di Alessandro Palumbo.
L’ondata di entusiasmo con cui è stato accolto il piano di pace per Gaza di Trump da parte di tutti i governi e i media internazionali ci dà la misura della stanchezza profonda che questa guerra ha provocato nelle cancellerie e nell’opinione pubblica.
Una stanchezza e una frustrazione per le immagini della devastazione e per la consapevolezza della difficoltà di trovare una soluzione.
Il piano presentato da Trump e approvato da Israele, dai paesi arabi e, per quel che conta, anche dalla Turchia ci dice alcune cose importanti.
La prima è che si basa su un principio di realtà, non immagina soluzioni ideali come lo slogan “due popoli due stati” che si basa su un ideale oggi non immaginabile (ricordo che il primo a dirla l’8 ottobre 2023 fu Tahar Ben Jelloun, non certo un “sionista”), la seconda che individua con chiarezza in Hamas il responsabile della impossibilità di raggiungere una pace, la terza è che l’Europa con la sua debolezza e le sua demagogia ancora una volta è fuori dalle decisioni importanti, il gesto di riconoscere la Palestina sic et simpliciter non solo non ha avuto effetti, ma l’ha resa un partner inaffidabile per Israele, ma la quarta e la più importante è che non è un piano di pace è un armistizio che prefigura un percorso lungo e accidentato, pieno di possibili imboscate e quindi necessità di un impegno fortissimo in cui anche la forza potrebbe essere indispensabile.
La prima difficoltà nasce da Hamas, fortemente indebolita sul piano militare, ma forte di un indubbio successo mediatico nel campo occidentale che potrebbe muoversi con astuzia, con una accettazione parziale e una pausa per poi riemergere alle prime difficoltà.
La seconda nasce dalle forze messianiche e fasciste in Israele che faranno tutto il possibile per boicottare l’accordo nel suo percorso.
Ma la difficoltà maggiore è costruire una leadership palestinese che accetti la pace e il riconoscimento di Israele come condizione imprescindibile per la realizzazione di una Stato Palestinese che rimane l’obiettivo finale del percorso disegnato, anche se non in maniera espressa, dal piano di Trump.
Rimane sullo sfondo la presenza inquietante dell’Iran che continua a macellare la propria gioventù e che sarebbe il grande sconfitto, aprendo forse la strada ad un percorso di rivolta contro un regime feroce.
La presenza di Blair da sempre propugnatore di due popoli due stati dovrebbe garantire che l’obiettivo finale può e deve essere raggiunto.
Ci sono decenni di propaganda, di odio, di morti, di guerre, di terrorismo da rimuovere, non sarà facile, se Trump pensa ai possibili futuri affari, Blair dovrebbe garantire la buona e pragmatica politica, unica che può far uscire da questo pantano.
I nemici di questo piano, insieme ai fautori del terrorismo, sono quelli che gridano dal fiume al mare che presi da un furore ideologico vogliono la distruzione di Israele.
In questo caso il problema, per guardare ai fatti di casa nostra, sono le forze della sinistra che non essendo più in grado di proporre una guida, una strada alla gente si limitano a seguire quella che la massa urla.
Una responsabilità enorme, la sinistra ha perso quel ruolo anche pedagogico che ha svolto per anni, cavalca la tigre senza ricordare le esperienze passate che ci dicono che prima o poi la tigre prende il sopravvento.
Incapace di una proposta realistica ha facilitato l’esplosione di un antisemitismo che, pur nascosto, non si è mai del tutto estinto.
Portare milioni in piazza scatenando odio nei confronti di Israele senza una analisi dei torti e delle ragioni e senza una proposta credibile non solo è inutile, ma è controproducente.
Non è un caso che di fronte alla proposta attuale che realisticamente individua una strada si sentono solo slogan e non ragionamenti: proposta neocoloniale, la resistenza continua e amenità del genere.
Viene da chiedersi se questo piano dovesse fallire cosa metterebbe in campo la sinistra (italiana perché quella europea è in parte più matura) il governo di Hamas? L’Autorità Nazionale Palestinese? che consapevole dei suoi limiti ha accettato il piano di Trump? La distruzione di Israele?
La speranza che tutti dovrebbero avere è che questo piano cominci faticosamente ad avviarsi, ne va non solo della pace in medio oriente, ma anche della pace di noi stessi che saremo chiamati a rispondere delle nostre responsabilità.
Per carità di Patria non parlo della flottilla e non mi chiedo perché non ci sono mobilitazioni per l’altra atroce guerra nel cuore dell’Europa, anche in questo le responsabilità della sinistra sono molte.
Alessandro Palumbo
“l’antisemitismo è il socialismo degli imbecilli”
Karl Liebknecht

