Sono trascorsi 48 anni, oggi, dal rapimento di Aldo Moro. Di tutto e di più è stato scritto sullo statista. Gli eventi attuali della nuova deflagrazione bellica in Medioriente ci portano a riflettere su un tema ancora oggi poco illuminato, ma che mostra quanto profondi siano i legami di quella parte della storia (non solo italiana) e le vicende contemporanee mondiali.
Parliamo del “lodo Moro“: un presunto accordo segreto e informale sviluppatosi a partire dagli anni ’70 tra il governo italiano e alcune fazioni palestinesi. Definirlo “presunto” è d’obbligo, considerando che ancora oggi mancano molte carte a suffragarlo, ma di certo gli archivi di Stato riveleranno nuove sorprese. Il lodo prevedeva la tolleranza verso il transito di armi e guerriglieri palestinesi in Italia, in cambio della garanzia che non fossero compiuti attentati sul nostro territorio nazionale. A portare avanti questa strategia furono soprattutto la DC di Moro (da cui il nome) e il PSI di Craxi. Ma va detto che vi furono implicati molti esponenti politici, incluso tutto il governo Andreotti, e i servizi segreti.
Nel contesto instabile della crisi petrolifera e del terrorismo internazionale di quegli anni, il “lodo” voleva proteggere l’Italia dagli attacchi arabo-palestinesi, garantendo al contempo stabilità energetica in tutto il Mediterraneo. Fu dettato da una vera e propria “ragion di Stato” che portò a un regime di sostanziale libertà per i terroristi stranieri in Italia. Le basi erano simili a quelle di altri accordi già presi da altri paesi europei (Francia, Germania, Regno Unito).

Il patto prese spunto dal massacro di Fiumicino del 1973 e fu gestito in modo alquanto spietato fino ad almeno tutta la metà degli anni ’80. Per chi non dovesse ricordarlo, lunedì 17 dicembre 1973 un attentato terroristico di matrice (forse) palestinese colpì l’aeroporto di Roma-Fiumicino uccidendo 32 persone e causando altri 15 feriti. Fu “forse” un attacco palestinese perché non si è mai saputo quale potenza o organizzazione avesse commissionato l’attacco. Ma l’evento poteva riallacciarsi ad un altro precedente attentato: infatti proprio quel 17 dicembre era stata fissata l’udienza del processo penale contro i terroristi, allora detenuti in Italia, autori del precedente fallito attentato di Ostia.
Erano anni bui, quelli. E non sono per l’Italia. Ancora oggi, il “lodo Moro” rappresenta una delle zone d’ombra più complesse che la nostra politica estera e di sicurezza abbia mai sperimentato nel secondo dopoguerra.
“Nel caso specifico dell’Italia tali contatti cominciano nel ’72. Gli italiani consentono il movimento di armi dall’Europa occidentale verso i territori occupati, cosa che in singoli casi è effettivamente avvenuta, facendole transitare dall’Italia“.
Lo si legge nell’Archivio della Stasi – BStU, Sekretariat Neiber, n. 937, f. 22, e a parlare è uno dei terroristi palestinesi auditi dal Bundestag. Nello specifico Abu Iyad, numero due di Fatah e capo dell’agenzia di sicurezza Jihaz al-Rasd. Con quella deposizione, rivelava alla Stasi l’esistenza del cosiddetto “lodo Moro”.
In cambio dell’esclusione dell’Italia dai piani terroristici di Settembre Nero e del Fronte di liberazione della Palestina si era loro concesso l’utilizzo del territorio italiano come base di transito di uomini e armi. E riferimenti al lodo sono contenuti anche nelle lettere dalla prigionia dello stesso Moro. La crescente eco che soltanto oggi sta montando su questo tema porta finalmente a riconoscere la qualità e il rango di una strategia politica che non riguardò certo il solo Moro, ma fu condotta per anni in primis dallo statista pugliese e gestita poi ai più alti livelli del governo italiano. Solo oggi possiamo studiarne e valutarne tutte le implicazioni, gli effetti e le conseguenze, lontani da ogni scandalo mediatico o semplificazione moralistica.
E non si trattò affatto di un’anomalia italiana. L’espressione “lodo Moro” fu resa nota dall’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che la utilizzò per spiegare la strategia italiana dell’epoca. Una strategia per molti versi legata alla figura di Moro in qualità di ministro degli Esteri, e con particolare riferimento alla sua politica mediterranea. Aldo Moro, durante i mesi del suo sequestro nel ‘78, fece anche riferimento a queste trattative per chiedere la sua liberazione, svelando indirettamente la prassi consolidata.
Ma i primi a inaugurare la pratica, presto diffusa, delle silenziose intese con il terrorismo palestinese furono gli inglesi. Documenti analizzati dallo studioso scozzese Skelton-Robinson attestano che Londra cercò già nel 1970 l’intermediazione di Nasser con i palestinesi. E lo stesso fece la Svizzera: dopo l’assalto all’aeroporto di Zurigo-Klöten e la strage di Würenlingen le autorità elvetiche avviarono una trattativa segreta con il “ministro degli Esteri” dell’OLP, Faruq al-Qaddumi.

