Prampolini ha ben chiara la differenza che scorre tra il Leninismo e il socialismo. La espone nelle assemblee, nei convegni, nei congressi e ne scrive a più riprese su La Giustizia nel 1919. Nell’articolo pubblicato il 2 marzo 1919, alla vigilia dell’adesione del PSI alla Terza Internazionale del 18 marzo, in polemica con Lazzari e Serrati che sull’ Avanti! sostengono le idee bolsceviche, Prampolini ribadisce con forza, anche se succintamente e con semplici parole per farsi comprendere da tutti, le sue tesi, e cioè che il socialismo non ha nulla a che spartire con la dottrina leninista.
La questione è di fondamentale importanza. In ballo c’è, infatti, la vita stessa del partito, il suo futuro, la sua ragion d’essere. Il dibattito interno al partito si fa sempre più serrato e divisivo. I massimalisti sono in maggioranza al livello nazionale, mentre a Reggio contano su un vantaggio numerico risicato e di breve durata. Nel giugno del 1919 il martire socialista Antonio Piccinini, capo della frazione dei “Comunisti unitari”, di coloro cioè che non pensano di promuovere alcuna scissione del partito, viene eletto per pochi mesi segretario della Federazione provinciale del PSI. Il 28 febbraio 1924, alla vigilia delle elezioni politiche, verrà prelevato dalla sua abitazione e ucciso da una squadra di fanatici fascisti.
Nel suo discorso alla Camera del 30 maggio Giacomo Matteotti nel chiedere l’annullamento delle elezioni perché inficiate dalle tante violenze compiute dai fascisti, citerà anche il martire reggiano, rendendogli così eterno onore.
Per Prampolini in Russia con la “Rivoluzione d’Ottobre” non è nata una società socialista, ma abbiamo assistito soltanto a un tentativo di instaurarlo. È un fatto storico di straordinaria importanza, ma non è il socialismo. Lenin e i suoi compagni, dopo aver compiuto un colpo di mano, che i socialisti condannano quale antidemocratico, “hanno dovuto e devono subire, secondo Prampolini, le necessità dell’ambiente economico entro il quale operano. Essi non potevano e non possono oltrepassare i limiti segnati da queste necessità. Sono costretti a realizzare solo quel tanto di socialismo che è storicamente possibile attuare nel loro paese…con le forze materiali e morali delle quali dispongono e con tutte le resistenze interne ed estere che devono affrontare”.
Per questi motivi Prampolini è convinto e cerca di spiegare ai suoi compagni che, sebbene il socialismo contempli la più ampia libertà politica, i leninisti hanno dovuto ricorrere alla dittatura e al terrore per mantenersi al Governo. “Una rivoluzione di minoranza, ribadisce ancora una volta, non può attuare la democrazia proletaria, mentre quando si può contare sull’appoggio della maggioranza, non risulta più necessaria la violenza.
Pur avendo propagandato l’antimilitarismo e promosso le campagne contro la guerra, i bolscevichi si ritrovano costretti a dover formare un esercito e mandare ancora una volta il popolo alla guerra”.
Prampolini è convinto che attuare il socialismo con metodi violenti finisca per penalizzare gli strati più umili del popolo. Assisteremmo inevitabilmente solo alla sostituzione di una dittatura con un’altra.
L’articolo citato si conclude con questa affermazione: “Tutto ciò non è certamente il Socialismo. Anzi è l’opposto del Socialismo…Tutto ciò è avvenuto perché nessuno al mondo- né i leninisti né il Padre Eterno- può compiere il miracolo di eludere la legge della evoluzione e sottrarsi alle necessità naturali dell’ambiente in cui agisce”.
Passeranno appena due anni per giungere alla resa dei conti. Nel gennaio del 1921, infatti, al Congresso nazionale di Livorno i “comunisti puri” di Gramsci, Bordiga, Tasca, Bombacci e Terracini, provocheranno la scissione del PSI e la nascita del Partito Comunista d’Italia.

