di Carmine De Pascale @gen.depascale
Non è il numero in sé – quei quattromila, forse cinquemila soldati americani in meno – a raccontare la portata del
momento. È il gesto. È il segnale. È la direzione di marcia. Gli Stati Uniti hanno comunicato all’Europa che la loro presenza militare sul continente verrà ridotta, riportando i livelli ai giorni che precedettero l’invasione russa dell’Ucraina. Una scelta che Washington presenta come una riallocazione di risorse per “massimizzare la sicurezza americana”, ma che, letta nel contesto geopolitico attuale, assume un significato ben più profondo: l’ombrello americano non è più infinito, né garantito.
Oggi in Europa restano oltre 66.000 militari statunitensi, distribuiti in modo diseguale: 36.436 in Germania, 12.662 in Italia, 10.156 nel Regno Unito, poi Spagna, Turchia, Grecia, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Romania, Danimarca, Belgio. È un’infrastruttura militare imponente, costruita in ottant’anni di presenza continua, che ha garantito stabilità e deterrenza. Ma è anche un’infrastruttura che, lentamente, si ritrae. E quando un pilastro di questa portata si muove, tutto il resto trema.
Il ritiro americano non è un fulmine a ciel sereno. Da anni Washington guarda altrove, verso l’Indo-Pacifico, dove la competizione con la Cina è considerata esistenziale. L’Europa, per gli Stati Uniti, non è più il fronte principale. Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, questa tendenza si è trasformata in pressione politica esplicita: aumentare la spesa militare, assumersi più responsabilità, smettere di considerare la NATO un servizio in outsourcing. La riduzione delle truppe in Germania – Paese che ospita il più grande contingente americano al mondo fuori dagli USA – è anche un messaggio politico, una risposta alle critiche del cancelliere Merz e un avvertimento agli alleati: la sicurezza non è gratuita.
Il problema è che questo passaggio avviene nel momento peggiore. La guerra in Ucraina entra nel suo quinto anno, logorando Kiev e consumando le risorse europee. Washington e Kiev hanno aperto alla possibilità di un negoziato parallelo guidato dall’Europa, e i governi europei discutono la nomina di un inviato unico – Mario Draghi o Angela Merkel – per rappresentare l’Unione in un eventuale dialogo con Vladimir Putin. È un segnale di maturazione, ma anche di necessità: se gli Stati Uniti arretrano, l’Europa deve avanzare. Non per ambizione, ma per sopravvivenza.
Il futuro della NATO si gioca qui. L’Alleanza non è in crisi, ma è davanti a una metamorfosi. Per decenni è stata un organismo transatlantico con un cuore americano e un corpo europeo. Oggi quel cuore batte più lontano. La NATO del futuro non potrà più essere quella del passato: o l’Europa diventa il suo pilastro, o l’Alleanza rischia di diventare un guscio vuoto, incapace di garantire deterrenza in un continente che ospita la guerra più grande dal 1945.
Eppure, paradossalmente, il disimpegno americano può essere l’occasione che l’Europa non ha mai avuto il coraggio di cogliere. Negli ultimi anni la spesa militare europea è aumentata, superando in alcuni casi quella americana in percentuale di PIL. La Polonia ha superato il 4%, gli Stati baltici hanno costruito capacità difensive avanzate, la Francia spinge per una maggiore autonomia strategica, la Germania ha avviato un riarmo che fino a pochi anni fa sarebbe stato impensabile. L’Unione Europea ha lanciato programmi per rafforzare la produzione industriale della difesa, aumentare la capacità di munizionamento, coordinare gli investimenti. È un processo lento, imperfetto, spesso frenato da veti incrociati. Ma è iniziato. E ora non può più fermarsi.
Il vero nodo, però, non è tecnico. È politico. L’Europa deve decidere cosa vuole essere. Una potenza capace di difendere i propri confini, i propri valori, i propri alleati? O un attore dipendente, vulnerabile ai cambiamenti politici americani e alle pressioni di potenze ostili? La guerra in Ucraina è il banco di prova. E il modo in cui l’Europa affronterà il negoziato con Mosca – se e quando arriverà – dirà molto della sua maturità geopolitica. Non basta scegliere un inviato. Bisogna scegliere una strategia. Bisogna sapere cosa chiedere, cosa concedere, cosa difendere a ogni costo.
Il disimpegno americano non è una crisi. È un passaggio. È la fine di un’epoca in cui la sicurezza europea era garantita da Washington quasi per inerzia. Ora il continente deve guardarsi allo specchio e riconoscere che la propria sicurezza dipende da sé stesso. Che la NATO può sopravvivere solo se l’Europa diventa il suo motore. Che l’Ucraina non è un dossier esterno, ma una parte del proprio destino. Che il vuoto lasciato dagli Stati Uniti non resterà tale: verrà riempito da qualcuno. La domanda è se sarà l’Europa a farlo.
Il tempo delle scelte è arrivato e questa volta non ci sarà nessuno a farle al posto nostro.

