Dal 31 marzo al 4 aprile 1982 si svolse a Rimini la prima conferenza programmatica del Psi. Il centro dell’evento è il celebre discorso di Claudio Martelli, “Per un’alleanza riformista fra il merito e il bisogno”.
Miriam Mafai sottolineava che emergeva “una visione della società che fa tabula rasa non solo delle tradizionali analisi della sinistra, ma anche di ogni forma di antagonismo sociale”, per cui “alla contrapposizione destra-sinistra si è sostituita la contrapposizione vecchio-nuovo, arretrato-moderno”, fino a derivarne “un atteggiamento complessivo di ottimismo e di fiducia, che punta su tutti gli elementi dinamici della società”.
Partecipai alla conferenza quando avevo 35 anni e già una solida militanza nel Psi. Ero già stato Sindaco di Belluno e da dirigente regionale del Partito il discorso di Martelli, per la mia generazione,.apriva una seria prospettiva di sviluppo e di giustizia sociale. Rendendo le parole di Nenni di assoluta attualità: “Io spero in una società nella quale il successo non sia il solo elemento determinante per stabilire dei valori e per giudicare gli uomini” .
Trascorsero circa una decina di anni, il panorama internazionale e la politica interna conoscevano mutamenti ormai evidenti e nel congresso di Bari del Giugno 1991 l’intervento di Claudio Martelli è un processo graduale che passa per il “dialogo” e l’incontro sulle cose da fare, ed è un processo più ampio che riguarda il PSI, il PDS e il PSDI.
Insomma, è un «polo riformista» alternativo alla Dc.
Martelli declina a sinistra la relazione del Segretario, vi lascia circolare la nostalgia per quella conferenza di Rimini, convocata all’inizio degli anni ’80 e che segnò una lettura possibile del nuovo corso socialista.
E da Bari esce come il più credibile punto di riferimento della «sinistra del centro», È lui il ponte fra Craxi e la sinistra. E dice senza mezzi termini che «bisogna rivedere il rapporto con questa Dc». E aveva ragione perché aveva annusato l’aria che tirava.
Forse bisognava mescolare le carte con una tornata elettorale, certamente il non cambiamento e l’apertura di una stagione di grandi riforme finì di li a poco con la tabula rasa giustizialista che cancellò buona parte dei partiti e conseguentemente con la fine della politica, con l’inizio dell’ anti politica, fino ad oggi in cui viviamo in uno stato di A politica.
Dov’è finita la politica oggi? In un pozzo di discredito, in una palude di utopie,.di ideologismi a buon mercato.
Viviamo in una società prigioniera del presente che non progetta il futuro e non ha memoria del passato.
L’analfabeta funzionale, in pratica , può leggere, riconoscere e capire un cartello stradale che lo avvisa di una frana. Non riesce tuttavia a comprendere le connessioni, e dunque i contenuti, di un semplice articolo di Giornale.
Secondo le statistiche dell’ Ocse-Pisa gli analfabeti funzionali in Italia sono il 27,9% delle persone tra i 16 e i 65 anni, il 9,6% tra 16 e i 24 anni, e il 15% dei giovani tra i 25 e i 34 anni. E’ analfabeta funzionale un diplomato su cinque e il 4,1% dei laureati. In totale, undici milioni di uomini e donne che non sono in grado, nel corso della vita quotidiana, di usare in modo efficiente la lettura, la scrittura e il calcolo. E risultano incapaci, secondo la definizione di analfabeta funzionale dell’Unesco, di “intervenire attivamente nella società e nella Politica.
Gli Italiani assumono più i connotati di sudditi che di cittadini. Mi pare che nel campo dei bisogni l’attuale classe dirigente, non solo della politica, abbia fallito.
Qualche decina d’anni or sono un personaggio che ha dedicato la sua vita allo studio si chiedeva: “Ma chi c’è in Italia chi si stia dedicando a formare una classe dirigente in tutti i campi”?
Con la classica astuzia da classe “dirigente made in Italy” sono riusciti a creare i premi o compensi a seconda dei meriti, in una distribuzione a pioggia come fossero le prime donne dello sport o dello spettacolo.
Un manager Italiano su tre, esaminati dagli esperti dell’Istituto Ambrosetti, non ha fatto nulla, proprio nulla, per giustificare il suo guadagno. Anzi, questi stipendi scollegati dai risultati continuano spesso a gonfiarsi in un rapporto inversamente proporzionale rispetto alle performance dell’azienda: cresce la remunerazione dei manager, diminuisce la solidità della società. Più che essere creato, il valore così viene distrutto.
E pensare che proprio in Italia più di un mezzo secolo fa, un capitalista di razza e di visione di lungo periodo, Adriano Olivetti, aveva già fissato i paletti necessari per evitare il letale, eccessivo squilibrio tra i vari livelli gerarchici all’interno dell’azienda: lo stipendio più alto non doveva mai superare una soglia pari a dieci volte il valore di quello più basso.
Se parliamo di meriti : A favore dei manager, con la relativa corte al seguito, che invece, sulla base dei risultati reali e non di una retorica formula magica, avrebbero meritato solo il licenziamento.
Che fare per ridare vita e realizzare i giusti meriti,.
Riccardo Lombardi ci diceva : “…è giusta quella società che riesce a dare a ciascun individuo la massima possibilità di decidere la propria esistenza e di costruire la propria vita…”
Il tempo a disposizione mi ha permesso di fare due esempi di come sono cresciuti i bisogni e come annullati i meriti .
Che fare.
La risposta ce l’ ha data Claudio Martelli nel 1991 a Bari: bisogna fare “un polo riformista” che sia alternativo alla destra e al populismo dilagante.
Io ritengo che oggi debba essere costituito dalle culture alla base dei valori che hanno costruito l’Unione Europea, le tradizioni che hanno aperto le stagioni delle più importanti riforme. Un polo riformista aperto a tutti quei partiti, movimenti, associazioni, che si riconoscono nel riformismo, nelle sue diverse declinazioni “ Liberaldemocratica, Socialista, Popolare “che hanno le loro radici nell’Umanesimo.
Ricordiamoci che gli Italiani che hanno fatto l’ Italia moderna erano poveri, molto più poveri di oggi.
Il vero motivo è che allora c’era un’ idea di futuro che oggi non c’è più .

