Il 27 maggio 1937 fu istituito il Ministero della cultura popolare ma la cultura, come vedremo, continuò a essere estranea ai suoi compiti. Potendo censurare e chiudere i giornali, nominare o imporre i direttori, assegnare o revocare finanziamenti, controllare le trasmissioni radiofoniche e la produzione di film a Cinecittà, rappresentò un importante strumento di controllo politico e sociale di consolidamento e di difesa del fascismo.
Chiamato in senso spregiativo Minculpop, più che a promuovere cultura, fu utilizzato per soffocare il dissenso e per impedire l’ingresso in Italia di correnti cultural-filosofiche non compatibili con il fascismo. Ma come si arrivò a istituire questo miistero?
Tutto cominciò con un piccolo ufficio stampa presso la presidenza del Consiglio, cioè presso il Duce, che proprio su questo insignificante ufficio rischiò tutto. Quando emerse infatti la responsabilità dello squadrista toscano Amerigo Dumini nel rapimento e nell’assassinio dell’on Matteotti nel 1924, amico di Cesare Rossi, capo di quell’ufficio, la responsabilità anche solo indiretta del Duce fu evidente.
La testa di Rossi e quella degli altri coinvolti, ormai indifendibili, nell’assassinio rotolarono e Mussolini chiamò Giovanni Capasso Torre, un aristocratico beneventano, che riuscì grazie alle sue conoscenze nel mondo dell’informazione a parare i colpi nei mesi che seguirono il delitto Matteotti, fino al processo del 1926, dove Dumini e gli altri imputati subirono pene simboliche.
Nel 1928 arrivò Lando Ferretti, già direttore della Gazzetta dello Sport e presidente del Coni. Ferretti elaborò un manuale che riassunse i tanti divieti, nel frattempo emersi, su cosa fosse consentito o meno pubblicare. Le pene per i trasgressori erano molto pesanti: il confino di polizia, il carcere, l’interdizione perpetua della professione.
Due anni dopo anche Ferretti venne licenziato a favore di Gaetano Polverelli di Macerata, un fascista della prima ora e ex giornalista del Popolo d’Italia. Poi, il primo agosto 1933, arrivò Galeazzo Ciano. Fu lui a gettare le basi del futuro Ministero della cultura popolare e i cambiamenti non si fecero attendere.
L’originario ufficio stampa divenne ufficio stampa e propaganda, poi sottosegretariato con il diritto per il suo responsabile di partecipare al Consiglio dei ministri.
Con Ciano nacquero le famose “veline”, cioè le disposizioni per la stampa, così chiamate perché battute a macchina con carta vergatina e carta carbone.
Con la nuova sede spaziosa e moderna di Veneto il sottosegretario divenne di fatto già ministro, anche se formalmente lo diventò il 24 giugno 1935.
Quando Ciano divenne ministro degli Esteri, il Minculpop fu affidato Dino Alfieri, il futuro ambasciatore a Berlino.
Alla fine del 1939 Mussolini nominò Alessandro Pavolini, che nella prima parte della sua vita politica si dimostrò un raffinato intellettuale, fondando Il Bargello (che ospitò le più belle firme della cultura del Novecento), ideando il Maggio Musicale Fiorentino e con Bottai inaugurando i Littoriali della cultura.
In seguito purtroppo Pavolini si trasformò in un fanatico e spietato capo delle Brigate nere, per finire la sua vita a Dongo.
Una cosa è certa: il Minculpop non portò fortuna ai suoi titolari. Dino Alfieri venne condannato a morte al processo di Verona per aver votato sì al Gran Consiglio che sfiduciò Mussolini il 25 luglio 1943, ma si salvò riparando in Svizzera.
Galeazzo Ciano finì come è noto davanti al plotone d’esecuzione l’11 gennaio 1944. Pavolini venne fucilato dai partigiani a Dongo il 28 aprile 1945, assieme a Fernando Mezzasoma, l’ultimo a occupare quel posto.
Forse anche per questo motivo da allora l’Italia non ha più avuto un Ministero della cultura.
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Fabrizio Montanari
Autore. Fabrizio Montanari è nato a Reggio Emilia nel 1951 e ha svolto per molti anni attività lavorativa come Dirigente cooperativo. Socialista autonomista, è stato dirigente provinciale del PSI reggiano e regionale, segretario provinciale (1975) e membro della segreteria nazionale della FGSI (1976-77). Giornalista pubblicista, collabora a diverse riviste storiche (Ricerche Storiche, L’Almanacco socialista, Reggio Storia), e ai giornali 24Emilia e La Giustizia. È inoltre autore di diversi libri e saggi storici sul movimento socialista e libertario italiano.

