Pochi giorni fa a Francoforte la presidentessa della Banca Centrale Europea Christine Lagarde, durante il trentacinquesimo congresso bancario europeo, ha tenuto un discorso sconcertante, allarmante nella sua trasparenza, e purtroppo ben poco divulgato. Molto di noi diranno che Lagarde non è Draghi. E sbagliamo. Perché le sue riflessioni sono quelle che ogni statista assennato dovrebbe pronunciare adesso.
Ecco i punti salienti del suo drammatico messaggio.
“Il mondo intorno a noi non resta fermo. E questo chiama l’Europa a riconsiderare il proprio spazio nel mondo. Lo avevo detto già a novembre 2019: avevo già sottolineato la necessità di riconoscere che il vecchio modello di crescita stava per crollare, e avevo già richiesto un cambiamento, per concentrarsi nello sviluppare la nostra economia domestica, come fonte di resilienza in un mondo incerto.
Si trattava di puro realismo. Si trattava di riconoscere il mondo così com’è, e di capire che la soluzione era già di fronte a noi: mi riferisco al potenziale non ancora sfruttato del nostro stesso mercato interno.
Eppure, solo sei anni dopo questa diagnosi è diventata più chiara è più forte: l’Europa è diventata più vulnerabile, e al tempo stesso il nostro mercato interno è rimasto fermo. e
Eppur si muove! Direbbe Galileo. In pratica, l’Europa continua a dimostrare la propria resilienza. Quindi, oggi voglio chiedervi: come possiamo spostarci da questo essere resilienti ma vulnerabili, ad essere veramente forti? E cosa dobbiamo fare per diventarlo?
Abbiamo abbracciato la globalizzazione in modo più marcato di ogni altra economia avanzata. Ma oggi questa stessa apertura è diventata un grande punto di vulnerabilità. A metà del 2023, ad esempio, la Banca Centrale Europea si aspettava una crescita dell’esportazioni pari ad almeno l’8%, invece a metà 2025 le esportazioni non sono affatto cresciute.
Il risultato è una produttività stagnante in casa nostra, e una crescente dipendenza dagli altri paesi. Noi oggi fronteggiamo una nuova forma di vulnerabilità: l’accresciuta dipendenza dalle materie prime e dalle tecnologie.
Esistono tre fonti di resilienza nell’economia domestica europea che finora hanno aiutato a limitare l’impatto degli shock globali: la nostra gente, il nostro potenziale, e la nostra politica.
La nostra gente è importante, perché l’insieme dei cittadini europei costituisce un forte mercato del lavoro.
Il nostro potenziale è enorme, poi, se guardiamo alla transizione digitale e all’intelligenza artificiale.
Infine, la nostra politica (e in particolare la politica fiscale) ha sempre saputo agire in modo anticiclico preoccuparmi contrastate le crisi.
Per analizzare il potenziale del nostro mercato domestico dobbiamo innanzitutto ricordare che le barriere commerciali all’interno dell’Europa restano comunque troppo alte in alcune aree chiave.
E restano troppo basse in quei settori che ci aiuteranno a modellare la crescita futura (servizi digitali e mercati dei capitali che dovranno finanziare la transizione digitale).
Inoltre, le barriere interne al commercio sono più basse rispetto a quelle esterne, e anche questo non va perfettamente bene.
E pensiamo ai servizi: attualmente ricoprono i 3/4 dell’economia europea, ma apportano solo 1/6 dell’intera ricchezza europea.
Si tratta di una grave perdita di potenziale soprattutto in un momento in cui dobbiamo fare affidamento più su noi stessi che sugli altri. E il punto è: risolvere questi problemi non richiede un cambiamento radicale!
Quindi c’è da chiedersi perché non stiamo ancora compiendo questi passi?
La risposta sta nei governi.
L’armonizzazione totale di tutte le norme e tutte le regole degli stati europei non è un obiettivo realistico, ma in realtà non è neanche necessario. Basterebbe rispolverare il principio della reciprocità, che è il vero motore della liberalizzazione quel che ha spinto il mercato unico europeo negli Anni Ottanta.
Si dovrebbe snellire la capacità decisionale, ad esempio estendendo la maggioranza qualificata in tutte quelle aree in cui si determina il futuro dell’Europa.
La continua necessità di ottenere l’unanimità nel Consiglio Europeo ancora costituisce un ritardo nel rapido raggiungimento di quel progresso necessario al mercato unico.
Inoltre, è necessario avere un approccio esecutivo semplificato: basterebbe ad esempio costruire un sistema legale europeo parallelo alle leggi nazionali, piuttosto che rimpiazzarle.
Potremmo ad esempio introdurre una normativa societària così come già proposto da Letta e Draghi. Una legge europea societaria riuscirebbe a costituire aziende, in particolare StartUp, che sarebbero capaci in modo più semplice di operare attraverso le frontiere, tagliando la complessità di 27 differenti sistemi nazionali.
Quindi il progresso dipenderà dalla volontà politica.
Il mondo non rallenterà per aspettare l’Europa, ma noi possiamo decidere come muoverci da qui in avanti.
Se noi rendiamo il nostro mercato unico davvero unico, la crescita Europea non dipenderà mai più dalle decisioni degli altri, ma solo dalle nostre proprie scelte.
Questo era il mio messaggio sei anni fa. Oggi questo messaggio è diventato soltanto più urgente. Ulteriori sei anni di inazione e di perdita di produttività non sarebbero solo sconcertanti, ma assolutamente irresponsabili.
L’esperienza dell’anno appena trascorso deve darci fiducia: i passi che dobbiamo compiere sono assolutamente alla nostra portata”.

