A inizio ottobre dello scorso anno (quindi solo pochi mesi fa) 32 ex politici di alto livello, insieme a funzionari, accademici, giornalisti ed economisti dell’Unione Europea, hanno pubblicato un “Manifesto per l’Europa al tempo della nuova guerra fredda“. Un documento il cui titolo stesso richiama il ben più noto Manifesto di Ventotene, che fu determinante per le istituzioni europee, e al quale gli autori rimandano come pietra miliare di una nuova, dovuta riforma europea. Tra loro l’ex presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, l’ex presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy, gli ex primi ministri italiani Romano Prodi, Giuliano Amato e Mario Monti, e qualche nostro ex ministro come Elsa Fornero e Franceso Profumo. Chiedono un “federalismo graduale e pragmatico”, con capacità di spesa a livello centrale, realizzazione dell’Unione bancaria, completamento dell’Unione dei mercati e dei capitali, e riforme istituzionali sostanziali. Il testo integrale del Manifesto, che tuttora raccoglie firme, è consultabile su https://europemanifesto202.wixsite.com/europe-manifesto
La proposta fu lanciata in calcolato anticipo sulla data delle ormai prossime elezioni parlamentari europee, per avere tempo sufficiente a raccogliere quante più firme possibili e richiamare l’attenzione sul documento. Riccardo Nencini stesso ne presentò il programma al Senato italiano. Gli autori, che scrivono a titolo personale, individuano 7 fattori chiave che offrono la base per un nuovo contratto politico capace di ristabilire la fiducia intraeuropea e rafforzare la solidarietà comune, rilanciando la capacità innata dell’UE di tutelare gli interessi dei suoi cittadini e articolando meglio, al contempo, il suo ruolo internazionale. Come sostiene Marco Buti, oggi attivo all’European University Institute e al Robert Schuman Centre, se “le cose piccole non funzionano bene e le cose grandi non ci danno sicurezza“, allora non è più il momento di essere euroscettici, pur restando eurocritici: e questo Manifesto lo è. Nella sua storia, l’Unione Europea si è sempre mostrata fautrice di giochi a somma positiva, ma nell’attuale crisi geopolitica l’UE non c’è. Il modello socioeconomico europeo non è sostenibile nel medio termine, nè lo sarà sul lungo periodo. E anche il suo modello istituzionale ha gravi pecche operative. Bisogna riequilibrare le cose portandole verso nuovi livelli di efficienza ed equità.
Innanzitutto il Manifesto è molto chiaro nell’elencare le cose da non fare: mettere in secondo piano la crisi climatica; contare sull’autarchia demografica; fermarsi al mercantilismo; fare protezionismo tecnologico; cercare all’estero le risorse utili per la sicurezza e la difesa comune. In seconda battuta, il Manifesto propone diverse strade parallele da percorrere verso un federalismo graduale ma pragmatico: riformare il budget europeo con una capacità fiscale centrale basata su nuove norme; sviluppare una politica industriale comune; costruire intensi mercati finanziari europei; aumentare il ruolo globale europeo; implementare la cultura comune (aumentando anche l’integrazione dei migranti); garantire la sicurezza e la difesa comune europea nella NATO, ma in forma autonoma; ripensare il sistema di voto all’interno del Consiglio Europeo; ipotizzare una configurazione di intervento europeo a geometria variabile, in aeree politiche ben definite; riformare i trattati costitutivi; eliminare il blocco imposto dai veti individuali dei singoli Stati.
Nel corso di un dibattito sul tema, ospitato di recente dal Collegio Carlo Alberto di Torino, hanno detto la loro anche Elsa Fornero e Francesco Profumo. Con toni che avrebbero strappato il beneplacito di Spinelli o Turati, la nostra imbattuta Elsa (e il riferimento va alla sua – ahimè – insuperata dottrina pensionistica) ha dichiarato che “il Manifesto è sì nelle mani della tecnocrazia, ma sarà comprensibile al cittadino europeo? Un cittadino europeo che ad oggi non esiste?“. Ferma sulla sua posizione inaspettatamente popolare, la ex ministra ha continuato: “i tecnocrati hanno le soluzioni, ma sono complesse. Al contrario, i cittadini continuano a fare scelte nazionali, più che europee, perchè la loro visuale non supera quella dei confini nazionali“. E quale sarà la soluzione, allora? “Il futuro sta nelle mani dei giovani: sono loro che vivranno il momento sperato in cui il gap tra istituzioni e cittadini sarà finalmente colmato. Saranno loro a vivere a pieno i beni comuni europei, perchè la nostra democrazia oggi funziona male, e l’Europa futura deve essere innanzitutto passione“.
E di pari intendimento è Francesco Profumo, ex ministro MIUR che, facendo sfoggio di un’intensa verve riformista, ha ricordato che tra tutti i progetti europei quello che ha dimostrato maggior successo finora è stato l’Erasmus: “grazie allo scambio di studenti agevolato dal progetto Erasmus fin dal 1987, ad oggi sono 13 milioni i giovani che possono dire di conoscere davvero l’Europa, ed è da questi cittadini che bisogna ripartire per concretizzare gli obiettivi del Manifesto“. Il monito di Profumo non è affatto morbido: “In Europa abbiamo utilizzato male il tema della concorrenza. Perfino i fondi erogati per buone cause bastano solo a farle partire, ma non sono mai sufficienti a sostenerle. Perciò bisogna cambiare marcia. E per cambiare marcia le nostre teste non vanno bene: sono ossidate. Il futuro è dei giovani“. E una punta di amarezza traspare quando continua: “L’Europa è di memoria corta. Col Covid siamo stati bravi a gestire l’emergenza, perchè in quei momenti i politici hanno dimenticato la propria origine partitica e hanno lavorato insieme, e bene, insieme ad istituzioni rapide ed efficienti. Purtroppo, la memoria resta troppo corta“. E dal futuro prossimo, cosa aspettarsi? “Il PNRR è stato un grosso fallimento italiano. Giugno è domani mattina. Serve un’Europa più capace, e questo Manifesto dice cosa fare per provare a salvarci“.
I sostenitori del Manifesto per una nuova europa sono impegnati da mesi a divulgare il messaggio riformatore del documento programmatico tra gli istituti culturali di tutti i partner europei, dalle università statali fino agli ambienti di maggior indirizzo politico. Ci piace l’idea basilare della spinta a cambiare l’animo degli europei partendo dalle scuole, dalla cultura dei giovani, dal sentimento comune dell’uomo della strada, mentre dall’alto “il lavoro tecnico” viene affidato alle competenze professionali più adatte nell’immediato a gestire la crisi. Una crisi che non è affatto lontana, e il cui fiato distruttivo sentiamo già sul collo. Se saremo ancora ciechi davanti a questa grande sfida democratica, nessuna scusa potrà assolverci.
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