La morte di un Papa è sempre un evento storico. La morte di Papa Bergoglio è un evento ci pone di fronte a molteplici considerazioni. Storia, diplomazia, relazioni internazionali e spirito umanitario si intersecano in un contesto puntuale di grandi sfide cui non possiamo voltare le spalle. Perché Francesco non lo ha mai fatto.

Il nostro giornale oggi ospita, per analizzare a fondo quanto sta accadendo, un esperto in materia. L’intervista che segue ci è stata concessa da Massimiliano Valente. Professore associato di Storia Contemporanea presso l’Università Europea di Roma, Valente è anche docente di Storia della Chiesa moderna e contemporanea presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma.
Muore il papa, durante il periodo di Pasqua e il Giubileo: è mai accaduto? Cosa succederà ora, da qui al conclave?
Sul piano storico la morte di Francesco richiama alla mente altre due coincidenze. La prima: la morte di un Papa durante un Anno Santo. Accadde anche nel 1700, quando Innocenzo XI scomparve e fu eletto come suo successore Clemente XI che chiuse il Giubileo. La seconda coincidenza sta nel fatto che sempre durante l’ottava di Pasqua di vent’anni fa lasciava questo mondo anche Giovanni Paolo II.
Ora inizia la fase della Sede Apostolica Vacante, quando in base alla costituzione apostolica Universi Dominici Gregis promulgata da Giovanni Paolo II nel 1996 il governo della Chiesa è affidato al collegio dei cardinali. Per quanto riguarda le esequie del Papa, queste sono regolate dall’Ordo Exequiarum Romani Pontificis approvata da Papa Francesco il 29 aprile 2024. Dopo la traslazione della salma del papa defunto avranno inizio i “novendiali” – le messe in suffragio del pontefice – che precedono il conclave dal quale risulterà eletto il 267esimo papa della Chiesa cristiana cattolica. A tal proposito sarà interessante verificare come sarà risolto il problema dei cardinali elettori viventi che attualmente sono 149 e, secondo quanto disposto nel 1975 da Paolo VI nella Costituzione Apostolica Romano Pontifici Eligendo, il numero massimo consentito dei porporati partecipanti al conclave è fissato a 120. Non è stato infatti completato l’iter normativo di una apposita nuova costituzione apostolica che avrebbe, fra l’altro, aumentato detto numero. Riguardo all’orientamento, 108 di questi sono stati creati da Papa Francesco e ci si potrà aspettare un orientamento nel futuro conclave di un candidato alla Sede di Pietro in linea con il pontificato appena conclusosi.
Come si può giudicare il pontificato di Papa Francesco dal punto di vista della politica internazionale della Santa Sede?
Ogni pontificato deve affrontare le problematiche che emergono progressivamente nelle relazioni internazionali. Anche Papa Francesco – in continuità con i suoi predecessori – ha riaffermato sempre e comunque nei rapporti fra gli Stati il principio della salvaguardia della pace. Una pace che si raggiunge attraverso una azione concreta nel mettere da parte le controversie e concentrare gli sforzi, invece, per il raggiungimento di un bene superiore. Nell’incontro del gennaio 2022 con il corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, il papa ha enunciato quale deve essere lo scopo principale della diplomazia: «aiutare a mettere da parte di dissapori della convivenza umana, favorire la concordia e sperimentare come, quando superiamo le sabbie mobili della conflittualità, possiamo riscoprire il senso dell’unità profonda della realtà».
Vi sono comunque alcune novità rispetto ai suoi predecessori. La prima riguarda la sua origine: un uomo dell’America latina. Il primo pontefice della storia con una diversa prospettiva sul mondo, cioè quella di un ecclesiastico che ha vissuto dalla parte opposta dell’Atlantico. Se si può parlare di discontinuità, questa può essere individuata nell’importanza data ai rapporti con il continente asiatico ed in particolare all’intensificazione delle relazioni con la Cina, non sempre condivise dal mondo occidentale. Sempre in tema di discontinuità va menzionata la grande vicinanza anche al mondo arabo e soprattutto la convergenza alla condanna dell’uso strumentale della religione per fini che non hanno nulla a che fare con alcuna fede. Ancora riguardo al Medio Oriente può essere menzionato l’impegno per la pace di Papa Francesco in occasione della guerra civile siriana nel 2013. Bergoglio, inoltre, si è mosso in maniera decisiva anche nel cammino di dialogo nei confronti degli ortodossi il cui punto più alto può essere rappresentato dagli incontri con il patriarca ecumenico Bartolomeo I e con il patriarca di Mosca Kirill. Ha agito quindi in prima persona, come protagonista dell’attuazione di una politica estera del dialogo e della concordanza tra confessioni religiose che potessero favorire la fratellanza tra i popoli.
