Il diritto di contare e il diritto di contare.
Sì, due volte perché duplice è il senso del titolo del film.
Il diritto di essere qualcuno che le tre protagoniste devono affermare in un’ America, agli inizi degli anni sessanta, dove gli asili, le scuole, i ristoranti, le chiese, le caffettiere e i bagni nei posti di lavoro o i posti sugli autobus, quelli per bianchi sono separati da quelli per i neri.
E così anche se Katherine, Dorothy e Mary sono dei geni nel loro campo devono farsi largo tra i pregiudizi razziali prima ancora di poter farsi strada nel mondo del lavoro.
La matematica è il loro mondo, ognuna nella sua specializzazione, e lavorano tutte alla Nasa, ma devono lottare per avere il diritto di poter fare il loro lavoro: dar di conto, contare.
L’America è in affanno perché i russi, con Gagarin, hanno vinto il duello dello spazio mandando per primi un uomo tra le stelle.
I calcoli si fanno a mano, in tutto.
Dalla progettazione delle capsule spaziali al tracciamento delle rotte e delle traiettorie, e gli esordienti computer della IBM, che al tempo erano grandi come una stanza per fare meno di quello che oggi fa uno smartphone di terza fascia, non si mostrano affidabili e non danno sicurezza.
All’ente spaziale americano è in preparazione il programma Mercury che aprirà la breccia a quello Apollo che porterà, pochi anni dopo, allo sbarco sulla luna.
E così Katherine che è esperta in geometria analitica, Dorothy che è una esperta di elaborazione dei calcoli e Mary dal geniale intuito nella ingegneria aerospaziale, vengono assegnate ai corrispondenti servizi della Nasa.
Ma la sfida più importante sarà sconfiggere la diffidenza e l’ostracismo dei colleghi prima di affermare le proprie capacità.
Il simbolo del film è la scena in cui il direttore della Nasa All Harrison, uno splendido Kevin Costner, demolisce il cartello del bagno che lo riservava solo ai bianchi e costringeva Katherine a percorrere a piedi un chilometro per raggiungere l’unico bagno riservato ai neri.
Ma sarà il colonnello John Glenn, l’astronauta che dovrà violare lo spazio, che suggellerà la bravura delle tre protagoniste quando, nella immediatezza del lancio e in presenza della discrepanza tra i calcoli fatti dal computer e quelli previsti, si rifiuterà di partire se non avrà avuto conferma da Katherine di aver controllato a mano le traiettorie e le rotte.
E sarà Mary che, a fronte di un guasto allo scudo termico, intuisce il sistema per evitare che il rientro si trasformi in una tragedia.
Negli anni 60, sotto la presidenza Kennedy e sotto le spinte di emancipazione di gente come Martin Luther King, l’America non vinse solo la sfida dello spazio ma iniziò anche quella della civilizzazione sociale provando a mettere nel ghetto non le persone ma i propri pregiudizi.
Le tre donne, con il passare degli anni. conquistarono gli onori della cronaca e del loro paese, ma la stima e la fiducia dei superiori e dei colleghi fu la vittoria più bella.
Ma la storia purtroppo insegna che a volte, dopo tanti passi in avanti, se ne fanno molti indietro.
Ed è per questo che la vicenda (vera) di Katherine (Taraji P.Henson) Dorothy (Octavia Spencer) e Mary (Janelle Monae) è ancora attuale.
Aiuta gente come noi a non perdere i nostri valori, insegna ai nuovi barbari cosa significa convivere sul pianeta.

