Come ogni anno si torna a parlare dell’ILVA di Taranto, e già dal fatto che continuano tutti a chiamarla così – invece che Acciaierie d’Italia (nome che ha assunto ormai da tre anni) – si capisce l’andazzo del dibattito.
Dibattito che si innesca ogni dicembre, per uno strano rapporto che l’Italia ha con l’acciaio di Natale, e che stavolta prosegue per alcune novità.
Vorrei sottolineare alcuni punti:
1) L’acciaio non è un business come un altro, ma è importante quanto l’energia elettrica e l’acqua per un paese moderno. Non è solo una questione di occupazione ma di geopolitica. Chiedere ai cinesi.
2) Gli Italiani producono più acciaio degli inglesi e dei francesi, e lo fanno nel nord Italia, tra la Lombardia e il Veneto. Qui si usa il metodo del “forno elettrico” utilizzando i rottami: economia circolare da oltre un secolo.
3) La specificità di Taranto non sta tanto nella grandezza dell’impianto. L’acciaieria più grande d’Europa é a Duisburg, dove hanno bonificato e reso le vecchie acciaierie un parco giochi ma poi ne hanno fatte di nuove. Forse perché lì non ci arrivano le crociere…
4) La specificità di Taranto sta nel metodo della produzione che è quello del “ciclo integrale”. Si fa l’acciaio dai minerali e poi si fa uscire da lì il prodotto finito. Questo consente di fare alcuni prodotti industriali che non si possono fare col forno elettrico, e consente di farli a costi bassissimi e in grandi quantità. Ogni grande paese ha almeno una grande acciaieria a ciclo integrale, perché non di soli rottami vive l’uomo.
5) Il centro di tutti i problemi di Acciaierie d’Italia é il rapporto fabbrica-città, di cui non parla nessuno. Finché non si risolve questo problema si continueranno a buttare soldi. E temo che il problema sia irrisolvibile perché quel rapporto è irrimediabilmente compromesso. Qui c’è l’origine di tutto: dall’astio di gran parte dell’opinione pubblica nasce il protagonismo dei giudici e dei politici populisti, da cui deriva incertezza giuridica, da cui deriva discontinuità produttiva, da cui derivano impianto in perdita, cassa integrazione e mancanza di investimenti.
Quel rapporto non si risolve con un nuovo social media manager.
É una questione politica che le forze sociali devono affrontare smettendo di appellarsi solo allo Stato, perché quello Stato è lo specchio della società.
A tal proposito, leggo che il Sindaco di Taranto, storico paladino anti-Ilva, ora vuole estromettere tutti i partiti dal governo della città. Faccio i miei complimenti vivissimi a tutti i partiti che finora hanno supportato e assecondato questo personaggio.
6) Si deve affrontare questo punto, perché la fabbrica non può essere percepita come corpo estraneo, come un tumore del sistema cittadino. Stiamo parlando di un conflitto fabbrica-città che ormai dura quanto quello israelo-palestinese, per intenderci. O si trova un modo definitivo per risolvere quel conflitto (avrei delle idee) oppure é giunta l’ora di fare come in Germania: chiudete quella fabbrica e fatene una nuova da un’altra parte.
Perché bisogna finirla di essere così provinciali. In tutto il mondo la “riconversione ecologica” è possibile e si fa. Qui solo paranoie e chiagnifottismo. E abbiamo pure imparato che i primi chiagnifottisti sono quelli di ArcelorMittal.