Papa Francesco si è trovato ad affrontare simultaneamente una guerra europea e una nel Vicino Oriente. Qual è stato sinora l’operato svolto dal pontefice e dagli organi diplomatici della Santa Sede in entrambi i conflitti?
La diplomazia vaticana è la più antica del mondo e quindi meglio di ogni altra sa affrontare, sulla base della sua esperienza, le sfide alla sicurezza mondiale. Soprattutto è la sua imparzialità tra le fazioni in conflitto e nella situazione internazionale che la colloca in una posizione privilegiata per favorire il dialogo per la pace. Bergoglio si è espresso a più riprese e in ogni occasione possibile per condannare la guerra in quanto tale e ad esortare alla cessazione immediata del conflitto. Per un Papa, però, è sempre difficile esprimersi con riferimenti specifici a fatti e persone durante gli eventi bellici. Tanto per fare due esempi: è bastato che Francesco formulasse il suo cordoglio per la morte della figlia di un ideologo russo per ricevere l’espressione di “delusione” per le sue parole da parte del Ministro degli Affari Esteri di Kiev; dall’altra parte, la condanna del Papa rispetto alla crudeltà dei soldati russi appartenenti alle minoranze etniche della Federazione Russa impegnati nel conflitto in Ucraina sono state definite “non cristiane” dal Ministro degli Affari Esteri di Mosca.
Occorre quindi rimanere sempre sul “piano alto” del diritto internazionale e del diritto umanitario, affinché il Papa e la Santa Sede possano agire con efficacia nell’opera di mediazione tra le fazioni in lotta, nel momento in cui la diplomazia potrà entrare in gioco. Infine, riguardo al dialogo con il vertice religioso della Russia ortodossa, Papa Francesco si è impegnato in prima persona, ma non ha trovato in Kirill un interlocutore in grado di recepire il suo appello alla pace, per la nota vicinanza e comunanza di vedute del patriarca di Mosca alla politica (anche quella di aggressione militare) del presidente russo Vladimir Putin nei confronti dell’Ucraina.
Ancora, rispetto alla situazione di Gaza, Francesco ha considerato alla stessa stregua il mancato rispetto del valore della vita da entrambe le parti: nella strage del 7 ottobre 2023 da parte dei combattenti di Hamas, così come della rappresaglia attuata del governo israeliano tramite le forze militari regolari nei confronti dell’intera popolazione palestinese della Striscia, esortando al contempo alla pace e alla soluzione dei “Due Popoli e Due Stati” per la pace in Medio Oriente.
Nel suo messaggio Urbi et Orbi della Pasqua 2025 – l’ultimo suo documento, quasi un testamento dell’azione del papa e della Chiesa sul piano internazionale – il Papa elenca anche le altre decine di conflitti dimenticati che non balzano mai agli onori della cronaca, come nel caso del Caucaso Meridionale tra Armenia e Azerbaigian, Sudan e Sud Sudan, Sahel e Myanmar.
Esemplare è stato il suo appello a tutti quanti nel mondo hanno responsabilità politiche a non cedere alla logica della paura che chiude, ma a usare le risorse a disposizione per aiutare i bisognosi, combattere la fame e favorire iniziative che promuovano lo sviluppo. «Sono queste le “armi” della pace – così il Papa – quelle che costruiscono il futuro, invece di seminare morte!». Insieme all’esortazione che non venga mai meno il principio di umanità come cardine del nostro agire quotidiano: «Davanti alla crudeltà di conflitti che coinvolgono civili inermi, attaccano scuole e ospedali e operatori umanitari, non possiamo permetterci di dimenticare che non vengono colpiti bersagli, ma persone con un’anima e una dignità».
In conclusione, Papa Francesco è stato un indiscusso protagonista delle relazioni internazionali dei nostri giorni, quale autorità morale ascoltata e rispettata dei grandi della terra, anche da parte dei non cattolici.
Massimiliano Valente è, fra l’altro, membro della Commissione Nazionale Italiana della CIHEC-Commission Internationale d’Histoire et d’Études du Christianisme, membro del Cushwa Center for the Study of American Catholicism della University of Notre Dame, nonché Associate della University of Notre Dame – Rome.

