Non é un caso che il Pd si divida. Il Pd é un partito diviso. Fin dalla nascita, al Lingotto, dove, con la supervisione di Veltroni, congiungeva due anime, quella post comunista dei Ds e quella prevalentemente cattolica della Margherita. Il “mai stato comunista“ Veltroni pensava di riassumerne l’identità nel mito americano dei Kennedy e ancor prima di Roosevelt. Aggiungendoci magari un po’ di Martin Luther King e di Obama col suo “Yes, we can”, tradotto nel veltroniano “Si può fare”. I precedenti italiani sono poi divenuti Berlinguer e Moro, che insieme al governo non sono stati mai. E perfino De Gasperi che dei comunisti era fiero oppositore cacciandoli dall’esecutivo nel 1947. Insomma una grande frittata che di americano aggiungeva anche il nome. Esisteva solo in America infatti il Partito democratico. Il Pd era alla sua nascita un partito a-europeo, che disdegnava le socialdemocrazie e che non era iscritto al Pse. Tra i suoi punti di riferimento non c’erano Turati, Nenni, Saragat, mentre Craxi i pidini lo consideravano, molto più della destra, tranne qualche timida revisione dalemiana, un politico fallito, quando non qualcosa di peggio. Tutti i nodi vengono al pettine. Magari uno alla volta e piano piano. Mettiamoli in fila. Il Pd é passato dalla segreteria Renzi, che rappresentava un riformismo moderno, alla segreteria Schlein, che rappresenta un massimalismo vetusto. Tra un presidente del Consiglio che si vantava del suo jobs act a una segretaria che lo vuole abolire. Non tutti sono ovviamente d’accordo. L’area riformista lo vuole mantenere giudicandola un’ottima legge. Per non parlare della riforma della giustizia. La separazione delle carriere dei magistrati (era a suo tempo una battaglia specifica del nonno della Schlein, il senatore socialista Agostino Viviani) é valutata dal gruppo che sta intorno alla segretaria come un tentativo di “minare l’autonomia della magistratura”, potere sacrale, come quello degli aruspici romani, e che di errori ne ha fatti a bizzeffe anche nei delitti comuni (trasecolo al pensiero, a proposito di Garlasco, che si siano riaperte le indagini mentre il condannato sta orami terminando la sua pena e a proposito di Avetrana che ci siano due donne in carcere che si professano innocenti mentre lo zio della vittima, che si autoaccusa del delitto, sia invece fuori). Ma lasciamo perdere. Leggevo invece che il guru del Pci, Pds, Ds, Pd Goffredo Bettini, gran cerimoniere e sacerdote a cui gli altri dirigenti affidano i loro dubbi, si era detto favorevole. Ma é in Europa che questo partito fa acqua. Per due volte, l’equiparazione tra nazifascismo e comunismo e poi tra croce uncinata e falce e martello (quest’ultima obiettivamente un po’ storicamente azzardata), avevano preso in contropiede i deputati europei del Pd che si sono divisi nel voto, mentre non é stato così per i deputati socialisti, socialdemocratici e laburisti. Evidente che il cordone ombelicale con la storia del comunismo italiano non sia stata rescissa. Ed é comprensibile. Il solo partito socialista europeo che non ha un passato socialista é il Pd. Ma la divisione più esplicita é stata prodotta dal voto sul piano Re arms Europe o Defend Europe proposto dalla Von Der Leyen: 11 astenuti e 10 favorevoli. Ha pienamente ragione Piero Fassino, un ex comunista col cuore e i genitori socialisti, che sostiene che un partito deve avere un’unica politica estera (per la verità non ce l’ha neppure il governo, ma si tratta di un’alleanza). L’ex cossighiano ed ex presidente del gruppo Pd al Senato Zanda invoca il congresso e sostiene che la Schlein non può fare la candidata premier, mentre Bonaccini, che pure ha votato sì, smorza i toni. La Schlein é stata la sua vice e lui é il suo presidente. Noblesse oblige. Anche i riformisti, tra i quali emerge sempre più la tentazione di lanciare Gentiloni, non si capisce se come leader di un’alleanza o di un nuovo partito, paiono divisi. D’altronde sono coerenti, in un partito diviso come il Pd, dove l’unità é anche lessicalmente un termine sconosciuto.
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Direttore. Nasce a Reggio Emilia nel 1951, laureato in Lettere e Filosofia all’Università di Bologna nel 1980, dal 1975 al 1993 é consigliere comunale di Reggio, nel 1977 é segretario provinciale del Psi, nel febbraio del 1987 è vice sindaco con le deleghe alla cultura e allo sport, e nel giugno dello stesso anno viene eletto deputato. Confermato con le elezioni del 1992, dal 1994 si dedica ad un’intensa attività editoriale (alla fine saranno una ventina i libri scritti). Nel 2005 viene nominato sottosegretario alle Infrastrutture per il Nuovo Psi nel governo Berlusconi. Nel 2006 viene rieletto deputato nel Nuovo PSI. Nel 2007 aderisce alla Costituente socialista nel centro-sinistra. Nel 2009 é assessore allo sport e poi all’ambiente nel comune di Reggio. Dal 2013 al 2022 dirige l’Avanti online.


4 commenti
Storia di un partito mai nato…
E mi fermo qui…
Il guaio maggiore è che rappresenta il partito catalizzatore dell’ utopistica opposizione…
E così la gente non va più a votare…
Il PD non riesce ad essere ad essere altro che il PC mascherato, con i suoi modi che Craxi ed il socialismo italiano non hanno mai gradito.
L’analisi è perfetta.
Però quel passo – per quanto anomalo – ha assicurato una presenza utile a sinistra. PSI, PCI e DC non c’erano più. Il PD ha colmato il vuoto e tutt’ora “tiene”, con tutte le sue contraddizioni. Ha subito anche il “ciclone Renzi”, che ha annichilito la sua possibile “evoluzione”.
Nel caso specifico del riarmo europeo (generato in una settimana) è anche comprensibile la tensione che si è manifestata al suo interno.
A mio modestissimo avviso, si può essere favorevoli o meno riguardo alla iniziativa UE volta al rafforzamento dei sistemi difensivi dei propri Paesi membri, che intendessero farlo, ma trovo invece piuttosto singolare l’astensione in proposito da parte di una forza politica guardata, o che si propone, quale perno di una coalizione alternativa a quella che sta attualmente guidando il Belpaese (come mi è già capitato di scrivere tre giorni fa, commentando l’articolo del Vice Direttore dal titolo “Spacca Strasburgo”).
Mi sembra altresì di intravvedere una qualche contraddizione nel posizionamento di detto partito che, se non erro, ha motivato il proprio astenersi col voler la nascita di un esercito unico, a livello europeo, anziché il “sommarsi” di quelli singoli nazionali, ma un tale “disegno” presuppone a mio giudizio una direzione politica molto forte, in grado di assumere se del caso decisioni ardue e delicate (e semmai controverse).
Orbene, io penso che una direzione politica molto forte comporti giocoforza l’elezione diretta (ossia a suffragio universale, tra tutti gli elettori UE) dell’Organo Esecutivo, ovvero della Commissione, o quantomeno di chi la presiede, al che, per equivalenza o simmetria, dovrebbe corrispondere una pari elezione diretta del nostro Primo Ministro (che mi pare tuttavia osteggiata dalla sinistra, e di qui la contraddizione che avanti dicevo).
Paolo Bolognesi 16.03.2025