Ve la ricordate la canzone di Lucio Dalla?
Ecco: state a sentire.
La storia è fatta di simboli ed è fatta dai simboli a cominciare dalla croce di Gesù.
I simboli valgono più di mille parole perché con una emozione raccontano più di quanto nella storia del mondo sia stato scritto o raccontato.
E, giusto per coglierne qualcuno dell’epoca contemporanea, cosa sono se non simboli che hanno fatto la storia dalla immagine di Churchill, Roosevelt e Stalin a Jalta all’impronta di Aldrin sulla Luna, dalla scarpa di Krusciov sbattuta sul banco dell’Onu al primo mattone divelto dal muro di Berlino, dalla stretta di mano tra Rabin e Arafat a alla solitudine di Papa Francesco in Piazza San Pietro durante il Covid.
E tutti coloro che si dilungano nella loro oratoria, o scrivono pagine su pagine per un articolo, dovrebbero imparare dalla straordinaria forza che la sintesi racchiude nei simboli.
E se c’è qualcuno che ha fatto del simbolismo la ricchezza della sua storia è proprio la Chiesa che vive di simboli e con i simboli sparge nel mondo i suoi messaggi.
Papa Leone, questo Pontefice che sembrava fosse partito in sordina, che al momento dell’annuncio della sua elezione aveva ingenerato il sospetto che potesse essere coevo alle follie dell’amministrazione americana, che non è travolgente come il suo predecessore, che ha un cammino da montanaro lento e cadenzato, invece ha mostrato tutta la sua autorevolezza proprio recentemente nei botta e risposta con Trump.
Ma in realtà è da tempo che parla dei valori che Gesù trasmise nel mondo invocando la pace, la fratellanza e la solidarietà tra gli uomini.
La differenza è che ora che hanno infastidito Trump queste parole le sentiamo più forti.
Leone è in viaggio pastorale in Africa. Ha già toccato l’Algeria, ora è in Camerun, lo aspetta prima l’Angola e poi la Guinea Equatoriale.
Ovunque ripete le forti parole di pace e libertà, in una terra dove spesso latitano entrambe.
“I signori della guerra fingono di non sapere che basta un attimo a distruggere, ma spesso non basta una vita a ricostruire”.
Questo ha detto ieri Leone XIV vistando la cattedrale di Bamenda.
Ma anche questo viaggio del Papa più che dalle sue parole, che ormai conosciamo benissimo e che è inutile ripeterle, sarà caratterizzato dai simboli delle immagini.
E quale messaggio è più forte e potente dell’abbraccio con questa bimba illuminata dalla delizia.
E poi si è inginocchiato per essere fotografato con la bimba che non mostra alcun imbarazzo o timore reverenziale ma tutta la gioiosa spontaneità che è propria delle gente africana.
Ecco di questa missione pastorale di Papa Leone ci resterà questa immagine che vale mille volte più di tutte le parole che egli ha speso per l’umanità.
Un gigante e una bambina. Il gigante e la bambina.
Insieme ci danno la potenza del messaggio, insieme ci dicono che nulla è ancora perduto e la salvezza della civiltà è ancora all’orizzonte.


1 commento
C’è, nel pezzo di Massimo Carugno, una consapevolezza che oggi appare quasi controcorrente: l’idea che la storia non si muova soltanto per accumulo di fatti, ma per condensazione di senso. E che questa condensazione abbia un nome antico e potentissimo: simbolo.
Carugno coglie un punto che molti commentatori smarriscono nella prolissità: non è la quantità delle parole a incidere, ma la loro capacità di farsi immagine. Da qui la felice sequenza evocativa — da Jalta alla Luna, da Krusciov al Muro — che non è un elenco, ma una vera grammatica della memoria collettiva. Ogni scena è un sigillo, ogni gesto un racconto già compiuto.
In questo quadro, la figura di Papa Leone XIV emerge con una misura che è insieme stilistica e politica. Non c’è bisogno di toni enfatici per esercitare autorevolezza: basta la coerenza tra parola e postura. E forse è proprio qui il passaggio più sottile dell’articolo: il Pontefice acquista forza non quando alza la voce, ma quando qualcuno — in questo caso Donald Trump — si sente punto da quelle parole. È l’eco dell’irritazione che amplifica il messaggio, non il volume di chi lo pronuncia.
Qui Carugno è fedele fino in fondo alla sua tesi. Non commenta, non sovrascrive, non appesantisce. Lascia che sia il simbolo a parlare. E in quell’abbassarsi — gesto antichissimo e radicale — si compie una rottura silenziosa con ogni idea di potere verticale.
Il “gigante e la bambina” non è solo una felice chiusa retorica: è una costruzione simbolica che rovescia i termini della forza. Il gigante si fa tale non perché sovrasta, ma perché si piega. La bambina non è fragile, ma misura del mondo possibile.
In tempi in cui tutto tende a dissolversi nel rumore, Carugno ricorda — con eleganza e precisione — che ciò che resta è sempre ciò che si vede. E, soprattutto, ciò che si comprende senza bisogno di spiegazioni.