“Volevo soltanto raccontare la guerra a chi non la conosce“, scriveva Oriana. E ci riuscì, consacrandosi come la più celebre dei corrispondenti di guerra che l’Italia abbia mai avuto.
Diploma d’onore per le sue missioni da staffetta (nascondeva le armi nei cespi di insalata e le recapitava in bicicletta), sostegno ai partigiani asserragliati nei boschi toscani, figlia di padre pure partigiano torturato dai fascisti, Oriana definì la guerra come “la più bestiale prova d’idiozia della razza terrestre“.
Quando gli italiani già la conoscevano per i suoi mordaci articoli su L’Europeo, e per le sue cronache mondane dagli Stati Uniti, si conquistò la fama mondiale coi suoi reportage dalle trincee del Vietnam. E da lì diceva “Lo sai che sono più brava di Hemingway?“; provocava, rivolgendosi ai suoi colleghi. Gli stessi colleghi che, da allora in avanti, iniziò a catalogare dividendoli fra “chi c’è stato e chi non c’è stato“. E non importava se avessero sostenuto il Nord o il Sud del Vietnam: rilevava solo se avessero fatto o meno quell’esperienza. Ed è comunque un fatto che, in seguito, tutti i corrispondenti dal Vietnam (come lei) si sono a lungo considerati un’elite del giornalismo.
E Oriana quel paese lo girò in lungo e in largo: dopo il Vietnam del Sud, di cui parlò in “Niente e così sia“, fu invitata da Ho Chi Minh a visitare anche il Vietnam del Nord. E con pari lucidità seppe evidenziare luci e ombre di entrambe le regioni. Quando la guerra si spostò in Cambogia, raggiunse Phnom Penh per raccontare i khmer rossi e la corruzione di re Sihanouk. Infine tornò a Saigon per narrare la sconfitta americana. Era un soldato, Oriana. Ovunque. Anche in Libano. Saltava da un elicottero all’altro, sguazzava nel fango, “friggeva” sotto un elmetto arroventato o rinchiusa in un autoblindo, sempre col suo orologio militare Hamilton al polso. Proprio come un soldato. Chiunque la vedeva lavorare con passione. L’identica passione che poi riversava nelle sue cronache, e nei suoi libri.
Più tardi, quando nel 1991 l’esercito americano si mosse verso il Kuwait per assestarsi a Baghdad, Oriana si precipitò in prima linea. Scoprendo, tuttavia, una guerra molto diversa da quella cui era abituata: la missione nel Golfo fu soprattutto, per gli americani e i loro alleati, un’operazione logistica. Ma ciò non bastò, comunque, ad allontanarla dagli scenari più caldi del conflitto. Combatteva e scriveva anche dagli hotel in cui alloggiava.
Quando si diceva “più brava di Hemingway” scriveva libri venduti a milioni di copie in tutto il mondo. Il suo romanzato amore per il greco Panagulis le procurò una notorietà fino ad allora sconosciuta a qualunque giornalista italiano. Gli articoli che scriveva per L’Europeo iniziarono ad esser venduti in almeno 30 paesi. Le sue interviste con personaggi celebri (Kissinger, Khomeini, Golda Meir, Gheddafi, Deng Xiaoping) contribuivano al successo.
L’esperienza libanese le consentì di produrre il suo libro più ambizioso, “Insciallah“, in cui spazia dalla filosofia alla matematica, dalla storia alla letteratura; i protagonisti sono gli ufficiali e i soldati del corpo di spedizione italiano in Libano, quelli delle sfortunate forze multinazionali mandate lì invano nei primi Anni 80. Un libro che è considerato tuttora una summa di ciò che la guerra causa, e non solo. E da quel libro sono tratti alcuni passaggi chiave, in cui è lampante il Fallaci – pensiero sul tema:
“La guerra è una malattia che sciupa dentro, un cancro che si mangia il cuore, una lebbra che imputridisce l’anima e induce la gente a far cose che in pace non farebbe mai”
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“E’ troppo facile dar la colpa alla guerra, rifugiarsi dietro l’entità astratta che chiamiamo guerra e a cui ci riferiamo come a una specie di peccato originale, di maledizione divina. Il discorso da affrontare non è sulla guerra. È sugli uomini che fanno la guerra, sui soldati, sul mestiere più antico più inalterabile più intramontabile che esista dacché esiste la vita”
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“Sul palcoscenico della gran commedia che ha nome “pace” il mistero non esiste. (…) Sul palcoscenico della gran tragedia che ha nome “guerra”, invece, non sai mai che cosa accadrà. Che tu ne sia spettatore o interprete, ti chiedi sempre se vedrai la fine del primo atto. E il secondo è una possibilità. Il terzo, una speranza. Il futuro, un’ipotesi. (…) Tutto è un’incognita lì, un interrogativo che tiene col fiato sospeso. (…) E, se hai cervello, puoi studiarvi l’esistenza come nessun filosofo potrà mai studiarla: puoi analizzarvi gli uomini come nessun psicologo potrà mai analizzarli, capirli come non potrai mai capirli in un tempo e in un luogo di pace“.
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Tutte verità che lei poteva narrare proprio perché vissute di persona, compresi i tragici eventi di Città del Messico. Fu lì che Oriana, nell’ottobre del ’68, e in uno scenario bellico devastato dagli scontri armati tra polizia e movimenti studenteschi, fu direttamente colpita dai colpi sparati sulla folla da un elicottero in volo radente. Il suo corpo inanime fu ammonticchiato con gli altri esanimi in piazza. Per caso la scorsero, sotto un cumulo di cadaveri, e la portarono in salvo. Durante un suo intervento del 1976 in un dibattito sull’aborto affermò che “la guerra è un infanticidio rinviato di vent’anni“. E disse anche:
“Ogni nostro gesto è un atto di guerra. Ogni nostra azione quotidiana è una forma di guerra che esercitiamo contro qualcuno o qualcosa“
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“Dev’esserci qualcosa di sbagliato nel cervello di quelli che trovano gloriosa o eccitante la guerra. Non è nulla di glorioso, nulla di eccitante, è solo una sporca tragedia sulla quale non puoi che piangere. Piangi a quello cui negasti una sigaretta e non è tornato con la pattuglia; piangi su quello che hai rimproverato e ti s’è disintegrato davanti; piangi su lui che ha ammazzato i tuoi amici“
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Chissà cosa direbbe oggi, a muso duro, lucida e franca come sempre, a quanti tenacemente sostengono le guerre attuali, quelle che abbiamo (purtroppo) imparato a conoscere fin troppo bene. Non avrebbe di certo taciuto: “Perché quasi niente quanto la guerra, e niente quanto una guerra ingiusta, frantuma la dignità dell’uomo“.

