di Simona Russo.
Se nei recenti scenari internazionali, dal Venezuela all’Iran, l’azione di Donald Trump ha mostrato un ricorso esplicito alla forza, tra interventi militari, pressioni economiche e blocchi navali, a Pechino si sta delineando una strategia profondamente diversa. La Cina continua a considerare Taiwan una provincia da riunificare, ma sembra oggi privilegiare una via più graduale, fatta di dialogo, influenza e costruzione di consenso.
È in questo contesto che va letta la visita a Pechino di Cheng Li-wun, leader del Kuomintang, ricevuta da Xi Jinping in un incontro raro e altamente simbolico. Un episodio che, al di là del suo valore bilaterale, si inserisce in una fase internazionale segnata da tensioni energetiche, crisi regionali e da un crescente interrogativo: quanto è affidabile l’attuale protagonismo degli Stati Uniti per la costruzione di un equilibrio globale?
Il viaggio di Cheng, definito “viaggio della pace”, punta a riaprire i canali tra il Kuomintang e il Partito Comunista Cinese, interrotti dal 2016 con l’ascesa del Partito Progressista Democratico. Al centro resta il nodo del “consenso del 1992”, che per Pechino è condizione minima per il dialogo e per il DPP una limitazione inaccettabile della sovranità.
Ma è sul piano strategico più ampio che questo episodio assume un significato ulteriore.
L’azione dell’amministrazione Trump, infatti, produce un effetto paradossale. Da un lato, attraverso interventi diretti, riafferma una logica di potenza tradizionale, fatta di uso della forza e pressione unilaterale. Dall’altro lato, però, contribuisce indirettamente a ridisegnare gli equilibri globali in modo quasi opposto.
In Europa cresce l’esigenza di maggiore autonomia strategica e coesione interna. Ma è soprattutto in Asia che questo effetto diventa evidente: il progressivo venir meno di una percezione di protezione automatica da parte di Washington apre spazi che Pechino sfrutta con abilità, proponendosi come interlocutore stabile ed affidabile.
Non si tratta solo di una mossa tattica o di semplice furbizia diplomatica. La strategia cinese incorpora anche una dimensione cooperativa, fatta di incentivi economici, aperture selettive e costruzione di interdipendenze. È proprio questo elemento — la capacità di affiancare alla pressione una proposta di cooperazione — che sembra oggi mancare alla postura americana, più sbilanciata sull’intervento che sulla costruzione di relazioni.
Nel caso di Taiwan, questa dinamica è particolarmente chiara. La Cina non rinuncia alla pressione militare, ma affianca a essa una strategia più sofisticata: dialogo con l’opposizione, incentivi economici, costruzione di un terreno comune culturale e identitario. La visita di Cheng rientra esattamente in questo schema.
A questo punto emerge un dubbio più profondo. Quella americana è semplicemente una politica estera reattiva e frammentata, oppure esiste, almeno in parte, un calcolo più ampio?
Si potrebbe leggere questa fase come l’emergere di una logica di sfere di influenza: gli Stati Uniti riducono il loro coinvolgimento diretto in alcune aree, lasciando spazio a potenze regionali come la Cina, mentre concentrano la propria forza in contesti ritenuti strategici. Una sorta di “ognuno a casa propria”, che ridefinisce gli equilibri senza dichiararlo apertamente.
Eppure, questa interpretazione si scontra con una contraddizione evidente. Se davvero esistesse una strategia coerente di delimitazione delle sfere di influenza, sarebbe difficile spiegare l’attivismo militare americano su più fronti. In un sistema profondamente interconnesso, infatti, non esistono più equilibri regionali isolati: ogni intervento locale produce inevitabilmente effetti sistemici. Più che un disegno lineare, emerge una politica estera oscillante: da un lato tendenzialmente disimpegnata, dall’altro fortemente interventista.
È proprio in questa ambiguità che si inserisce la strategia cinese. Pechino sembra aver colto l’opportunità di presentarsi come alternativa: una potenza che non rinuncia ai propri obiettivi — la riunificazione con Taiwan — ma che li persegue attraverso strumenti meno destabilizzanti, accompagnati da una proposta di stabilità e cooperazione.
Per Xi Jinping, il dialogo con il Kuomintang consente di rafforzare una narrativa precisa: il problema non è Taiwan nel suo insieme, ma la sua attuale leadership. Per Cheng, invece, il viaggio rappresenta un tentativo di accreditarsi come figura capace di garantire stabilità, sia internamente sia nei confronti degli Stati Uniti.
Resta però un limite strutturale. La società taiwanese ha dimostrato più volte una forte capacità di ricompattarsi nei momenti decisivi, e l’esperienza di Hong Kong continua a rappresentare un monito potente contro qualsiasi ipotesi di integrazione politica.
Nel breve periodo, lo scenario più probabile non è né il conflitto né la riunificazione, ma una pressione graduale e multilivello: influenza politica, apertura selettiva, competizione narrativa. La visita di Cheng non risolve questa tensione, ma la rende più evidente.
In questo quadro, le prossime elezioni americane potrebbero rappresentare un passaggio decisivo. Un cambio di amministrazione — o anche solo di indirizzo strategico — potrebbe ridefinire il ruolo degli Stati Uniti, riportando al centro una dimensione più cooperativa o, al contrario, accentuando l’attuale ambivalenza.
E forse, proprio in questa incertezza, si intravede uno dei tratti distintivi dell’attuale fase storica: un ordine internazionale non uniforme, in cui convivono pulsioni diverse — da un lato approcci più flessibili e ambivalenti nella ridefinizione delle sfere di influenza, dall’altro logiche ancora fondate sulla contrapposizione diretta e sull’uso della forza.
In questo contesto, la vera questione non è se la competizione tra potenze sia destinata a intensificarsi, ma se sarà ancora possibile governarla. Le prossime scelte degli Stati Uniti potranno incidere in modo decisivo: non tanto nel ridefinire gli equilibri, quanto nel determinare se a questa competizione continuerà ad affiancarsi una dimensione cooperativa, oppure se l’ambivalenza attuale diventerà la cifra stabile del sistema internazionale.
Resta, tuttavia, uno spazio — forse ridotto, ma non inesistente — per immaginare che proprio da questa fase di ambivalenza possa emergere una nuova forma di equilibrio, capace di coniugare competizione e responsabilità.

