Siamo transitati da leggi con nome neutro singolare latino, datole da Giovanni Sartori, fino alla proposta di legge della maggioranza che sostiene il governo Meloni. Dal Mattarellum, 75% di uninominale maggioritario e 25% di proporzionale con sbarramento al 4%, al Porcellum, in questo caso la legge é stata definita dal suo massimo estensore, il leghista Roberto Calderoli, proprio “una porcata”, e cioè un proporzionale e sbarramento al 2% in coalizione con recupero della prima lista sotto il 2% nelle due coalizioni, più premio di maggioranza alla prima coalizione senza fissare quote, poi dichiarata per questo illegittima dalla Corte costituzionale, al Rosatellum, dal nome del suo estensore Ettore Rosato, con collegi e voti di lista, ma da calcolare insieme (le liste devono per forza indicare i collegi) e sostanzialmente maggioritario. Adesso ecco a voi il Melonellum, la proposta presentata ieri dal centro-destra. Questa legge viene alla luce nel bel mezzo di una campagna referendaria durissima e bisogna afferrarne bene il motivo. Prima però analizziamola. Proporzionale con sbarramento al 3% e su questo si potrebbe essere d’accordo. Le liste di partito sono però bloccate. Non ci sono preferenze. Saranno ancora le segreterie dei partiti a scegliere l’ordine dei candidati e sostanzialmente i parlamentari. Questo non avviene da adesso e costituisce una delle ragioni, non la sola, della disaffezione elettorale crescente. L’Italia é davvero un paese anomalo, perché quel che vale per le elezioni politiche (le preferenze sono fonte di sperperi di denaro e di pericolose infiltrazioni della malavita) non vale invece per le europee, le regionali e le comunali, dove invece le preferenze ci sono. Misteriosa, ma non troppo, contraddizione logica. Secondo appunto. Il premio di maggioranza si ottiene se la prima coalizione supera il 40% dei voti. Ha ragione Carlo Calenda. Se consideriamo che il cinquanta per cento degli elettori o poco meno non va a votare noi avremo un venti per cento dell’elettorato che conquista il 60% dei seggi. Ovviamente solo alla Camera perché la legge per il Senato é regolata dalla Costituzione che impone il conteggio “su base regionale”. No, questo del Melonellum non va proprio. Si alzi il 40% e lo si porti al 50 qual era il tetto della legge De Gasperi nel 1953, definita “legge truffa” e oggi invece decantata come molto più democratica di quelle che si sono adottate in Italia dal 1994. Poi il colpo finale. Se nessuna coalizione raggiunge il 40% allora le prime due vanno al ballottaggio. Questo passaggio assomiglia molto a quello dell’Italicum di Renzi. Ma non esiste un ballottaggio tra coalizioni. Nei comuni il secondo turno serve per eleggere i sindaci e in Francia, doppioturnista per eccellenza, il doppio turno nazionale è per i candidati presidenti e quello di collegio e per i candidati al Parlamento. In Italia questa subordinata del ballottaggio nazionale di coalizione serve ad eliminare la conseguenza più logica del voto. Quella che, se esiste un equilibrio proporzionale, esso venga poi rispettato e le maggioranze si formino in Parlamento. Tre obiezioni che mi paiono dunque fondate quelle relative alla mancanza delle preferenze, al premio di maggioranza e al ballottaggio. Vengo infine alla risposta sul motivo che ha spinto la maggioranza a presentare la proposta di legge elettorale in piena campagna referendaria. Qualora vincesse il sì, a mio avviso, la legislatura potrebbe concludersi regolarmente, ma se vincesse il no? Siamo sicuri che la Meloni si lascerebbe logorare per un anno, in cui si succederebbero le allusioni sulla sua incapacità di convincere la maggioranza degli italiani ad accogliere una legge che rappresenta uno dei cardini del programma di governo? O la Meloni, come ha fatto Macron, non potrebbe invece propendere per un “vedo” immediato degli umori elettorali, sfidando un campo largo che non ha ancora scelto un leader, né un programma, né ha ben definito il contorno degli alleati? Con che legge elettorale? Ma con questa, da approvare subito, anche a maggioranza, non sarebbe certo il primo caso, legge che potrebbe, in caso di vittoria, assicurarle una larga maggioranza alla Camera e al Senato con uno sbarramento basso potrebbe ampliarne il perimetro delle alleanze qualora fosse necessario. Illazioni? Ipotesi fantasiosa? Credo sia invece una spiegazione razionale del motivo della presentazione di una proposta di legge elettorale mentre fra tre settimane é fissato un voto su altra materia, ma così scivoloso che potrebbe avere conseguenze non tanto sul governo, ma sulla legislatura.
