Nessuno nega il diritto al rispetto del proprio passato. E men che meno al simpatico Sposetti, presidente della Fondazione che detiene l’eredità, non solo politica, del Pci può negare il diritto di organizzare una documentata e interessante mostra fotografica su Enrico Berlinguer. Che ci fossero Bassolino e D’Alema é assolutamente logico essendo i due di quella storia naturale espressione. Non é stata segnalata, ma probabilmente c’era, la presenza di Walter Veltroni che comunista “non é mai stato”. Stona invece la partecipazione di Elly Schlein, se non in segno di curiosità. Quando Occhetto chiuse quella storia, che si era già chiusa col crollo dei regimi comunisti e la caduta del muro di Berlino, Elly aveva solo quattro anni e suo nonno era militante ed ex senatore del Psi di Milano. Ma dubito che se l’Associazione Socialismo di Gennaro Acquaviva organizzasse una mostra su Craxi Elly sarebbe in prima fila. Sposetti sì, magari Sposetti ci sarebbe, ma Elly non credo. Ad ogni modo partiamo dai meriti di Berlinguer. Certamente lo strappo dall’Urss che avvenne nel 1981 a seguito del colpo di stato in Polonia di Jaruzelsky, la sua precedente convinzione che il modello sovietico fosse criticabile perché privo di libertà e di pluralismo, il realismo dimostrato (soprattutto da Lama e dalla Cgil) a fronte della crisi del 73, la moderazione (che era già stata di Togliatti nei confronti dei governi ciellenisti) nella maggioranza di unità nazionale, la cosiddetta fermezza di fronte al terrorismo, l’eurocomunismo e se si vuole la terza via. Già queste ultime due (lascio perdere la fermezza perché ci porterebbe lontano) sono però tesi contestabili, giacché l’eurocomunismo si limitava al rapporto tra il Pci e il piccolo partito spagnolo di Santiago Carrillo (il francese Marchais era filo sovietico) e la terza via tra comunismo e socialdemocrazia era un’araba fenice. Certo Berlinguer fu un uomo coraggioso e a suo modo eretico se come appare più che probabile il grave incidente d’auto avvenuto in Bulgaria non sia stato affatto casuale. E come quando confessò di sentirsi più sicuro sotto la protezione della Nato che non con quella del Patto di Varsavia. Gli echi di Nagy e di Dubcek risuonavano alla memoria. Dopo il colpo di stato in Cile elaborò la strategia del compromesso storico. La sinistra non poteva governare solo col 51%. Serviva una coalizione ampia, che coinvolgesse anche la Dc. Era esattamente quel che pensava Togliatti che al muro contro muro del 1948 fu trascinato da Nenni. Sbagliava perché pensava a una sinistra a egemonia comunista come quella italiana giacché in tutta Europa una sinistra socialdemocratica governava serenamente anche con meno del 51%. In fondo il suo errore fu questo. E cioè di non anticipare la svolta di Occhetto del 1989. Se Berlinguer aveva rotto col comunismo perché continuava ad essere comunista? Sarebbe stata più credibile la svolta perché non avrebbe seguito il crollo del comunismo in tutta Europa, ma l’avrebbe anticipato. Poteva anche rilanciare la vecchia idea di Amendola del Partito del lavoro. Ma in fondo Berlinguer, nonostante un padre per anni senatore del Psi, socialista o socialdemocratico proprio non si sentiva. Ricordo un’intervista di Minoli nel 1981 quando rispose alla domanda a quale personalità si sentisse più vicino e lui disse, dopo averci pensato un po’: “Forse a Tito e a Ho chi min”. Non a Willy Brandt, non a Mitterand. Ma a due dittatori per quanto illustri. Li preferiva ai socialisti anche quando aveva compiuto lo strappo dall’Urss in nome della libertà. Un mistero che resta tuttora aperto nella lettura della storia di Enrico Berlinguer.
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Direttore. Nasce a Reggio Emilia nel 1951, laureato in Lettere e Filosofia all’Università di Bologna nel 1980, dal 1975 al 1993 é consigliere comunale di Reggio, nel 1977 é segretario provinciale del Psi, nel febbraio del 1987 è vice sindaco con le deleghe alla cultura e allo sport, e nel giugno dello stesso anno viene eletto deputato. Confermato con le elezioni del 1992, dal 1994 si dedica ad un’intensa attività editoriale (alla fine saranno una ventina i libri scritti). Nel 2005 viene nominato sottosegretario alle Infrastrutture per il Nuovo Psi nel governo Berlusconi. Nel 2006 viene rieletto deputato nel Nuovo PSI. Nel 2007 aderisce alla Costituente socialista nel centro-sinistra. Nel 2009 é assessore allo sport e poi all’ambiente nel comune di Reggio. Dal 2013 al 2022 dirige l’Avanti online.


