Lo scorso 3 febbraio, per la celebrazione di un matrimonio civile presso il Palazzo del Comune, il sindaco in carica Davide Galimberti (PD) ha concesso la delega ad Alessandro Limido, leader della Comunità dei Dodici Raggi e i presenti hanno officiato l’evento con il saluto romano nel cortile d’onore, come documentato sui media. A seguito del “piccolo modesto show” consumatosi, il Comune ha indetto, per sabato 10 febbraio, una “mobilitazione per ribadire la storia e la tradizione democratica e antifascista della città di Varese e delle sue istituzioni” con invito rivolto a tutte le forze politiche, le associazioni, le studentesse e gli studenti, le cittadine e i cittadini, come da invito.
Per la stessa serata, è stata autorizzata una manifestazione organizzata dal gruppo Dodici raggi con Casa Pound Italia, Lealtà Azione, Forza Nuova, Movimento Nazionale-La rete dei patrioti, Legione, Orizzonte ideale: rispetto a tale evento, il Presidente dell’ANPI Gianfranco Pagliarulo ha scritto al Ministro dell’ interno Matteo Piantedosi, invitandolo a vietare la manifestazione mentre il deputato di Fratelli d’Italia Andrea Pellicini ha chiesto al Sindaco il rinvio del presidio antifascista comunale.
Il fatto accennato mi ha ispirato le osservazioni che seguono.
Difronte a frequenti manifestazioni di politically correct, orientamento ideologico improntato al rispetto finalizzato ad evitare ogni offesa, troppo spesso estremizzato sino a rendere i discorsi inconsistenti, mi chiedo se il coraggio venga ancora considerata una virtù nella nostra società e, in particolare, in politica.
Le persone coraggiose hanno la capacità di esternare le proprie opinioni e di confrontarsi con quelle altrui consapevoli che potrebbero essere diverse, accollandosi il rischio di ricevere critiche.
Si parla di coraggio civile quando si dà prova della capacità di affrontare i pericoli o anche l’impopolarità per il bene pubblico o per amore della giustizia e della verità. Agire con coraggio non vuol dire non avere rispetto per le Istituzioni al contrario vuol dire difendere sia le Istituzioni che i valori costituzionali.
Quanto esigiamo che queste qualità personali siano ricorrenti nei nostri rappresentanti politici? Ben poco, a mio parere.
Ci accontentiamo di teatrini organizzati ad arte per sostenere scelte discutibili sotto il profilo del coraggio civile, organizzati persino strumentalizzando le feste nazionali, com’è avvenuto a Varese sabato 10 febbraio: infatti, per la necessità di rendermi conto delle situazioni in modo diretto e perché credo nel confronto fra soggetti portatori di idee e di istanze diverse, assisto personalmente all’ iniziativa antifascista presso i giardini del Comune come pure alla sfilata targata “destra”.
Cosa c’è che non va?
C’è che, da una parte, manca il coraggio: il coraggio di estirpare il male alla radice, negando la possibilità di esibire pensieri dichiaratamente neofascisti nelle strade e nelle piazze, peraltro significativamente vuote; negando la possibilità di indossare un tricolore ad un soggetto che si ritiene che non lo onori anche se formalmente in regola con la burocrazia; negando la possibilità di candidarsi a elezioni amministrative ad individui che, come i Giudici hanno acclarato, hanno manifestato l’intenzione di ricostituire il partito fascista.
Dall’altra parte, emerge il quadro desolante di chi non riesce a prendere atto che non solo la cittadinanza non fornisce sostegno ma persino la Premier, espressione di orientamento politico di “destra” e che si dichiara “conservatrice” (che è altro) si è espressa, come il Presidente Mattarella a favore della composizione delle diatribe sulle responsabilità derivanti dalla tragedia vissuta dai concittadini di Istria e Dalmazia esodati e da quelle migliaia di esseri umani che hanno peso atrocemente la vita nelle foibe. La mancanza di coraggio di fare chiarezza e rendere storicamente giustizia a quelle vittime, nel tempo, ha alimentato l’odio verso i carnefici, facendo diventare un sospetto assassino chiunque in quel periodo fosse comunista o vicino ai comunisti e che, oggi, alimenta e rende possibili l’aggressività e la tracotanza delle formazioni neonaziste, facendo sì che vengano tollerate, minimizzate, quasi giustificate.
Come ci ricorda il compagno Giovanni Crema nel suo recente dedicato alla giornata del Ricordo, i socialisti non hanno atteso il 2024 per dire parole di verità su quei tragici fatti, spesso isolati nella “sinistra” attraverso la testimonianza di compagni come Guelfo Zaccaria, socialista partigiano in Istria e Pio De Berti, direttore di rete RAI 2, intellettuale esule da Fiume che ha subito la violenza delle scelte politiche di Tito (suo padre era sindaco socialista di Fiume e poi fu stretto collaboratore di Saragat).
I socialisti si riconoscono pienamente nelle parole del Presidente Mattarella, che ci rammenta che tanata efferatezza fu la tragica conseguenza delle idee nazionaliste e razziste proprugnate dai regimi dittatoriali responsabili della seconda guerra mondiale e si riconoscono nel suo elevato richiamo ai principi di dignità della persona e di rispetto delle minoranze.
A tanto avrei voluto accennare nell’ambito dell’iniziativa comunale, dichiaratamente aperta a tutti i cittadini e a tutti i partiti, le associazioni…ma di fatto riservata solo agli interventi programmati dei parlamentari, dei sindacalisti e dell’ANPI cittadino presenti, che hanno sostenuto il Sindaco, offeso dal saluto romano esibito nell’ambito del menzionato matrimonio civile, celebrato a Varese il sabato precedente.
Rilevo che ci vuole coraggio per confrontarsi con le opinioni dei cittadini in modo diretto.
In qualità di referente territoriale del movimento socialista liberale non sono stata ammessa a fare un intervento nel Comune, che è di tutti e commento: “Guardiamo avanti, no stelle rosse – no svastiche!”