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Direttore. Nasce a Reggio Emilia nel 1951, laureato in Lettere e Filosofia all’Università di Bologna nel 1980, dal 1975 al 1993 é consigliere comunale di Reggio, nel 1977 é segretario provinciale del Psi, nel febbraio del 1987 è vice sindaco con le deleghe alla cultura e allo sport, e nel giugno dello stesso anno viene eletto deputato. Confermato con le elezioni del 1992, dal 1994 si dedica ad un’intensa attività editoriale (alla fine saranno una ventina i libri scritti). Nel 2005 viene nominato sottosegretario alle Infrastrutture per il Nuovo Psi nel governo Berlusconi. Nel 2006 viene rieletto deputato nel Nuovo PSI. Nel 2007 aderisce alla Costituente socialista nel centro-sinistra. Nel 2009 é assessore allo sport e poi all’ambiente nel comune di Reggio. Dal 2013 al 2022 dirige l’Avanti online.


2 commenti
Si, “è un orrido pasticciaccio” e fa perfettamente “pendant” con i tempi che stiamo vivendo, in cui la politica ha perso la bussola da molti anni. La tua è un’analisi spietatamente onesta: ricostruisci in poche righe la genealogia dei nostri “-ellum” e mostri perché questo Melonellum non è una riforma, ma l’ennesimo marchingegno di convenienza.
Proporzionale “di facciata”, però con liste bloccate (Parlamento nominato, non scelto), un premio di maggioranza che rischia di trasformare una minoranza di elettori reali in una maggioranza di seggi, e poi il capolavoro: il ballottaggio tra coalizioni, cioè un secondo turno pensato non per rappresentare meglio, ma per correggere l’esito del voto quando non piace abbastanza a chi governa. Altro che governabilità: è una distorsione programmata della rappresentanza: qui si torna a decidere per gli elettori. E questo, comunque, lo si impacchetti, resta un ulteriore passo indietro.
Il punto politico, poi, è quello più sconcertante perché è credibile: presentare una legge elettorale nel pieno di una campagna referendaria significa tenere pronta la leva dello “scioglimento lampo” e giocare d’anticipo sul calendario e sugli avversari. Non è strategia alta: è tattica di potere.
In tema di preferenze, il Direttore cita opportunamente quanto avviene per le elezioni europee, regionali e comunali, ma restando nel perimetro di casa nostra il parallelo andrebbe allora completato, inserendovi anche Il fatto che per le urne regionali e comunali vale il principio della elezione diretta di Governatori e Sindaci, il che a me sembra essere un aspetto affatto irrilevante e per niente secondario.
Il proporzionale unito alle preferenze è un indubbio fattore di rappresentanza, ma occorre guardare nel contempo anche alla governabilità, perseguibile giustappunto con l’andare alla elezione diretta del Primo Ministro, alla stregua di quanto già avviene a livello regionale e comunale, e non si comprende pertanto come alla sinistra, almeno così sembra, non stia invece bene il cosiddetto Premierato.
Introducendo il Premierato (inteso quale elezione diretta del Primo Ministro), accompagnato dal proporzionale con preferenze per le Camere, il Capo del Governo si troverebbe ad avere un forte contrappeso nei Parlamentari eletti in tal modo, contrappeso che andrebbe bilanciato col prevedere che il Capo del Governo possa sciogliere le Camere ove il contrappeso gli divenisse troppo condizionante.
Passando al premio di maggioranza, a me risulterebbe che in Emilia Romagna, ossia una Regione guidata da sempre dalla sinistra, detto premio, in virtù della L.R. n. 21 del 2014, scatti al raggiungimento del 40% di consensi acquisiti dalla lista o coalizione che sostiene il candidato Presidente, ossia la stessa e identica quota contemplata dal “Melonellum” (prima, se non sbaglio, il maggioritario si sostanziava nel Listino).
Se il dato di cui sopra risulta corretto, non si comprende la totale avversità degli oppositori dell’attuale Governo alla proposta avanzata adesso dal centro destra, anche considerando che alle elezioni regionali del Novembre 2014, l’affluenza alle urne, sempre in Emilia Romagna, non raggiunse il 38%, se non vado errato, e nessuno mise in dubbio la validità di quel risultato, nonostante la non alta partecipazione al voto.
Non condivido invece l’ipotesi del ballottaggio, se nessuna coalizione raggiunge il 40%, perché in linea di massima sono contrario al secondo turno, visto che può ribaltare l’esito del primo, portando semmai a votare elettori che avevano ritenuto di disertare le urne al primo turno, il che potrebbe far supporre che il loro “ripensamento” abbia talora il solo scopo di sconfiggere chi in precedenza era risultato vincente.
Il Premierato, col proporzionale nel voto per le Camere, potrebbe altresì consentire una soglia di sbarramento molto bassa, così da dar rappresentanza anche ai cosiddetti partiti minori, posto che non ne soffrirebbe la governabilità, e cadrebbe inoltre la questione “voto utile” qualora fosse previsto che sotto tale soglia i voti ottenuti andrebbero distribuiti all’interno della rispettiva coalizione (non andrebbero cioè persi).
Paolo Bolognesi 01.03.2026