7 commenti
Direi che ha mantenuto una coerenza al suo credo…
Anche nel suo comportamento di vita…
Il fatto di avere genitori o familiari militanti in altri partiti…
Non significa necessariamente che uno non debba poter anche pensarla diversamente e militare poi in un altro…
Non capisco poi perché la Schlein non debba essere andata ad una mostra fotografica su Berlinguer…
Il PD è nato anche con la volontà di chi credeva in Berlinguer…
Oltre che in Andreotti, Moro o Fanfani…
O chi credeva nel socialismo europeo…
Piuttosto si fa fatica a pensare come un senatore italiano…
Che voleva abolire il Senato…
Possa essere il politico con la denuncia dei redditi più alta dei parlamentari…
Frutto di consulenze milionari con paesi che di diritti e libertà…
Possa essere un politico credibile…
Per fare un’ alleanza alternativa alla destra più pericolosa dalla storia della Repubblica…
Che sta governando il Paese…
Mantenere coerenza in un credo che ogno giorno nuovo risultava come inadeguato, antistorico, antilibertario, antipluralista… è da elogiare?
Certo che si DEVE poter pensare diversamente, allo stesso tempo bisogna riconoscere che quando la Schlein rende omaggio a quella sinistra antimoderna, a vocazione antioccidentale (antiliberale) fa una scelta dalle sfumature clericali e di fazione “anti”.
Si noti bene, tutti gli aggettivi che descrivono la tradizione politica cui rende omaggio sono aggettivi di negazione. Potrei, senza averne le capacità, provare a sintetizzare il profondo, viscerale significato di questa considerazione.
Invito invece chiunque legga a riscoprire il pensiero del prof. Luciano Pellicani, che reputo incredibilmente (incredibilmente) ignorato (da recuperare anche solo i suoi minimali interventi su radio radicale).
Ciò detto, vedremo cosa la segreteria del PD saprà fare tra pochi giorni, quando la ricorrenza riguarderà Bettino Craxi.
Non trattengo il fiato chiaramente.
Caro Mauro ,la tua riflessione è impeccabile , sottolineare la mia condivisione e’ pleonastico. Nonostante la mia età riesco ancora a meravigliarmi quando leggo invece i tentativi di giustificare le contraddizioni abissali del mondo comunista. La mamma degli struzzi è sempre incinta
Qualche giorno fa, un vantato storico politico me sconosciuto, presso la sezione PD di Orvieto ha presentato un libro da titolo ‘’Berlinguer e il socialismo’’. Dalle recensioni lette su manifesti dell’evento, ho letto tanti nomi citati, tanti tranne chi la storia racconta socialista. Sembrerebbe che ‘’i comunisti’’ vorrebbero sempre appropriarsi dei meriti altrui
Caro Mauro, posso dire che considero la tua una visione _ legittimamente _ di parte?
Se così non fosse perché citare una intervista semiclandestina concessa a Minoli e ignorare invece l’intervista ben più celebre che Berlinguer concesse a Eugenio Scalfari. Lì ci sono, a voler vedere, tutte le ragioni per le quali Berlinguer non si sentiva parte del socialismo italiano all’epoca incarnato da Craxi. Poi, che lui sia stato tradito, frainteso, ignorato dai suoi stessi eredi è cosa nota, così come è acclarata ormai l’inconsistenza della pseudodiversità millantata ancor oggi. Prendere atto di questo non significa attribuire colpe a Berlinguer.
Senza nessun intento polemico vorrei chiedere quali sarebbero a Suo avviso le ragioni per cui Berlinguer disconosceva (parole mie) il partito socialista incarnato da Craxi nella famosa intervista.
E cosa Lei intende con “Poi, che lui sia stato tradito, frainteso, ignorato dai suoi stessi eredi è cosa nota”. Non essendo, così leggendo, assolutamente d’accordo con quanto da Lei espresso ( senza offesa ci mancherebbe).
Enrico Berlinguer, come disse Bettino Craxi, era contro perfino alla televisione a colori.