La stessa politica fu portata avanti anche da Helmut Schmidt, che dopo i drammatici eventi del cosiddetto “Autunno tedesco” del ‘77, autorizzò la partecipazione del diplomatico Peter Kiewitt a un vertice segreto con due rappresentanti dell’OLP di altissimo profilo, Ali Hassan Salameh e il consigliere di Arafat, Issam Sartawi. Senza dimenticare l’austriaco Kreisky, che arrivò persino a proporre ai palestinesi, in cambio del definitivo abbandono del terrorismo, di spostare il quartier generale dell’OLP da Beirut a Vienna.
Arafat stesso riteneva che Bonn avesse l’autorità per intervenire sugli americani, affinché riconoscessero formalmente l’OLP in Europa. Poi, in cambio di questa azione diplomatica presso l’amministrazione USA allora nelle mani di Jimmy Carter, Salameh e Sartawi offrirono il definitivo rigetto del terrorismo da parte dell’OLP e tutte le informazioni utili a combattere il terrorismo in Europa.
Anche Parigi adottò una strategia che mirava a rendere la Francia campo neutro, rinunciando a perseguire penalmente i terroristi e assicurando loro libertà di soggiorno e movimento, e un’impunità di fatto, in cambio di sicurezza. Questa “politica dell’equilibrio”, iniziata da De Gaulle e portata avanti da Pompidou e Giscard d’Estaing, implicava una sostanziale neutralità sia nei confronti dei fedayn palestinesi sul territorio francese, sia verso gli agenti del Mossad che davano loro la caccia.
Ma, al netto di ogni altra considerazione etico-morale, è ipotizzabile che il “lodo” italiano fosse l’articolazione nazionale di una più ampia strategia americana o atlantica? L’idea che il “lodo Moro” avesse una preponderante finalità pratica (la protezione del territorio italiano dagli attentati) è chiara. Ma oggi qualcosa suggerisce che sarebbe stato anche parte di una strategia geopolitica italiana più complessa, che ambiva a smarcarsi dalla tutela americana, costruendosi (nei margini del possibile) un ruolo più attivo nel teatro mediterraneo.

La storica rivalità tra Kissinger e Moro confermerebbe questa ipotesi. E anche l’eventuale presenza di agenti dei servizi segreti statunitensi a Via Fani avallerebbe un simile scenario.
Kissinger stesso rivolse minacce dirette a Moro per fermare la sua linea politica, dicendo che “l’avrebbe pagata cara“. La signora Eleonora raccontò di un incontro tra i due politici a Washington, in cui il marito fu duramente redarguito per la sua apertura a sinistra, tanto da voler ripartire per Roma ben prima della fine dei lavori diplomatici.
Le mosse di Moro, inclusi l’avvicinamento a Berlinguer e il parziale distacco da Israele durante la guerra dello Yom Kippur, irritarono molto l’amministrazione statunitense. Questi aspetti andrebbero finalmente riconsiderati oggi, alla luce della nuova politica antieuropeista dell’amministrazione americana: i cari “alleati” stanno venendo allo scoperto, e Aldo Moro potrebbe davvero essere stato una delle tante vittime della loro cinica ragion di Stato.


1 commento
Il lodo Moro e la vicenda di Sigonella, alias Moro e Craxi…