggio diventa una dote privata, mentre lo Stato resta sullo sfondo, come se non avesse obblighi specifici verso le nuove generazioni.
La povertà, che dovrebbe essere il perno di ogni discorso sui diritti, attraversa il testo in modo laterale, quasi pudico. Eppure la Costituzione è esplicita: l’articolo 38 garantisce ai cittadini inabili e sprovvisti dei mezzi necessari il diritto al mantenimento e all’assistenza sociale. Norberto Bobbio ammoniva che la democrazia non si misura solo dal riconoscimento formale dei diritti, ma dalla loro effettività. Una povertà diffusa e strutturale non è un incidente di percorso, ma il segno di un fallimento delle politiche pubbliche. Avrebbe potuto dirlo. Avrebbe potuto ricordare che la giustizia sociale non è una concessione, ma un dovere costituzionale. Invece, la povertà resta un dato di contesto, una condizione quasi naturale, priva di un responsabile e di una strategia di contrasto.
Sul tema dell’immigrazione il discorso si rifugia, ancora una volta, nei valori. La dignità della persona viene giustamente richiamata, in coerenza con l’articolo 10 della Costituzione, che tutela il diritto d’asilo. Ma la dignità, quando non viene organizzata in politiche, resta una proclamazione. Avrebbe potuto ricordare che l’accoglienza senza governo produce sfruttamento, che l’irregolarità alimenta la criminalità, che la manodopera invisibile nei campi e nei cantieri è una ferita aperta allo Stato di diritto. Avrebbe potuto chiamare l’Europa alle sue responsabilità, senza perifrasi diplomatiche. Non lo ha fatto. E così l’immigrazione resta un tema morale, non un problema politico-istituzionale.
A tenere insieme il discorso interviene la storia. Molta storia. Anniversari, memorie, immagini di una Repubblica che fu. La memoria è essenziale, ma Giuseppe Dossetti avvertiva che il richiamo al passato ha senso solo se serve a giudicare il presente. Quando la storia diventa un rifugio, rischia di svolgere una funzione anestetica: allunga il tempo del discorso, nobilita il tono, ma attenua l’urgenza delle scelte. La Costituzione non chiede celebrazioni, chiede attuazione.
Il Presidente della Repubblica, come ricordava Costantino Mortati, è un organo di equilibrio e di stimolo. La Costituzione gli attribuisce strumenti chiari: il potere di inviare messaggi alle Camere, di rinviare le leggi, di richiamare pubblicamente le istituzioni ai loro doveri. Non è un potere di comando, ma è un dovere di indirizzo costituzionale. In questo discorso, invece, la funzione si riduce a una rassicurazione collettiva: tutto ciò che non va viene nominato, ma nulla viene ricondotto a una responsabilità precisa.
Ed è qui che sta il punto politico e costituzionale. Il Paese non aveva bisogno di un inventario elegante delle proprie difficoltà. Aveva bisogno di sentirsi dire che l’articolo 11 obbliga a una politica di pace, non solo a parole; che l’articolo 3 impone allo Stato di intervenire sulle diseguaglianze, non di limitarne la narrazione; che l’articolo 4 rende il lavoro un diritto, non un premio per i più forti; che l’articolo 10 chiede accoglienza governata, non abbandono; che l’articolo 38 non tollera una povertà normalizzata.
In sintesi — e qui la cortesia istituzionale può lasciare spazio alla chiarezza — il Presidente avrebbe potuto richiamare le istituzioni ai loro doveri costituzionali, e non lo ha fatto. Avrebbe potuto indicare una direzione, senza sconfinare nel governo, e non lo ha fatto. Avrebbe potuto usare la Costituzione come una bussola, non come uno sfondo decorativo, e non lo ha fatto. Ha scelto, invece, la via più sicura: descrivere, ricordare, incoraggiare.
È una scelta legittima. Ma non è l’unica possibile. E soprattutto non è quella di cui il Paese, oggi, avrebbe avuto più bisogno.

