IL 2023 è stato un anno anno difficile sul fronte della democrazia in generale, e dei diritti umani in particolare. E’ stato l’anno in cui il mondo è parso schizzare fuori controllo come mai prima, da molto tempo. E si è concluso con quelli che sono già stati definiti crimini di guerra, in Ucraina e a Gaza: un buco nella coscienza collettiva, qualunque sia il nostro pensiero personale sull’origine e sulle cause dei conflitti. Ma queste sono state solo le manifestazioni più violente di una storia ben più complessa: si tratta di una policrisi che ingloba colpi di stato e guerre in Africa, Oriente e Europa, aumento di impunità diffusa, incremento della polarità, record massimo di aumento delle temperature e inflazione che galoppa in molti dei paesi reduci dal Covid.
“Il miglior argomento contro la democrazia è una conversazione di cinque minuti con l’elettore medio“, diceva il buon vecchio Winnie Churchill. E quanto vorremmo dargli torto, quest’anno: perché il 2024 sarà l’anno più denso di elezioni politiche della storia contemporanea. Si è aperto con la vittoria a Taiwan del democratico William Lai, e con Pechino che non è affatto felice. Mentre il Sudafrica guida la moratoria per violazione dei diritti umani a carico di Israele, confermata dalle Nazioni Unite. Domenica 28 gennaio sarà la volta delle presidenziali in Finlandia, paese il cui capo di Stato è non solo comandante in capo dell’esercito, ma anche responsabile della politica estera: incarichi particolarmente importanti in un momento in cui il Paese, tradizionalmente neutrale, deve invece gestire al contempo un confine con la Russia e la volontà di aderire alla NATO in veste pro-Ucraina.
Quest’anno oltre 4 miliardi di cittadini andranno alle urne, affrontando l’incognita elettorale nei modi meno prevedibili possibili. Alcuni Stati (come il Pakistan) avranno elezioni definibili solo “semi-democratiche“. Ma molte altre saranno perfettamente libere, come quelle negli USA o in Europa, o in India, o Indonesia, e comunque potrebbero portare alla polarizzazione, alle dispute procedurali, alla contestazione della legittimità. Bisognerà stare attenti a non sconfinare nella semplificazione, o definire queste elezioni come “referendum di democrazia“. In molti casi i risultati elettorali saranno determinati da problemi di cambiamento e stabilità: dall’occupazione all’inflazione, fino alla divisione demografica tra giovani e anziani.
Uno studio internazionale condotto su 36mila persone di 30 diversi Stati ha dimostrato che la maggioranza si identifica con i valori democratici, e supporterà le migliori ambizioni di multilateralismo. Però, la stessa maggioranza ha espresso forte insoddisfazione verso gli attuali leader, e verso quei sistemi che non riescono a portare il pane sulle tavole della gente (il 49% di queste persone ha avuto problemi nel riuscire a sfamare la propria famiglia lo scorso anno). I votanti temono la violenza, la povertà, gli effetti del cambiamento climatico, e perfino le leggi che “non difendono la gente come me“. I cittadini tendono a non credere ai politici, e la più grande sfida che vorrebbero affrontare politicamente è la corruzione.
Si tratta di un elettorato che non ha più speranze di ottenere soluzioni, e quindi queste elezioni saranno basate sulle esperienze vissute, e non su principi astratti: il costo della vita, il senso di sicurezza comune nelle proprie case o nei luoghi di lavoro, per la strada. Tutti temi reali che non assicurano la certezza che i nuovi leader sapranno davvero difendere le esigenze degli elettori. Ignorare questi fondamentali trend socioeconomici significa smarrire il punto cruciale della situazione.
