Domenica scorsa il PKK – Partito dei Lavoratori del Kurdistan – ha annunciato il ritiro delle proprie unità armate dalla Turchia. Tutte le forze si stanno ora trasferendo nella regione autonoma del Kurdistan, in Iraq. A dare la notizia è stata l’agenzia di stampa Firat. La decisione segna una nuova fase nel processo di pace avviato con Ankara, e un vero successo diplomatico per Recep Tayyp Erdogan, che durante la sua lunga presidenza ha speso molte energie e risorse politiche nel combattere il gruppo armato separatista.
Durante un’apposita cerimonia, organizzata ai piedi del monte Qandil, il ritiro è stato ufficialmente annunciato durante la relativa conferenza stampa, alla presenza di 25 membri del Pkk. Il portavoce del PKK Zagros Hiwa ha spiegato che il ritiro rappresenta “l’attuazione della seconda fase del percorso verso la pace”, e dimostra l’accoglimento dell’appello del leader storico Abdullah Öcalan, che a maggio scorso aveva invitato i militanti alla smobilitazione. Non solo: Öcalan – detenuto dal 1999 e condannato all’ergastolo – allora aveva anche invitato i suoi combattenti alla transizione verso un impegno politico non violento.
Già a luglio un piccolo contingente di combattenti aveva deposto simbolicamente le armi durante un’altra cerimonia organizzata nel nord dell’Iraq. Quel gesto fu interpretato come la fine formale di un conflitto armato durato decenni contro lo Stato turco. Il Pkk, fondato alla fine degli anni 70 e considerato “organizzazione terroristica” da Turchia, Stati Uniti e Unione Europea, aveva intrapreso la lotta armata nel 1984, mettendo in atto un conflitto che ha causato finora oltre 40.000 vittime.
Dopo la cerimonia di disarmo “estiva”, in segno di approvazione, il Parlamento turco aveva istituito una commissione multipartitica di 51 membri, proprio per definire il quadro legale e politico che avrebbe dovuto accompagnare la nuova fase del dialogo. E questa nuova fase è arrivata.
Secondo la dichiarazione/evento di domenica, i combattenti ancora presenti in Turchia saranno temporaneamente acquartierati nelle “Aree di difesa di Medya”, arroccate nella zona montuosa del Qandil, nella provincia di Sulaymaniyah, dove ha sede proprio il quartier generale del gruppo. Zagros Hiwa ha pure ricordato, leggendo il comunicato, alcune richieste già presentate in passato da parte dei combattenti: poter parlare curdo in parlamento e migliorare le condizioni di Öcalan, recluso da 26 anni e oggi molto anziano.
Nel comunicato ufficiale il movimento curdo invita il governo di Ankara ad approvare rapidamente tutte le misure legislative necessarie per garantire la prosecuzione del processo di pacificazione, e favorire la partecipazione dei propri militanti alla vita politica democratica del paese.
In una nota trasmessa anche ai media internazionali, si legge: “Le riforme politiche e giuridiche indispensabili per la libertà e l’integrazione democratica devono essere adottate senza ulteriori ritardi”, proseguendo quanto già avviato a luglio scorso.
Molti osservatori lo definiscono “un passaggio di grande valore simbolico“, ma a bene vedere l’annuncio di domenica non avrebbe un impatto operativo rilevante, perché il Pkk mantiene ormai da tempo una presenza minima in Turchia.
Resta un segnale politico di peso, soprattutto perché realizzato alla vigilia del previsto incontro tra il presidente Erdogan e una delegazione del partito filocurdo di sinistra Dem, protagonista dei precedenti colloqui tra Öcalan e le istituzioni Ufficiali di Ankara. Di certo, alle porte dell’Oriente almeno il presidente turco sembra tenere la barra a dritta.


1 commento
Il popolo curdo avrebbe diritto ad una patria indipendente.