Di Moreno Bucci
Partì, Renzi, con un’affermazione strabiliante: una riforma al mese.
Non c’è riuscito, ma non per sua colpa. Un po’ le resistenze, un po’ gufi e rosiconi, un po’la burocrazia, il tempo gli è volato via di mano. Ma la voglia di andare di corsa non gli è passata.
Ieri mattina, a Roma, un’assemblea di lavoratori ha bloccato per qualche ora la visita del Colosseo. Fino alle undici mattutine (che però era stata annunciata per le undici “p.m.” – a causa di un ritardo culturale molto originale: non è che non sapevano l’inglese, era una specie di analfabetismo di ritorno della lingua latina)!
Questo fatto è stato giudicato come una violazione del diritto del turista a visitare il Colosseo. Una violazione gravissima, tanto che, nel pomeriggio – quando era già prevista una riunione del Consiglio dei Ministri –è stato rimediato alla situazione giuridica con l’emanazione di un decreto che parifica musei e siti archeologici ai servizi di interesse nazionali e, di conseguenza, impedisce che si ripetano assemblee che siano causa della chiusura, anche temporanea, di quei luoghi.
Questa è dimostrazione di forza ed espressione delle priorità del Paese. Solo i sindacati, fossilizzati, hanno manifestato delle riserve.
Il decreto è come una cartina di tornasole che rivela il ruolo dell’Italia nel processo produttivo mondiale.
Prendiamo il computer, la prima cosa che viene in mente è la California, Cupertino, Windows, Mac, Google, ecc. Ed è tutto vero. Peccato che in Italia la Olivetti fosse stata all’avanguardia in questo campo e sia stata fatta scomparire dalla faccia della terra, o che a Pisa sia nato il primo grande calcolatore. No, questa non era materia per gli italiani. Qualcuno decise che per noi andava bene un altro futuro, di gioia, bellezza, arte, patrimonio culturale, moda, cucina, turismo…
Così, piano piano, l’Italia ha abbandonato – salvo rare eccezioni – le produzioni industriali per ritirarsi nelle nicchie di sopravvivenza che le erano state riservate.
Nel passato non sono mancate le assemblee né gli scioperi che hanno tenuto chiusi prestigiosi musei, senza altre reazioni se non un trafiletto nella cronaca locale. Ora non più, destinati ad essere parcheggiati nel frivolo, solo ci resta “l’economia della cultura”, che esiste, non è uno scherzo, ma non dovrebbe che essere comprimaria di un processo produttivo a largo raggio.
E’ in atto un meccanismo che prevede per noi un radioso futuro che si potrebbe sintetizzare così: “Italia: pizza e mandolino”.

