Di Angioletta Massimino
Riguardo al Ponte sullo Stretto di Messina, la situazione è in continua evoluzione, di giorno in giorno.
La Corte dei Conti, infatti, ha nuovamente bocciato il progetto del Ponte sullo Stretto, respingendo il piano finanziario che non rispetta le norme europee e viola l’articolo 72 della direttiva 2014/24/UE, con motivazioni precise e circostanziate che mettono in evidenza come i costi dell’opera siano destinati a lievitare oltre il cinquanta per cento rispetto alle stime iniziali e come sia cambiata la natura stessa del contratto, passato da un apporto privato del sessanta per cento a un finanziamento interamente pubblico.
Tutto questo rafforza la percezione di un fallimento annunciato, un’opera giudicata inutile, costosa, concepita male e con rischi geologici significativi.
A rendere la vicenda ancora più controversa è l’enorme mole di denaro pubblico in gioco, circa 13,5 miliardi di euro stanziati che inevitabilmente attirano interessi economici e appetiti politici e che difficilmente potranno essere gestiti senza che una parte resti appiccicata alle mani di chi governa il processo, tra consulenze, subappalti e spese gonfiate.
Nonostante i miliardi siano stati autorizzati, non risultano spese significative per lavori concreti perché la Corte dei Conti ha bloccato più volte gli atti aggiuntivi della convenzione e gran parte delle risorse è stata rinviata agli anni futuri, ma la società Stretto di Messina ha comunque già sostenuto costi per studi di fattibilità, progettazioni e gestione che ammontano complessivamente a centinaia di milioni e ha visto crescere in modo esponenziale le spese per il personale, passate dai 2,5 milioni del 2023 a oltre 9 milioni nel 2024, con retribuzioni medie per i dirigenti intorno ai 236 mila euro annui.
In questo quadro spicca il ruolo dell’amministratore delegato della Società Stretto di Messina, Pietro Ciucci, che percepisce una pensione ANAS e un compenso annuo di circa 240 mila euro, dimostrando come, mentre i miliardi stanziati restano sulla carta e i lavori non partono, i vertici della Società abbiano già incassato somme consistenti sotto forma di stipendi e indennità.
A rendere ancora più evidente la natura politica della vicenda è l’atteggiamento di Matteo Salvini che si è intestardito su questa storia del Ponte trasformandola in una bandiera personale, difendendo il progetto ad ogni costo e ignorando sia le critiche della Corte dei Conti sia quelle degli esperti, un accanimento che lascia pensare a interessi ben più concreti di quelli legati allo sviluppo infrastrutturale e che alimenta il sospetto che da questa faccenda ci sia molto da incassare.
In un contesto normale un ministro avrebbe tratto le conseguenze già al primo rilievo della Corte, ma in Italia si preferisce colpire chi denuncia i problemi piuttosto che chi li genera, e così i giudici contabili continuano con disciplina e rigore a svolgere il loro mestiere confermandosi come uno degli ultimi baluardi di democrazia e trasparenza istituzionale, mentre il Ponte sullo Stretto si rivela ogni giorno di più una sconfitta di Salvini e in generale dell’Italia, un monumento allo spreco e alla cattiva gestione con i cittadini chiamati a pagare il conto.