Tra gli appuntamenti centrali ci sono le elezioni europee. Tra il 6 e il 9 giugno oltre 400 milioni di persone in 27 Paesi saranno chiamate a rinnovare il Parlamento europeo. La sfida è tra i partiti tradizionali e la destra populista; una sfida a cui, dopo le elezioni del 2019, Popolari, Socialisti e Liberali avevano saputo rispondere compattandosi nella cosiddetta “maggioranza Ursula”, in omaggio alla Von der Leyen, sostenuta proprio da questi partiti. Gli ultimi sondaggi mostrano una sostanziale tenuta del blocco, ma anche l’avanzata del gruppo sovranista Identità e Democrazia (di cui fa parte la Lega), che potrebbe diventare ago della bilancia. Mentre restano da capire collocazione e composizione del gruppo dei Conservatori e riformisti (di cui fa parte Fratelli d’Italia). Le destre, inoltre, hanno dato recente prova di forza a livello nazionale – si pensi alla clamorosa vittoria del PVV di Wilders in Olanda – e potrebbero ripetersi in altri appuntamenti, come le legislative in Austria, in autunno.
Analoga dicotomia – politica tradizionale contro populismo figlio dei tempi – è quella che si prospetta nel secondo grande appuntamento dell’anno: le elezioni presidenziali americane del 5 novembre. È un voto che potrebbe riportare Trump alla Casa Bianca, per ora senza rivali in grado di impensierirlo per la nomination repubblicana e favorito nei sondaggi, anche contro Biden. Il tycoon dovrà prima superare gli ostacoli legali sulla sua strada, a cominciare dal nodo della sua ineleggibilità posto da Colorado e Maine, su cui deciderà a febbraio la Corte Suprema. Quanto al commercio internazionale, già investito dai venti del protezionismo globale, Trump ha preannunciato che, se sarà rieletto, introdurrà dazi del 10% su tutte le importazioni.
Sia in Europa che negli Stati Uniti sono in gioco fattori di grande rilevanza sul piano geopolitico ed economico. Con le guerre in Ucraina e a Gaza – per citare solo le due crisi internazionali più eclatanti – un’Europa più chiusa in se stessa, come quella a trazione sovranista, o un’amministrazione USA a guida repubblicana, potrebbero fare la differenza in termini di minor impegno a sostegno di Kiev e di ulteriori sforzi diplomatici nello scacchiere mediorientale. Senza contare che anche un Paese alleato con un ruolo di primo piano, il Regno Unito, sarà chiamato con tutta probabilità in estate, a elezioni generali che potrebbero interrompere i 14 anni di governo conservatore.
Alle urne andrà a marzo anche la Russia e, se la rielezione di Vladimir Putin alle presidenziali è a dir poco scontata, i dati sul voto potrebbero fornire qualche indicazione del sostegno reale di cui lo zar gode nel Paese. Senza storia, vista la presa sul potere, ma da osservare con attenzione, si preannunciano anche le elezioni in Iran di marzo, che arrivano dopo il conflitto a Gaza, le proteste di massa innescate dall’uccisione nel 2022 di Mahsa Amini e l’attuale scontro politico frontale con gli USA.
C’è poi il cosiddetto Sud globale. Gli occhi sono puntati sull’India, colosso da 1,4 miliardi di abitanti sempre più spesso guardato dall’Occidente come possibile contrappeso alla potenza cinese. Le elezioni politiche, tra aprile e maggio, daranno la misura del controllo sul Paese (che non pare in discussione) del BJP del premier in carica Narendra Modi. Ma a febbraio voteranno altri due giganti: il Pakistan (Parlamento) e l’Indonesia (presidenziali e legislative). Di particolare interesse anche le elezioni politiche in Sudafrica, dove per la prima volta dalla fine dell’apartheid l’African National Congress potrebbe perdere la maggioranza assoluta ed essere costretto a formare un governo di coalizione. E curioso è anche lo scenario in Messico, dove per la prima volta a sfidarsi nelle presidenziali saranno due donne, entrambe scienziate di chiara fama: e per la prima volta, vada come vada, la Residencia Oficial de los pinos avrà una padrona di casa.
Ci piace ricordare quel burbero di Lloyde George, quando scriveva “Le elezioni sono la vendetta del cittadino. La scheda di voto è un coltello“. Come stiamo messi ad armi bianche?
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