
Il presidente americano Donald Trump dopo aver annunciato che il premier israeliano aveva accolto il suo “piano in 20 punti” per la fine delle ostilità a Gaza, ha aggiunto “se Hamas non accetterà l’accordo, Israele avrà il pieno sostegno per quello che deve fare”.
Netanyahu, per parte sua, ha elogiato lo slancio di Trump verso la pace e confermato di aver accettato il piano, che andrà sottoposto al Gabinetto di guerra.
In pratica, si tratta di una “road map” che parte con l’immediata cessazione delle ostilità e il rilascio degli ostaggi. Hamas dovrà rilasciarli tutti entro 48 ore dopo l’accordo con Israele, che in cambio interromperà le operazioni militari iniziando un graduale ritiro delle truppe dalla Striscia.
Secondo il piano nessun abitante di Gaza sarebbe costretto a lasciare la Striscia, mentre non viene fatto nessun accenno alla Cisgiordania, nonostante Trump avesse opposto nei giorni scorsi un secco ‘no’ all’annessione da parte di Israele. E di un possibile Stato palestinese si parla solo in appendice, dove si specifica che “potrebbero esserci le condizioni per un percorso credibile” in quella direzione
Per Hamas, invece, il piano prevede una soluzione di compromesso: disarmo totale e nessun futuro nel governo della Striscia, in cambio dell’amnistia per i militanti e dell’esilio per i leaders.
In via temporanea, la Striscia dovrebbe essere governata da una squadra di tecnocrati ed esperti internazionali, supervisionata da un organismo internazionale di transizione, “il Board of Peace”, che sarà presieduto dal presidente Trump con altri membri e capi di Stato da decidere, tra cui l’ex Primo Ministro Tony Blair.
È previsto anche un piano economico per ricostruire e rivitalizzare Gaza.
Il piano è vago e non risolve in modo radicale i problemi della Palestina, ma c’è da considerare che sarebbe stato impossibile un accordo in cui nessuno degli attori facesse concessioni sostanziali.
La posizione di Hamas
A Doha si sono tenuti incontri con i rappresentanti di Qatar, Egitto e Turchia che “hanno incoraggiato Hamas ad accettare la proposta”.
Hamas ha chiesto ai mediatori di apportare alcune modifiche al piano del presidente Trump per porre fine alla guerra a Gaza. Le sue richieste riguardano il disarmo, l’esilio della leadership e la necessità di ottenere garanzie per un ritiro completo dell’IDF (Israel Defense Forces). Hamas sta dunque esaminando il piano per Gaza e servono 2-3 giorni per definire la sua posizione.
La posizione dell’IDF
In vista dell’intensificarsi dei combattimenti a Gaza city in quelli che potrebbero essere gli ultimi giorni di guerra se Hamas accetterà, l’IDF ha avvisato la popolazione che la strada costiera in direzione nord sarà chiusa, mentre gli spostamenti verso sud saranno consentiti e continueranno senza l’ispezione dell’esercito. Secondo le stime israeliane, oltre 800mila persone hanno già lasciato Gaza city dopo i numerosi avvisi di evacuazione.
Considerazioni
Il piano di pace presentato da Donald Trump si inserisce in uno dei contesti più complessi e dolorosi del panorama internazionale. La Striscia di Gaza, da decenni teatro di conflitti ciclici, è oggi il simbolo di una frattura profonda tra Israele e il mondo palestinese, aggravata da dinamiche regionali e da interessi globali.
A prima vista, il piano appare come un tentativo di “reset” radicale, con l’obiettivo di chiudere il capitolo Hamas e aprire una nuova fase di governance e stabilità. Sarebbe perseguibile solo se Hamas accetta di rinunciare alla sua identità armata e se Israele dimostra una volontà reale di rispettare gli impegni. Ma la mancanza di fiducia reciproca, l’assenza di garanzie multilaterali e la natura unilaterale della proposta lo rendono più simile a un diktat che a un accordo di pace bilaterale.
La vera domanda è se sia possibile costruire la pace imponendola unilateralmente. La storia insegna che le soluzioni durature nascono dal riconoscimento reciproco, dalla legittimazione delle istanze dell’altro e da un processo negoziale inclusivo. Il piano di Trump, pur sostenuto da diversi attori regionali, non sembra offrire spazio a una vera trattativa: è un pacchetto chiuso, da accettare o rifiutare.
In questo senso, più che un piano di pace, appare come una proposta di resa condizionata, che potrebbe portare a una tregua temporanea ma non a una riconciliazione profonda. Tuttavia, in una situazione così complessa e dolorosa sotto l’aspetto umano, ogni tentativo che parla di fine delle ostilità, rilascio degli ostaggi e di pace merita rispetto e fiducia. Non ci sono alternative. Il meglio si può perseguire e costruire nel tempo.
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