di Carmine De Pascale @carmine_depascale
In Italia le tasse hanno un problema. Non è soltanto quanto paghiamo. È chi le paga.
C’è una domanda che in Italia sembra semplice, ma che diventa sorprendentemente complicata appena si prova
a darle una risposta: chi paga davvero le tasse?
La risposta ufficiale è che le paga chi produce un reddito, secondo la propria capacità contributiva. Ed è giusto così: chi guadagna di più deve contribuire di più. Il problema nasce quando ci accorgiamo che, nella realtà, ci sono dei redditi hanno che riescono a sfuggire al fisco.
Prendiamo due persone che guadagnano 40 mila euro all’anno.
La prima è un lavoratore dipendente. Ogni mese riceve lo stipendio già decurtato delle imposte: l’Irpef viene calcolata e trattenuta direttamente in busta paga. Prima ancora che quei soldi arrivino sul suo conto, una parte è già stata versata allo Stato. Non deve decidere quanto dichiarare e il suo reddito è chiaramente visibile e accertabile.
La seconda persona può avere un’attività autonoma o un’impresa nella quale una parte dei ricavi è più difficile da controllare. Se dichiara tutto, il suo reddito sarà tassato secondo le stesse regole. Ma se una parte dei guadagni non viene dichiarata, il rapporto con il fisco cambia completamente.
Ed è qui che comincia il problema.
Perché se io non posso scegliere quanto del mio stipendio dichiarare, mentre qualcun altro può avere maggiori possibilità di non far emergere una parte dei propri guadagni, alla fine il peso del finanziamento dello Stato rischia di concentrarsi sempre sugli stessi contribuenti.
Secondo le stime del Ministero dell’Economia, nel 2021 il cosiddetto tax gap dell’Irpef (quota di imposte che non viene pagata per evasione o dichiarazioni inferiori al dovuto) attribuibile a imprese e lavoro autonomo era di circa 29,6 miliardi di euro. Non è una cifra astratta. Sono risorse che, se non vengono recuperate, qualcuno deve comunque compensare: con più tasse, con meno servizi oppure con maggiore debito pubblico.
E allora la domanda cambia. Non è più soltanto: quanto paghiamo di tasse?
È: perché alcuni contribuenti non possono fare altro che pagare fino all’ultimo euro, mentre altri hanno possibilità di sottrarre una parte del proprio reddito alla tassazione?
Questa è una domanda che riguarda l’equità del sistema, non una guerra tra categorie.
Perché il fisco dovrebbe funzionare secondo un principio molto semplice: a parità di capacità economica, trattamenti il più possibile simili.
Ed è proprio qui che entra in gioco un’altra stranezza tutta italiana: i bonus.
Negli ultimi anni abbiamo costruito un sistema fatto di detrazioni, bonus, crediti d’imposta, agevolazioni e sostegni destinati a categorie diverse. Molti sono nati con intenzioni condivisibili. Ma messi tutti insieme possono produrre un effetto paradossale: chi guadagna un po’ di più può trovarsi a pagare più tasse e, contemporaneamente, a perdere alcuni benefici.
Immaginiamo una famiglia con due figli.
Con un reddito di 29 mila euro può avere accesso a una determinata agevolazione. Se il reddito sale a 31 mila, quella stessa famiglia potrebbe perderla, in tutto o in parte. Nel frattempo continua a pagare più imposte perché guadagna di più.
Il risultato può essere paradossale: un aumento dello stipendio non si traduce interamente in un aumento del reddito disponibile.
E qui molti contribuenti della classe media si riconoscono immediatamente.
Non sono abbastanza poveri per ricevere determinati aiuti, ma nemmeno abbastanza ricchi da poter ignorare il costo della vita. Pagano le imposte, sostengono il sistema con i propri contributi e spesso scoprono che, proprio perché il loro reddito supera una determinata soglia, alcune agevolazioni non spettano più.
Se il sistema è costruito male, può accadere che chi dichiara tutto e aumenta il proprio reddito venga penalizzato due volte: paga più imposte e perde una parte dei benefici. Mentre chi riesce a tenere nascosta una parte del proprio reddito può continuare, almeno in parte, a rientrare nelle fasce che danno diritto alle agevolazioni.
Questo non significa che i bonus siano sbagliati. Significa che un sistema di sostegni deve guardare alla reale condizione economica delle famiglie, non creare una successione infinita di soglie che trasformano ogni euro guadagnato in una possibile perdita di beneficio.
Perché alla fine il messaggio che arriva al cittadino può diventare devastante: se guadagno di più, pago di più; se dichiaro tutto, pago fino all’ultimo euro e se supero una certa soglia, perdo anche quello che prima mi spettava.
Il vero problema è costruire un sistema nel quale sia sempre conveniente dichiarare tutto ciò che si guadagna e nel quale nessuno venga penalizzato semplicemente perché il proprio reddito è trasparente.
Perché un sistema fiscale può chiedere molto a chi ha molto. Può chiedere meno a chi ha meno. Ma non può permettersi una cosa: far sentire il contribuente onesto come quello che paga anche per chi riesce a non farsi trovare.
Ed è da qui che dovrebbe cominciare la discussione sulla prossima riforma fiscale italiana.

