Pecunia non olet, gli affari sono affari: ha funzionato così, solitamente, senza rifugiarsi in inutili ipocrisie. Il gas dell’Azerbaijan ha sempre fatto gola agli Stati in cerca di rifornimenti energetici soprattutto dopo le sanzioni che hanno quasi chiuso i rubinetti di Mosca, a seguito dell’ aggressione di Putin all’Ucraina. Ma questo modo di procedere in politica, la legittimazione dell’ uso della forza nelle diatribe internazionali, non pare propriamente corretto: è la fotografia di quanto e’ accaduto nel Nagorno Karabakh, la repubblica, indipendente dal1991, che ha cessato di esistere il 19 settembre scorso, in seguito all’invasione dell’esercito di Baku.
Il tutto sostanzialmente è accaduto nel più completo silenzio. Inutili dichiarazioni di solidarietà sono pervenute da parte di Stati Uniti, Unione Europea e di quanti ne avevano precedentemente sposato le ragioni. Gli Usa si sono concentrati sulla crisi ucraina e oggi sono ulteriormente coinvolti in quel che sta succedendo in Israele e Palestina; noi europei e l’Italia pronti per non rovinare le relazioni con chi permetterà di superare la crisi energetica. Fatto sta che, dal 19 settembre, si è assistito alla fuga del Presidente della deposta Repubblica Samvel Shahramanyan e del suo Governo a Yerevan, dove hanno trovato asilo migliaia di armeni, chi piu’ chi meno compromessi o solidali con gli artefici dell’ indipendenza e con l’asservimento ai nuovi padroni dei Baku rimanenti.
Ma le difficoltà non sono ancora finite per coloro che sono riusciti ad evitare gli arresti ed il carcere da parte degli Azeri: in Armenia, in parte hanno trovato una buona accoglienza dal Primo Ministro Nikol Pashinyan (contestato pero’ dall’opposizione per non aver mosso un dito in loro aiuto il giorno dell’ invasione dell’ esercito di Baku), il quale si e’ impegnato a supportarli, accollandosi anche la spesa delle loro pensioni, ma la presenza di Shahramanyan e la ricostituzione in esilio dell’Esecutivo, che continua a non essere riconosciuto a livello internazionale, sta creando nuove tensioni con l’Azerbaijan e sta diventando destabilizzante.
Del resto anche il contingente inviato da Putin, che doveva presidiare il confine, si è limitato a osservare gli avvenimenti il 19 settembre. Questo atteggiamento e’ stata probabilmente la cambiale pagata da Putin a Erdogan (che aveva preso nettamente le parti di Baku nella contesa), per la posizione del Presidente turco sulla guerra ucraina e la sua differenziazione sulla applicazione delle sanzioni mantenendo un dialogo aperto con Mosca.
Oggi, la sorte dell’ ormai ex Repubblica del Nagorno Karabakh appare segnata in una sofferta agonia senza sbocchi. La resa firmata subito dopo l’ invasione con gli Azeri gia’ presentava condizioni non proprio confortanti: nel documento sottoscritto vi era, tra l’altro, il riconoscimento dell’ origine azera del territorio, la consegna delle armi ai russi che le avrebbero poi distrutte e un vago accenno alla possibilità che il personale militare non arrestato potesse raggiungere l’ Armenia.
Oggi si è giunti, in un clima di normalizzazione, a prospettare lo scambio di prigionieri tra Armenia e Azerbaijan. Al Governo in esilio di Shahramanyan non rimane ormai che l’esile speranza che la comunità internazionale, rimasta in sostanziale silenzio finora, non si rassegni all’alternanza etnica avvenuta nel Nagorno Karabakh, per più di trent’anni armeno e oggi azero e che le questioni energetiche (e i relativi affari) non condizionino totalmente il futuro di queste popolazioni.

