Da oltre 50 anni il Ponte sullo Stretto di Messina torna ciclicamente nel dibattito pubblico italiano, cavalcato da politici, osteggiato da ambientalisti, guardato con scetticismo da tecnici e popolazione locale. Ci si chiede perché, nonostante progetti su carta e proclami, quest’opera non è mai stata realizzata? E soprattutto, ha davvero senso oggi?
Lo Stretto di Messina è una delle aree sismiche più attive d’Europa. Qui, nel 1908, si verificò uno dei terremoti più devastanti della storia italiana, seguito da uno tsunami che distrusse Reggio Calabria e Messina. Costruire un ponte sospeso lungo oltre 3 km in un territorio così instabile non è solo un’impresa ingegneristica titanica, ma anche un rischio strutturale continuo.
Oltre al rischio sismico, ci sono venti che superano i 100 km/h e forti correnti marine che rendono difficile sia la costruzione sia l’esercizio in sicurezza del Ponte, specie per treni e mezzi pesanti.
Il progetto, inoltre, prevede enormi opere di urbanizzazione, strade, svincoli, espropri e modifiche irreversibili in aree costiere protette. La fauna marina verrebbe alterata, l’ecosistema dello Stretto danneggiato con conseguenze devastanti e molti Comuni verrebbero impattati da cantieri ventennali, con danni per il paesaggio e per le aree costiere sensibili, a causa dei cantieri invasivi e irreversibili. Le associazioni ambientaliste, gli urbanisti e parte della cittadinanza siciliana e calabrese si oppongono, ritenendo il Ponte un’opera distruttiva che avvantaggerebbe solo grandi imprese e interessi esterni.
Il Ponte sullo Stretto di Messina è oggi più che mai il simbolo di un’Italia che spesso antepone il clamore delle grandi opere al buon senso delle piccole soluzioni. In una terra in cui mancano ancora treni veloci, ospedali efficienti, reti idriche moderne e trasporti degni del XXI secolo, ha davvero senso investire miliardi in un progetto che potrebbe rivelarsi più politico che utile?
Il Ponte previsto ha un costo stimato superiore ai 13 miliardi di euro. Una cifra enorme, a fronte di un ritorno economico e logistico tutto da dimostrare. Gli scambi di merci e passeggeri tra Sicilia e Calabria non giustificano, secondo molti economisti, un’infrastruttura di tale portata. E c’è da dire, inoltre, che senza una rete ferroviaria moderna, efficiente e integrata su entrambe le sponde, il Ponte rischia di restare una cattedrale nel deserto. Il traffico attuale di merci e passeggeri sullo Stretto è limitato, quindi il Ponte rischia di essere sottoutilizzato.
Per molti, avrebbe più senso destinare quelle risorse alla riqualificazione del trasporto locale e alla messa in sicurezza di strade e ferrovie esistenti. Investire miliardi in un’opera simbolica senza aver prima risolto i problemi di base appare a molti cittadini una scelta distorta.
Il Ponte è stato spesso utilizzato come arma elettorale. Promesso, rilanciato, finanziato e poi archiviato da governi di ogni colore, è diventato il simbolo dell’inconcludenza italiana. Nessun cantiere è mai partito davvero, ma il dibattito prosegue.
L’attuale governo lo ha riportato al centro del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), ma resta da vedere se si passerà davvero ai fatti. Ogni governo lo rilancia o lo archivia a seconda delle convenienze elettorali, senza mai portare a termine nulla di concreto.
Più che costruire un Ponte fisico, forse oggi servirebbe un ponte culturale e infrastrutturale tra Nord e Sud, tra parole e fatti, tra promesse e realtà. Servono ponti sociali, economici e culturali. Serve riunire il Paese investendo sulle persone, sulle comunità e sulle opere che migliorano davvero la vita quotidiana.
Angioletta Massimino

