di Carmine De Pascale @gen.depascale
C’è un’immagine che ritorna spesso quando si parla delle Nazioni Unite: «un palazzo di vetro che riflette un mondo che non esiste più». È una metafora che può sembrare ingenerosa, ma che descrive con precisione la distanza crescente tra l’istituzione nata nel 1945 e il mondo complesso, frammentato e competitivo del XXI secolo. L’ONU nasce sulle rovine della Seconda guerra mondiale, con un obiettivo tanto semplice quanto ambizioso: impedire che l’umanità ripetesse l’orrore appena vissuto. La Carta di San Francisco, firmata da 51 Stati, immaginava un sistema internazionale fondato sul dialogo, sul diritto e sulla cooperazione. Per decenni, l’ONU ha accompagnato la decolonizzazione, sostenuto la nascita di nuovi Stati, creato agenzie che hanno salvato milioni di vite e contribuito a definire standard globali su diritti umani, salute, ambiente, sviluppo. Non è mai stata un’istituzione perfetta, ma è stata – e in parte resta – l’unico luogo in cui quasi tutte le nazioni siedono allo stesso tavolo. Il problema è che il mondo per cui l’ONU era stata progettata non esiste più. Il sistema bipolare del dopoguerra ha lasciato spazio a un ordine multipolare, segnato da rivalità regionali, competizione tecnologica, crisi climatiche, guerre ibride e un multilateralismo sempre più fragile. Le grandi potenze preferiscono accordi bilaterali, coalizioni temporanee, o semplicemente agire da sole. In questo scenario, l’ONU appare spesso lenta, impotente, irrilevante.
A guardarla oggi, l’ONU sembra un gigante stanco: un’istituzione nata per impedire la guerra che fatica persino a commentarla con una voce unitaria. Ma questa percezione non nasce da un difetto morale o diplomatico: nasce da un difetto strutturale.
Il cuore del problema è il Consiglio di Sicurezza, l’organo che dovrebbe garantire la pace internazionale. Qui siedono quindici Paesi, ma solo cinque – Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito – hanno un potere che gli altri non possiedono: il diritto di veto. Basta che uno di loro dica “no” perché qualsiasi risoluzione, anche sostenuta dal resto del mondo, venga affossata.
Negli ultimi anni, questo meccanismo ha paralizzato l’azione dell’ONU nei momenti più delicati. Quando la Russia ha invaso l’Ucraina, Mosca ha bloccato ogni risoluzione che la condannasse.
Quando il conflitto a Gaza ha raggiunto livelli drammatici, gli Stati Uniti hanno posto il veto a più tentativi di chiedere un cessate il fuoco immediato. Quando si è tentato di intervenire sulla sicurezza nello Stretto di Hormuz, Cina e Russia hanno fermato tutto per non irritare l’Iran, partner strategico di entrambe.
Il risultato è un paradosso: l’organo nato per prevenire i conflitti è spesso ostaggio degli stessi attori che quei conflitti li influenzano o li alimentano. E mentre il mondo cambia, l’ONU resta imbrigliata in un’architettura pensata nel 1945, quando metà degli Stati oggi esistenti non erano nemmeno indipendenti.
La composizione del Consiglio di Sicurezza è una fotografia ingiallita del dopoguerra. Francia e Regno Unito mantengono un seggio permanente che riflette più la loro storia che il loro peso attuale.
Riformare l’ONU non è un esercizio teorico: è una necessità storica. Ma per farlo bisogna partire da un dato semplice e scomodo: l’ONU non può funzionare se il suo organo più importante continua a rappresentare un mondo che non esiste più.
La prima riforma, la più urgente, riguarda l’ampliamento del Consiglio di Sicurezza. Non si tratta di aggiungere sedie, ma di riconoscere che il baricentro del potere globale si è spostato. L’India è la nazione più popolosa del pianeta e una potenza nucleare. Il Brasile è il gigante politico dell’America Latina. L’Africa, con 54 Stati membri, è completamente esclusa dal nucleo permanente. Il Giappone e la Germania sono tra le prime economie mondiali, ma restano ai margini delle decisioni più importanti.
Un Consiglio più ampio e più rappresentativo restituirebbe legittimità a un’istituzione che oggi molti Paesi percepiscono come distante, sbilanciata, anacronistica.
La seconda riforma riguarda il tema più delicato: la limitazione del potere di veto. Nessuno immagina di abolirlo – sarebbe politicamente impossibile – ma molti propongono di circoscriverlo. Una delle idee più concrete è sospendere il veto quando sono in gioco genocidi, crimini di guerra o gravi violazioni dei diritti umani. Un’altra è obbligare i Paesi che pongono il veto a spiegare pubblicamente le ragioni della loro scelta, un passo già introdotto ma ancora poco incisivo. C’è poi chi propone che i membri permanenti si astengano dal voto quando sono parte diretta o indiretta del conflitto discusso: un principio previsto dalla Carta dell’ONU, ma raramente rispettato.
Infine, c’è la riforma più difficile da raccontare ma forse la più necessaria: una riforma culturale. L’ONU deve diventare meno burocratica e più operativa, meno centrata sugli Stati e più aperta alla società civile, alle comunità locali. La pace non si costruisce solo nelle sale dei palazzi di vetro, ma nei territori, tra le persone, nelle crisi quotidiane che non fanno notizia.
L’ONU non è un’istituzione perfetta. È lenta, spesso impotente, intrappolata in un’architettura pensata per un mondo che non esiste più. Ma è anche l’unico luogo in cui quasi tutte le nazioni siedono allo stesso tavolo. È l’unico spazio in cui i più deboli possono parlare ai più forti.
L’unico meccanismo, per quanto imperfetto, che può trasformare un conflitto potenziale in un confronto diplomatico.
Il XXI secolo chiede all’ONU di guardarsi allo specchio. Non per restaurare il passato, ma per reinventare il futuro. Perché, nonostante tutto, il mondo non può permettersi di rinunciare all’unica istituzione che, almeno in teoria, appartiene a tutti.

